Dall’inizio della crisi sono aumentati quanti lodano la situazione italiana. A parer loro piu’ forte in questa crisi grazie al fatto che il nostro sistema bancario e’ prudente e gli italiani sono grandi risparmiatori. Tuttavia questa prudenza ci e’ costata molto sugli investimenti e l’innovazione, e se guardiamo gli ultimi dieci anni l’Italia a conti fatti ci ha perso.
Veniamo dunque al risparmio delle famiglie italiane. In realta’ negli ultimi anni le famiglie sono diventate meno parsimoniose. Secondo l’Ocse (che nel calcolo considera anche le micro-imprese) risparmiamo meno di Francia e Germania. Il ricorso al debito (per alimentare la spesa), anche se in aumento, e’ comunque inferiore rispetto agli altri Paesi. Venendo alle banche, in questi anni hanno incrementato i finanziamenti piu’ di altri Paesi europei, hanno portato avanti una forte concentrazione, aumentando le dimensioni delle banche e riducendone il numero. Ma questo non ha costituito un significativo aumento degli investimenti, ne’ ha portato a una crescita della nostra economia o a una sensibile riduzione dei costi per i clienti.
Siamo meglio?
Mentre gli Stati Uniti crescevano al ritmo di un piu’ 3-3,5 per cento annuo del Pil, il nostro Pil cresceva dell’1,5 per cento. Mentre rispetto al resto dell’Europa, la nostra crescita e’ stata dello 0,9 per cento in meno all’anno. Se dal 1997 al 2007 fossimo cresciuti quanto i nostri partner europei, a quest’ora il nostro Pil sarebbe piu’ alto di 151 miliardi di euro (225 miliardi di euro se nel calcolo partiamo dal 1992).
La globalizzazione ha reso possibile una crescita economica enorme, per dimensione territoriale e per popolazioni coinvolte. Nel frattempo noi abbiamo registrato la peggiore performance del mondo industrializzato (assieme al Giappone, che pero’ vive da anni in una difficile situazione economica). Dunque le cause della nostra scarsa crescita vanno cercate nei confini nazionali del nostro Paese. Per quale motivo siamo stati incapaci di beneficiare della crescita globale? Non siamo riusciti ad adattarci al nuovo contesto competitivo, non abbiamo approfittato delle opportunita’ dei cambiamenti e dell’appartenenza all’Ue.
Il Pil pro capite nel 1991 era il 99 per cento della media dei Paesi dell’Euro, nel 1997 era scesa al 90,5 per cento. Siamo stati superati dalla Spagna e la Grecia ci aveva quasi raggiunti. Il reddito pro capite italiano era pari all’80 per cento di quello americano. Ora e’ sceso al 70 per cento. Per quanto riguarda ancora il reddito pro capite, siamo stati raggiunti o superati da Paesi che dieci anni fa erano molto piu’ poveri di noi, rispettivamente da Spagna e Irlanda. Abbiamo perso posizioni in termini relativi.
Ancora convinti che il nostro sistema sia migliore? Non si tratta di un problema congiunturale, l’Italia ha grossi problemi strutturali, mai risolti a causa di un continuo utilizzo di cure palliative. Ho descritto queste “soluzioni” a proposito del debito pubblico, scrivendo della svalutazione, della spesa pubblica e dell’inflazione, usate come “valvole di sfogo” per compensare gli squilibri, alleviare le tensioni sociali, attenuare le inefficienze e ridurre i gap in competitivita’. Perduti questi strumenti il sistema Italia non e’ stato in grado (fatte salve rare eccezioni) di affrontare la sfida della competitivita’.
I problemi
Numerosi e complessi sono i problemi dell’Italia, bassa produttivita’, tasso di occupazione (soprattutto femminile) inferiore rispetto ai Paesi Ocse, bassi investimenti, spesa in ricerca e sviluppo pari alla meta’ di Paesi come Francia e Germania e inferiore rispetto alla media Ue. Imprese che incontrano disincentivi alla crescita, incapacita’ di attrarre investimenti stranieri. L’unico dato positivo e’ rappresentato dall’incremento delle esportazioni, unica strada vista la stagnazione della domanda interna. Tuttavia si tratta di prodotti a basso contenuto tecnologico, la quota dell’Italia nelle esportazioni di prodotti altamente tecnologici e’ di appena il 6,4 per cento, in calo rispetto al 2000 (aumenta comunque la presenza tecnologica nella lavorazione dei nostri prodotti, per questo motivo la percentuale scritta sopra aumenta a seconda della metodologia utilizzata per la classificazione). Perdiamo posizioni anche sul turismo.
