Ieri descrivendo le differenze tra Italia e Germania, ho scritto come la domanda interna sia in Italia in calo da prima dell’acuirsi della crisi finanziaria, e che mentre la Germania puntera’ al rilancio della domanda interna, in Italia e’ preferibile puntare sull’offerta.
Puo’ sembrare una contraddizione, quindi e’ meglio che mi ci soffermi un po’ di piu’. Partiamo quindi con l’analisi del mercato del lavoro in Italia. Il nostro Paese vanta uno dei regimi di protezione dei lavoratori a tempo indeterminato tra i piu’ restrittivi di tutta l’area Ocse. Contemporaneamente questo eccesso di immobilismo e protezione e’ compensato da una scarsissima protezione dei disoccupati. Mentre in Europa beneficiano di un sussidio di disoccupazione otto lavoratori su dieci, in Italia lo ricevono solo due disoccupati su dieci.
A questo si aggiunga la necessita’ che si e’ avuta in Italia di creare delle figure contrattuali atipiche per permettere alle imprese una maggior flessibilita’ da contrapporre appunto all’immobilismo del lavoro a tempo indeterminato. Queste nuove figure di lavoratori hanno permesso di dimezzare il tasso di disoccupazione in dieci anni (dal 1997 con la legge Treu), portandolo dal 12 per cento al 6 per cento. Nuovi lavoratori pero’ che vivono in gran parte una situazione che da flessibile e’ diventata precaria. La precarieta’ e’ dovuta a due cause, da un lato la carenza dei sussidi di disoccupazione, dall’altro un immobilismo del resto del mercato del lavoro, per cui e’ difficile riuscire ad avanzare di carriera o migliorare le proprie condizioni partendo come precari.
La precarieta’ porta quindi a una particolare costruzione dei propri consumi, che tenderanno ai prodotti low cost, e a una bassissima propensione a piani a medio-lungo termine. Per spingere la domanda interna occorrerebbe dunque agire su due fronti, il primo e’ quello di ridurre le tasse sul lavoro, per rendere meno costoso assumere a tempo indeterminato e per ridurre il costo del lavoro per l’impresa. Il secondo fronte e’ quello dell’incremento e dell’estensione a tutti i lavoratori (anche quelli atipici) degli ammortizzatori sociali. Piu’ di questo per sostenere la domanda non si puo’ fare, perche’ sarebbe necessaria una riforma del mercato del lavoro che renda meno immobile il mercato dei lavoratori a tempo indeterminato (immobile soprattutto nelle grandi imprese). Riforma difficile da attuare in situazioni di crescita economica, figurarsi ora.
Dal lato della domanda ci sono altre due misure, che sono l’incremento dei salari (stabiliti con la contrattazione nazionale), e le una tantum. L’incremento dei salari in Italia non puo’ essere portato avanti a causa della bassa produttivita’ della maggior parte delle nostre imprese, si potrebbe puntare alla riforma del sistema contrattuale, potenziando (veramente) la contrattazione a livello aziendale, ma ad ora sindacati e confindustria non sembrano voler trovare un accordo in questo senso. Le una tantum (previste anche da questo ultimo piano anti-crisi) non permettono programmi di consumo a medio-lungo termine, non riescono dunque a incrementare la domanda nella direzione che potrebbe portare al sostegno delle imprese.
Dunque non resta che puntare sull’offerta, aiutando le imprese ad incrementare la competitivita’ e la produttivita’ tramite sostegni agli investimenti. Incrementando la capacita’ della nostra economia di attrarre capitale, riducendo la burocrazia che imbriglia le imprese, trasformando lo Stato in un debitore puntuale nei suoi pagamenti. Perche’ se permetto alle imprese di portare l’acconto d’imposta dal 100 per cento al 97 per cento, ma poi un eventuale rimborso lo vedranno tra anni, e’ evidente che non e’ un grande aiuto alle imprese, soprattutto in momenti di crisi.
- Appunti del Sabato #24 - 20/12/2008



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