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Il Pac delle quote latte

venerdì, 21 novembre 2008 alle 07:30 · 1 commento - Stampa Stampa

Mercoledi’ il Consiglio Agricoltura dell’Ue ha raggiunto un accordo dopo un’estenuante trattativa. L’Italia e’ riuscita ad ottenere un incremento della quota di produzione di latte pari a 600 mila tonnellate, a partire dal primo aprile 2009. Ma il vero problema e’ la Pac, il suo sistema di sussidi e quote, e il sistema in atto viene conservato.

Politica - Luca ZaiaFin dall’istituzione del Mercato Comune l’agricoltura europea ha avuto un’eccessiva protezione, causando prezzi piu’ alti dei prodotti alimentari e un sistema produttivo altamente inefficiente. La riunione di mercoledi’ non ha cambiato nulla, ha conservato lo status quo della Pac, prolungando ulteriormente il sistema dei sussidi e delle quote. In Italia l’attenzione si concentra sul fatto che dobbiamo pagare multe per aver sforato le quote, quindi il problema diventa come alzare queste quote. Invece dovremmo capire se le quote di produzione hanno o meno una giustificazione economica e analizzare i costi e i benefici per gli allevatori e per tutti i cittadini.

La nascita delle quote latte

Al comparto lattiero-caseario e’ stata da sempre accordata un’eccessiva protezione fin dai tempi della Cee. Agli inizi degli anni ’60 venne istituita una tariffa doganale comune a livelli ben piu’ elevati di quelli previsti inizialmente nel Trattato di Roma (sarebbe dovuta essere pari alla media ponderata delle tariffe vigenti nei quattro Paesi fondatori). Vennero fissati dei prezzi interni superiori rispetto ai prezzi sui mercati internazionali, in questo modo si mantennero intatte le strutture produttive fatte anche di tantissime micro-imprese inefficienti con alti costi di produzione. Dall’altro lato permise invece alle grandi (ed efficienti) imprese produttrici di incrementare le rendite fondiarie.

Tutto e’ rimasto come allora, secondo le stime dell’Ocse il prezzo comunitario del latte e’ piu’ alto rispetto al prezzo “alla frontiera” del 50 per cento. Le lobby delle organizzazioni dei produttori sono riuscite a mantenere alti i prezzi sul mercato interno. Questo sistema, creando un mercato sostenuto artificialmente, dava luogo a eccedenze della produzione. Eccedenze insostenibili, tanto che gia’ alla fine degli anni ’60 venivano svendute all’Urss a un prezzo talmente basso da non ripagare neppure il costo del trasporto. Questo costo di smaltimento delle eccedenze gravava sul bilancio europeo ed era dunque ben visibile. I cittadini cominciarono quindi a protestare e si cerco’ una “soluzione”.

Arrivarono dunque i sussidi all’esportazione, ossia veniva coperta (con il denaro dei contribuenti) la differenza tra prezzo interno e prezzo internazionale. Pur di mantenere alto il prezzo interno dunque pensarono bene di far pagare il costo al contribuente. Questo sistema venne interrotto per la forte opposizione del Gatt. Tramontati dunque i sussidi all’esportazione andava trovata un’altra “soluzione” per le eccedenze.

Ecco, dunque nascere (pur di non ridurre il sistema di protezione) l’idea delle quote di produzione. Una soluzione che creava un sistema peggiore del monopolio. In un monopolio infatti il produttore o stabilisce le quantita’ o stabilisce il prezzo, in questo sistema di quote invece veniva stabilito sia il prezzo interno, sia la quantita’ (tramite appunto le quote). Creando e mantenendo le inefficienze e i costi, tutto a spese dei consumatori. Costi pero’ non piu’ iscritti nel bilancio europeo (come avveniva con le distruzioni e/o svendite delle eccedenze e con i sussidi alle esportazioni), ma distribuiti sulla collettivita’.