Il settore manifatturiero ha visto salire la produzione dello 0,6 per cento dal 1997 al 2007, una performance ridicola, negli anni ’70 era stata del 40,3 per cento e negli anni ’80 del 15,9 per cento. Imprese che, salvo rare eccezioni, non si sono rinnovate, non si sono ristrutturate, non riescono ad affrontare la gara della competitivita’. Settore composto da realta’ troppo ridotte per poter affrontare i costi degli investimenti in ricerca o incrementare la produttivita’. Abbiamo il doppio delle imprese francesi, due volte e mezzo il numero di quelle tedesche e il triplo di quelle inglesi. Imprese che non riescono a crescere e ad affrontare la competizione globale del settore. Questo dato si riflette anche nel ridotto numero degli occupati.
La pubblica amministrazione rappresenta un altro problema, la sua inefficienza aumenta i costi per le imprese e i cittadini, toglie risorse agli investimenti in R&S, spaventa gli investitori esteri (oltre quelli italiani). La pesantezza burocratica crea inoltre spazi per fenomeni quali corruzione e ostacoli alla libera concorrenza. In Italia sono ancora troppi i settori protetti, e’ stato calcolato che la liberalizzazione dei servizi porterebbe un guadagno di circa il 2,5 per cento del Pil, senza contare le opportunita’ di sviluppo e investimento che ne deriverebbero.
Legato al debito pubblico e alla spesa pubblica e’ il dato sulla pressione fiscale. Occorre aggiungere anche l’evasione fiscale che e’ pari all’8 per cento del Pil, evasione che oltre a distorcere la concorrenza incrementa la pressione fiscale per gli onesti. Lo Stato ha troppo a lungo tollerato l’evasione fiscale perche’ costituisce una valvola di sfogo per disoccupazione (soprattutto in territori svantaggiati) e micro-imprese che altrimenti non esisterebbero. Tuttavia e’ una motivazione ingiustificabile. Tenendo conto dell’evasione (considerando quindi quanto pagano gli onesti) la pressione fiscale in Italia e’ pari al 51,6 per cento del reddito, senza considerare la quota di evasori la percentuale e’ del 43 per cento (prevista stabile al 43 per cento nel 2009 e in aumento al 43,2 per cento nel 2010).
Va considerato comunque lo sforzo di questi ultimi anni, nel 1997 la pressione fiscale era al 53,2 per cento, nel 2007 era scesa al 42,7 per cento. Tuttavia in altri Paesi il calo e’ stato piu’ sensibile, il Belgio e’ passato dal 40,2 per cento al 10 per cento, la Germania e’ passata dal 56,7 per cento al 38,7 per cento. Le aliquote d’imposta vengono utilizzate per attrarre investimenti e rendere competitive le proprie imprese. Si pensi al prelievo sugli utili, mentre in Germania e’ sotto il 30 per cento (e la media Ue e’ al 24 per cento), in Italia (anche a causa dell’Irap che lo innalza di 5 punti percentuali) e’ pari al 36,4 per cento. Considerando nel loro insieme i versamenti obbligatori a carico delle imprese, l’Italia e’ al 64esimo posto della graduatoria mondiale (ovviamente al primo posto c’e’ il Paese con il fisco piu’ lieve).
Volendosi occupare dei problemi italiani non c’e’ che l’imbarazzo della scelta. Oltre a quelli sopra esposti bisogna aggiungere il problema demografico che vede il nostro Paese invecchiare, l’inadeguatezza del nostro capitale umano, con la necessita’ di un salto quantitativo e qualitativo in tecnologia e conoscenza nel quale l’Italia parte svantaggiata per il minor grado di istruzione della popolazione (un numero di laureati pari a meno della meta’ rispetto ai Paesi nostri concorrenti). Altri Paesi hanno accolto la sfida, investendo di piu’ e meglio nell’istruzione, noi stiamo muovendo i primi passi, non tutti nella giusta direzione tra l’altro, ma e’ gia’ un inizio che finalmente se ne discuta (valutazione, merito, premialita’, ecc.). Poi l’inadeguatezza delle infrastrutture, che comportano alti costi di trasporto e inefficienza logistica. Una distribuzione frammentata e dalle dimensioni ridotte, un Sud troppo indietro, una forte disuguaglianza della distribuzione del reddito, il costo dell’energia, l’eccessiva dipendenza dal petrolio, ecc.
I problemi non mancano, e’ volendo neppure le possibili soluzioni. In alcuni ambiti da qualche anno si stanno muovendo i primi passi, ancora insufficienti tuttavia. Per altri problemi invece siamo ancora fermi, o addirittura in va di peggioramento.
- Appunti del Sabato #24 - 20/12/2008
- Giornalettismo #29 - 22/12/2008



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