Secondo il CCPI siamo al 44esimo posto nella classifica su clima ed energia, nonostante le nostre emissioni siano inferiori rispetto a Paesi come la Germania che invece sono al primo posto nella classifica. Ora l’Italia e la Polonia (al 45esimo posto della classifica) premono nell’ambito europeo per rimandare o rivedere il piano energetico europeo, perche’ reputato troppo costoso. Ma e’ veramente un bene per noi rimandare ulteriormente la politica di efficienza energetica delle nostre industrie e del trasporto?
Mercoledi’ German Watch ha pubblicato i risultati del Climate Change Performance Index 2009, un rapporto internazionale che ci posiziona al 44esimo posto, a paridemerito col Giappone. Non si tratta di una classifica basata sull’ammontare delle emissioni, ma di un indice complesso che tiene conto di vari elementi, nei quali evidentemente siamo carenti.
Il Climate Change Performance Index (CCPI) compara 57 Paesi, responsabili complessivamente del 90 per cento delle emissioni mondiali annuali di CO2. L’indice si basa su venti indicatori differenti, che possiamo suddividere in tre macro-classi che influiscono sull’indice con pesi diversi: trend delle emissioni (pesa per il 50 per cento); livello delle emissioni (pesa per il 30 per cento) e politica sul clima (pesa per il 20 per cento). Per questo motivo Paesi come la Germania (ma anche l’India, il Brasile e la Francia) che hanno ridotto (e stanno riducendo) sensibilmente le loro emissioni sono ai primi posti nella classifica di German Watch, altri Paesi come l’Italia (ma anche la Polonia e la Cina) che invece continuano ad incrementare le loro emissioni sono agli ultimi posti.
La domanda dunque e’: “Puo’ un Paese sviluppato in un mondo sempre piu’ competitivo, non investire nel settore energetico e nell’industria?“. Perche’ e’ questo che noi stiamo facendo. Non stiamo investendo, abbiamo un’industria inefficiente, vecchia, impianti inquinanti non tanto per il tipo di produzione, ma perche’ non sono stati rinnovati negli ultimi anni. La Germania e’ un Paese piu’ industriale del nostro, con una produzione energetica che fa ampio uso del carbone. Eppure ha ridotto le sue emissioni, incrementando la sua efficienza energetica, le sue industrie hanno incrementato la produzione, investendo in impianti nuovi, efficienti e meno inquinanti.
Paesi come la Germania, il Regno Unito e la Danimarca in questi anni hanno incrementato considerevolmente la spesa in ricerca e sviluppo nel settore energetico, noi invece l’abbiamo ridotta incredibilmente (Grafico 1). Ancora una volta l’Italia rischia di perdere il treno dell’efficienza energetica e industriale, perdendo ulteriore competitivita’. Non possiamo restare al livello di efficienza energetica e industriale di dieci anni fa, dobbiamo evolvere se vogliamo mantenere (o meglio incrementare) la produttivita’ e la competitivita’ del nostro Paese. Le nostra industrie, il nostro Paese non puo’ permettersi di stare fermo. Stiamo molto attenti quando consideriamo costi e benefici del pacchetto europeo del “20-20-20″ di pensare anche a questi elementi.
Grafico 1: Dinamica della Spesa Pubblica in Ricerca energetica in rapporto al Pil

L’energia in Italia
In Italia i consumi di energia primaria rispetto alla media Ue27 fanno maggiormente ricorso a petrolio e gas, il contributo del carbone e’ molto basso (9 per cento dei consumi primari) e non abbiamo impianti per la generazione elettronucleare. Contrariamente a quanto si pensa, in Italia l’apporto di fonti energetiche rinnovabili sul totale dei consumi primari di energia e’ leggermente piu’ elevata rispetto alla media dei Paesi OCSE, ma questo e’ dovuto esclusivamente al grande apporto delle fonti idroelettriche (resta dunque un ampio margine di incremento mediante l’utilizzo di altre fonti rinnovabili). Per capire gli effetti benefici che una riduzione della quota di petrolio per i consumi energetici primari, mediante una “rivoluzione” del sistema dei trasporti (puntando ai trasporti su rotaia e rendendo efficiente la reste su strada), potrebbe avere sulla nostra economia, si pensi che in Italia la domanda di prodotti petroliferi copre il 43 per cento del totale dei consumi primari (Grafico 2), quota dovuta quasi esclusivamente al settore dei trasporti. Il trend (Grafico 3) comunque indica una contrazione dei consumi di petrolio (-3,1 per cento nel 2007), dovuto all’incremento del prezzo al barile. Ora che il prezzo del petrolio e’ basso non dobbiamo pero’ restare con le mani in mano, non dobbiamo farci trovare impreparati per quando il prezzo cominciera’ a salire nuovamente.
Grafico 2: Disponibilita’ di energia per fonte

