Tra stasera e domani i Paesi del G-20 si riuniranno a Washington per analizzare i dati e provare a dare risposte a questa crisi, facendo proposte condivise. L’economia e’ sempre un passo avanti alla politica, in questi anni le relazioni economiche tra i Paesi si sono intensificate, ma non altrettanto hanno fatto le relazioni politiche.
Le istituzioni internazionali, il G-7, il Fondo monetario internazionale (Fmi) e il Financial Stability Forum (Fsf) non sono riuscite ad assolvere un ruolo che i tempi avrebbero richiesto. Non per mancanza di regole, ma semplicemente perche’ queste istituzioni non sono strutturate in modo da assolvere questo ruolo.
Il G-20 quindi cerchera’ di adeguare queste istituzioni riformandone la struttura, i compiti e i poteri. Ma per farlo e’ necessaria la collaborazione tra i vari Paesi, una cooperazione politica che finora non si e’ vista. Si spera che l’emergenza la renda possibile. Purtroppo il problema e’ dato dal fatto che la politica finora non ha collaborato ne’ si e’ integrata per motivi egoistici poco lungimiranti, il desiderio di proteggere il proprio territorio, le proprie industrie, i propri lavoratori, preoccupata per l’integrazione economica a cui non sapeva adattarsi. La crisi rende necessaria la collaborazione, ma contemporaneamente fa crescere il desiderio di isolamento.
I Paesi emergenti
Una conclusione condivisa al G-20 e’ resa ardua anche da un’altra situazione. Si tratta infatti di un incontro allargato ai Paesi emergenti, che hanno difficolta’ e interessi diversi dai Paesi sviluppati. Hanno anche regole diverse, piani di sviluppo differenti, ecc. Si pensi che mentre nei Paesi sviluppati una crescita del Pil negativa e’ recessione, in Cina possiamo attualmente considerare recessione una crescita sotto l’8 per cento. Sotto un tale livello infatti entrerebbe in crisi tutto il sistema economico in Cina. Non sara’ facile quindi trovare un accordo per ridefinire la governance di queste istituzioni internazionali (G-7, Fmi e Fsf). Si veda quanto accaduto al negoziato del Wto sul commercio.
Le politiche fiscali
Questa crisi puo’ (anzi deve) essere affrontata mediante l’utilizzo di politiche fiscali, che saranno tanto piu’ efficaci quanto piu’ coordinate a livello internazionale. Se, come auspica Gordon Brown, i Paesi del G-20 dovessero raggiungere un accordo in tal senso, sarebbe un ottimo risultato. Ma anche in questo caso vi sono grossi ostacoli. Non tutti i Paesi possono permettersi politiche fiscali a sostegno dell’economia, si potrebbero dunque verificare fenomeni di free rider, “Paesi cicale” le cui economie vengono trainate dai contribuenti dei “Paesi formiche” (che e’ quello che voleva fare l’Italia proponendo un fondo sovrano europeo). Insomma, che qualcuno faccia il furbo e non paghi il biglietto per l’uscita dalla crisi.
I Paesi sviluppati pero’ non possono fare a meno dei Paesi in via di sviluppo per affrontare la crisi. Nel 2009 il Pil dei Paesi Ocse si contrarra’ dello 0,3 per cento, la sola Europa subira’ una contrazione del Pil dello 0,5 per cento. Europa e Stati Uniti vedranno crescere il tasso di disoccupazione, in Europa passera’ dal 7,4 del 2008 all’8,6 per cento nel 2009 e al 9 per cento nel 2010. In questa situazione l’Ocse suggerisce un intervento di politica fiscale. Ridurre le tasse per aiutare i consumi. Politica che l’Ocse preferisce di gran lunga agli investimenti in infrastrutture.
Quei rimedi peggiori dei mali
Al G-20 il padrone di casa sara’ George W. Bush, che ieri in un intervento sulla crisi finanziaria a Wall Street ha messo in guardia contro il rischio degli eccessi di regolamentazione che potrebbero essere controproducenti e costituire un freno:
George W. Bush
“la crisi non rispecchia un fallimento del mercato. E la risposta non puo’ essere quella di reinventare il sistema: dobbiamo risolvere i problemi attuali, rimettere le cose a posto e andare avanti rispettando i principi del libero mercato. Abbiamo davanti agli occhi risultati del sistema capitalistico rispetto ad altri sistemi e il trionfo del sistema capitalistico e’ provato al di la’ del tempo, della geografia della cultura. Sarebbe un errore consentire che alcuni mesi di crisi cancellino 60 anni di successi.”
Chi politicamente non ha nulla da perdere puo’ permettersi di dire la verita’. E’ giusto puntare sulla trasparenza del mercato, e’ possibile creare regole migliori per il mercato dei prodotti derivati (come i credit default swap), e’ indispensabile una riforma della Banca mondiale, del Fmi, del Fsf, del G-7, trovare un accordo per armonizzare le norme internazionali sui prodotti finanziari. Ma bisogna allontanarsi dall’idea che esistano regole in grado di eliminare l’instabilita’ e le crisi pur consentendo lo sviluppo. Se vogliamo mercati vivi, in grado di portare sviluppo, che assumano rischi per finanziare l’innovazione e le nuove idee, dobbiamo accettare il fatto che qualche volta le cose vadano storte. Con i mercati finanziari incatenati dalle troppe regole, potremmo non avere crisi finanziarie, ma non troveremmo mai nessuno che finanzi l’innovazione.


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