Il pacchetto fiscale contenuto nel decreto legge 185/2008 e’ caratterizzato da un’eccessiva prudenza. Comprendo i timori di Tremonti sul debito pubblico italiano e su come i mercati potrebbero reagire, ma si rischia di subirne gli effetti negativi a prescindere.
Si tratta di un piano anti-crisi che Dante metterebbe nel girone degli ignavi, un piano che non rischia, ne’ di sbagliare ne’, ovviamente, di fare la cosa giusta. Cosi’ mentre l’inutile riduzione dei tassi (la Bce li ha ieri ridotti di 75 punti base) prepara la strada per una nuova futura “bolla”, la politica resta a guardare. Per lo meno quella italiana. La Germania ha da tempo attuato un piano da 31 miliardi di euro, ora ne prepara un altro di dimensioni simili per sostenere la domanda interna, la Francia punta all’investimento, con un piano da 26 miliardi di euro. E noi? Noi abbiamo il debito pubblico al 104 per cento, ma questo rischia di essere uno scomodo e pericoloso alibi, che alimenta la paura quando invece serve il coraggio.
Siamo poco credibili
Il mercato reagirebbe male all’emissione di debito pubblico da parte dell’Italia, perche’ l’Italia e’ considerata poco credibile. Il Governo lo sa, tanto che Sacconi, parla di un rischio Argentina per l’Italia, poi corregge il tiro. Tremonti dice che “non possiamo fare i fenomeni perche’ i nostri titoli sono in competizione con altri“. Ma bisogna stare attenti, il rischio non si riduce solo perche’ abbiamo fatto una manovrina a pareggio senza ricorrere al debito pubblico, e la nostra situazione non e’ certo come la descrive Tremonti:
Giulio Tremonti
“Sono convinto che alla fine della crisi, l’Argentina saranno gli altri. L’Italia ha in se’ elementi di grandissima forza.”
L’Italia ha in se’ elementi di grandissima debolezza. Solo per elencarne qualcuno, bassa produttivita’, bassa competitivita’, incapacita’ di attrarre capitale, sistema giudiziario inefficiente, sistema stradale e ferroviario inefficienti, istruzione carente, enorme disparita’ nei redditi, enormi differenze tra Nord e Sud, spesa sociale che per il 60 per cento serve a pagare le pensioni, pubblica amministrazione inefficiente e costosa, sistema di ammortizzatori sociali lacunoso, ecc.
Se Tremonti si riferiva alle nostre banche, bisogna dire che da loro in parte dipendono i ritardi della nostra economia, e pensare che non ci sara’ bisogno dell’intervento pubblico per sostenere il patrimonio delle nostre banche potrebbe rivelarsi un eccesso di ottimismo.
Intanto lo spread tra Btp (italiani) e Bund (tedeschi) arriva a 126 punti base, nonostante “l’impegno a non aumentare il debito“. Le paure espresse da Tremonti e gli allarmi (poi smentiti) di Sacconi, rischiano di alimentare (come se ne avessero bisogno) la speculazione sui titoli italiani, cosi’ nel mercato dei Cds si acquista protezione assicurativa contro il rischio-Paese dell’Italia. Si scommette sul futuro intervento pubblico in aiuto alle nostre banche. Il costo della protezione dal rischio Italia in meno di una settimana e’ cresciuto del 27 per cento. E a breve ci sara’ un consistente rinnovo di titoli di Stato.
Diluire il rischio
E’ dunque chiaro perche’ Tremonti insista tanto sul fondo europeo, in questo modo il rischio-Paese dell’Italia verrebbe diluito nel fondo unico, ma perche’ gli altri Paesi, che hanno un debito pubblico e un rischio-Paese di gran lunga inferiore al nostro dovrebbero volere un fondo inquinato da noi? Invece l’Italia dato il suo misero piano da 6,3 miliardi di euro (che non avra’ effetti sul Pil) ha bisogno di questo fondo europeo, ne ha veramente bisogno.
Le riforme per essere credibili
Bisogna dunque domandarsi se il Governo avrebbe potuto scrivere un piano piu’ coraggioso. Considerando il nostro debito pubblico verrebbe da dire di “no”. Tuttavia la risposta sarebbe “si” se venisse proposto un piano che contenesse delle importanti riforme di riduzione di spesa a medio-lungo termine (e a breve di qualche spreco da riutilizzare nel piano stesso) e altre misure in grado di incidere sulla crescita del Pil. Insomma, un piano strutturale in grado di dare uno scossone all’economia. Tra le riforme di riduzione di spesa si potrebbe pensare alle pensioni, ai servizi pubblici locali e alle Provincie.
Pensioni
Serve una nuova riforma delle pensioni, come si era fatto con la legge 247/2004, magari senza rimandarla a una futura legislatura (correndo il rischio di vedersi annullare la riforma e facendo perdere credibilita’ al Paese). Si potrebbe anche portare l’eta’ pensionabile delle donne al livello di quella degli uomini, utilizzando magari le risorse cosi’ liberate per iniziative che tolgano gli ostacoli alll’accesso delle donne al mondo del lavoro. La riforma delle pensioni non e’ rimandabile, una spesa in pensioni pari al 60 per cento della spesa per il welfare non e’ tollerabile.
Servizi pubblici locali
Sui servizi pubblici locali ci sono 15 anni di finte riforme, finte perche’ hanno portato a risultati imbarazzanti. Scarsa liberalizzazione, gestori che non si sono aggregati (ad esclusione del settore energetico), restando frammentati e inefficienti. Certo, la situazione e’ migliore rispetto a 15 anni fa, ma nulla di significativo. L’obiettivo deve essere quello di aumentare la qualita’, ridurre i costi e creare i presupposti per la concorrenza e il dinamismo imprenditoriale. La Banca d’Italia ha presentato proprio in questi giorni uno studio sull’argomento, indicando le cause principali per l’insuccesso (pur con le differenze tra caso e caso) delle riforme dei servizi pubblici locali: mancata separazione della programmazione e regolazione del servizio dalla sua fornitura; mancata apertura dei servizi pubblici locali al mercato; mancato processo di aggregazione per ridurre le inefficienze da frammentazione; non e’ stata data sufficiente attenzione alla specificita’ dei diversi servizi pubblici locali; tariffe inadeguate alla copertura dei costi dei servizi; eccessivo localismo della regolamentazione. In questo senso l’attuale Governo non sembra voler fare una vera riforma, andrebbe ripensata l’Authority e fatte delle vere gare per l’affidamento dei servizi.
Enti inutili
L’abolizione delle Provincie e’ una riforma costituzionale, lunga e difficile a causa delle opposizioni trasversali, magari si scoprira’ che e’ meglio non abolirle, tuttavia si puo’ cominciare almeno a discuterne? Poi ci sarebbero alcuni enti reputati inutili e ancora in vita, e l’ente costituito per la loro eliminazione si e’ conformato ed e’ diventato egli stesso un ente inutile.


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1 commento in tutto ↓
1 Appunti del Sabato #22 - Last K’s Voice // 6 dic 2008 alle 09:04
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