Con il sistema delle quote le imprese produttrici sono vincolate nei quantitativi da produrre, ma e’ un sistema che penalizza chi ha una struttura produttiva inefficiente, come appunto l’Italia, fatta di micro-imprese. Ricordo che fin dai primi anni ’60 il sistema di protezione ha fatto si che la struttura restasse immutata, le micro-imprese inefficienti sono sopravvissute grazie ai sussidi e ai prezzi alti, le grandi imprese hanno goduto di rendite. Abbiamo dunque la situazione in cui Paesi come l’Italia fatti da micro-imprese inefficienti hanno nel loro complesso una bassissima produttivita’. Basti pensare che l’Italia e l’Olanda hanno una produzione del tutto simile, anche il numero di capi di bestiame e’ simile. Ma in Italia abbiamo un numero di imprese doppio rispetto all’Olanda. Perche’? Perche’ in Olanda prima dell’istituzione della Comunita’ europea non vigeva un mercato protetto. In questo modo sono sparite le imprese inefficienti e si sono sviluppate e ingrandite quelle efficienti.

Come funzionano le quote

Nel 1984 (regolamento comunitario 856/1984) venne istituito il sistema di prelievo supplementare nel settore del latte. Nato con l’obbiettivo di ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta e dunque eliminare le eccedenze. Le quote di produzione riguardano i quantitativi massimi che ogni singolo produttore puo’ produrre. Chi sfora la quota deve pagare una penale, chi non la raggiunge puo’ cedere la differenza ad altri produttori. A livello di Paese si sommano le eccedenze e il Paese dovra’ pagare la multa, poi rivalendosi sui produttori. Nel 1984 si stabilirono le quote di ogni singolo Paese sulla base del quantitativo prodotto l’anno precedente, questo costitui’ il Quantitativo Globale Garantito, poi ripartito da ogni singolo Paese tra i vari produttori.

L’Italia che sfora

Mediamente negli ultimi 5 anni l’Italia ha prodotto circa 500 mila tonnellate di latte in piu’ rispetto alla sua quota, il che si traduce in oltre 4500 aziende multate per oltre 1 miliardo e 800 mila euro. Il ministro Luca Zaia subito dopo l’insediamento al ministero denunciava “la palese ingiustizia subita dal nostro Paese a causa delle quote latte che da un lato ci hanno condannato a smaltire le eccedenze degli altri paesi e dall’altro ci hanno costretto a pagare multe salate anche se la produzione italiana e’ sempre rimasta di gran lunga inferiore al fabbisogno nazionale“. Non stupisce dunque che lo stesso ministro definisca questo risultato, “una vittoria straordinaria“. Le multe comunque resteranno, l’Italia dovra’ procedere dunque con la distribuzione delle quote tra i vari produttori, tuttavia resta il premio a chi ha fatto il “furbo”, infatti “le quote latte addizionali saranno assegnate in via prioritaria a quei produttori che sono stati responsabili del superamento della quota nazionale di latte“. Meno male che l’obiettivo era porre rimedio ad un’ingiustizia. A questo si aggiunga il fatto che l’incremento delle quote latte vedra’ come contropartita una riduzione dei sussidi ai produttori.

I problemi rimangono

L’aumento della quota italiana di produzione di 600 mila tonnellate costituisce un incremento del 6 per cento (e’ stato previsto in tutta Europa dell’1 per cento all’anno, in Italia sara’ del 5-6 per cento gia’ a partire dal primo aprile 2009), che non risolve il problema. L’Italia produce circa 11 milioni di tonnellate, siamo al secondo posto al mondo (dopo la Germania) come importatori e all’ottavo come esportatori. La quota mondiale italiana e’ del 4 per cento come esportatore e del 9 per cento come importatore. Se controlliamo l’andamento di queste variabili dal 1999 al 2007 notiamo che le nostre esportazioni sono aumentate del 76 per cento, mentre le nostre importazioni sono aumentate solo del 24 per cento. Dal 2000 al 2007 le esportazioni di prodotti lattiero-caseari italiani sono passate (in valore equivalente di tonnellate latte) da 1.992.000 a 2.665.000, con un incremento del 34 per cento. Le esportazioni dei formaggi sono incrementate del 44 per cento. I consumi interni di prodotti lattiero-caseari in Italia dal 2000 al 2007 sono sostanzialmente inalterati, con un minimo incremento del 6 per cento.