Grafico 3: Disponibilita’ di energia per fonte – Trend 2000-2007

Nel 2006 la fattura energetica complessiva era quasi di 50 miliardi di euro (il 3,4 per cento del Pil), nel 2007 per una serie di eventi (contrazione della domanda e apprezzamento dell’euro) e’ stata di 46,6 miliardi di euro (il 3 per cento del Pil), in entrambi gli anni la fattura petrolifera ha pesato sulla fattura energetica complessiva per il 57 per cento. Eppure ci spaventa un piano energetico che potrebbe costarci lo 0,66 per cento del Pil, ma ci farebbe risparmiare sulla fattura energetica.
E’ pur vero che il consumo energetico dell’industria e’ di gran lunga inferiore rispetto a quello civile e dei trasporti (Grafico 4), pero’ sui costi delle imprese incidono anche i trasporti, e un risparmio delle famiglie sule bollette energetiche si potrebbe tradurre in maggior consumo e quindi a beneficio delle industrie. Inoltre se guardiamo ai consumi di energia elettrica, l’industria incide per il 45 per cento Grafico 5.
Grafico 4: Consumi di energia per settore di uso finale 2000-2007

Grafico 5: Consumi di energia elettrica per settore di uso finale (2007)

Costi e benefici
Giustamente il pacchetto clima-energia deve essere analizzato secondo un’analisi complessiva dei costi e dei benefici della sua attuazione. I costi oscillano tra lo 0,51 e lo 0,66 del Pil, superiori rispetto a quelli di altri Paesi europei (Germania e Regno Unito tra tutti). Eppure la nostra intensita’ energetica e’ inferiore, le nostre emissioni e consumi in rapporto al numero degli abitanti e’ minore. A fare la differenza, a rendere costoso per noi il piano energetico e’ la bassa efficienza negli usi finali dell’energia, a partire dal residenziale, ma anche dei trasporti, dell’industria e dei servizi. Insomma, siamo inefficienti.
Colmare questa inefficienza e’ un costo o un investimento? A mio avviso e’ un investimento. Gli interventi sull’efficienza degli usi finali dell’energia consentirebbero: la minore importazione di combustibili fossili (questo ridurrebbe il peso del prezzo del petrolio dal nostro tasso di inflazione ad esempio); gli altri benefici riguardano la competizione tecnologica, che ci vede molto (troppo) indietro, recuperando terreno ne guadagneremmo in competitivita’. Gli investimenti nell’efficienza energetica degli usi finali hanno effetti moltiplicativi sull’economia, si pensi ad esempio alle nuove imprese nate in altri Paesi grazie agli investimenti in questo ambito, ai posti di lavoro e alle riduzioni dei costi nelle bollette energetiche per famiglie e imprese. Si pensi ai risparmi che deriverebbero da un sistema dei trasporti efficiente.
Forse rappresenta un pesante costo nei prossimi due o tre anni, ma pensiamo veramente di poter continuare a stare indietro rispetto agli altri Paesi europei come Francia, Germania, Regno Unito, Svezia, Danimarca, Spagna, ecc.? Se non sosteniamo questo costo nei prossimi tre anni, i mancati benefici ci costeranno molto piu’ cari, per i prossimi dieci anni.
Intervenire a favore dell’efficienza energetica negli usi finali non e’ solo importante per il clima (che magari qualcuno potrebbe ritenere superfluo in momenti di crisi economica), ma e’ importante anche per l’economia. Il rischio e’ che la politica (spinta dalle imprese meno efficienti e piu’ protette) usi lo spauracchio dei costi del piano energetico per non investire nell’energia, per non riformare il sistema dei trasporti, per non ridurre il fabbisogno energetico da fonti di importazione, quali gas naturale e petrolio (Grafico 6 e Tabella 1). Facendo risparmiare a queste poche imprese inefficienti e protette, a spese della competitivita’ dell’intero Paese, a spese di bollette sempre piu’ care, a spese di una rete dei trasporti inefficiente e costosa, a spese di una dipendenza energetica da Paesi spesso instabili. E’ questo che vogliamo?
Grafico 6: Confronto del mix delle fonti energetiche tra Italia e media Europa (2005)

Tabella 1: Consumi finali per settore e per fonte (2007)

Cosi’ non si va avanti, pare proprio che l’Italia intera soffra della sindrome NIMBY (Not In My Back Yard) che impedisce una politica energetica di largo respiro in grado di offrire una visione coerente con le sfide della contemporaneita’.
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