Il vero problema in Italia e’ dato dalla presenza di imprese inefficienti e dalla loro bassa produttivita’, in Europa siamo al terzo posto per il prezzo del latte alla stalla, dopo Cipro e Grecia (dovuto all’inefficienza delle nostre imprese). Insomma, siamo nella situazione in cui senza un sistema di quote latte e di prezzi interni mantenuti artificialmente elevati, vedremo sparire gran parte delle imprese produttrici italiane, perche’ piccole e inefficienti. Senza un cambiamento della struttura produttiva restera’ il problema in Italia, indipendentemente dalla quota a noi assegnata.

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Tags: Disinformati · Economia · Politica

1 commento in tutto ↓

  • 1 claudio // 22 ott 2009 alle 14:58

    Sono un operatore del settore agricolo da circa 29 anni. Non mi occupodi comparto zootecnico, ma ho nel cuore tutto il settore agricol a caudsa della grossa crisi che lo attanaglia.
    Purtoppo devo dissentire da quanto scritto perchè ci sono molte incongruenze sia nell’articolo sia in nelle notizie che ci vogliono far conoscere.
    Mi permetto di dire questo perchè sono decenni che le politiche agricole Italiane vengono gestite (nella Ns. Nazione ed in Europa) in modo del tutto sconsiderato. Le motivazioni vere mi sono sconosciute, le posso supporre ma si rischia di entrare nell’illazione.
    Le considerazioni e riflessioni che faccio sono le seguenti:
    se la Ns. esportazioni rappresentano il 4% del mercato mondiale e le importazioni sono il 9% è segno che produciamo una quantità insufficente di latte per i nostri bisogni. La domanda sorge spontanea :”perchè devo pagare una multa se il latte prodotto non basta alla Ns popolazione?”
    La risposta è piuttosto semplice nella sua complessità e la voglio riassumere con una semplice frase:” non abbiamo un peso politico in europa per le economie agricole in genere”.
    Credo anche che non siano soltanto le aziende piccole o poco strutturate ad inflazionare questo mercato ed a renderlo anti economico. Credo più che mai che ci sia una volontà da parte di qualche lobby che riesce ad influenzare questo comparto per fare pressioni politiche a livello Europeo affinchè vengano penalizzati gli agricoltori Italiani. Un esempio classico viene dal settore delle macchine agricole. Si è sempre preferito trovare accordi a livello Europeo o Mondiale per vendere le Ns. trattrici o aratri o carrelli sacrificando il settore produttivo agricolo. Un interscambio dovuto perchè una eventuale crisi dei mezzi meccanici avrebbe messo in discussione qualche migliaio di posti di lavoro. Oppure, per poter evitare la crisi dei mezzi si prendevano accordi per esportare macchine ed importare latte, carne, olio, zucchero ecc.
    Credo che seppur sbagliato il concetto degli aiuti ai produttori agricoli così come proposto dalle attuali PAC, è altrettanto vero che se non venissero aiutate le aziende agricole Italiane sparirebbero circa 700.000 posti di lavoro.
    Sono più propenso a dare un incentivo alle produzioni di qualità che ad accorpare terreni per ampliare e strutturare aziende agricole. Si ritornerebbe al tempo dei latifondisti e questo, se ben ricordo non è stato un bel periodo economico per le popolazioni o si espone il fianco a che deve investire capitali non proprio leciti come quelli che vengono dalla mafia. Ricordo che nel sud Italia molte aziende agricole con superfici di oltre 500/700 ha hanno qualche serio allacciamento con detto problema.

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