La crisi diventa sempre piu’ globale, e aumenta l’incertezza. Nell’incertezza diventa difficile capire come affrontare la crisi e gli Stati diventano impazienti e vogliosi di intervenire direttamente a ogni costo. Ma le cartucce sono poche, sparandole tutte a caso si rischia di non averne piu’ quando serviranno.
C’e’ chi si augura o crede che il peggio sia passato, ma il processo di deleveraging continua inesorabilmente, i tassi interbancari scendono (anche se di poco) in Europa, salgono nei Paesi emergenti e nell’Europa dell’est. Paesi come l’Ungheria, l’Ucraina e la Biellorussia (assieme al Pakistan) hanno chiesto aiuti al Fmi. E’ iniziata la fase tre della crisi. Una crisi iniziata nel settore bancario, con i governi subito pronti ai salvataggi, agli aiuti, poi la crisi si e’ spostata sull’economia reale, anche qui molti governi si dicono pronti agli aiuti, e adesso infine la crisi colpisce i Paesi.
Abbiamo avuto altre crisi, ma questa piu’ di altre e’ caratterizzata dall’incertezza, troppe variabili, troppo estesa. Gli interventi dei governi non stanno fermando la crisi, stanno solo attutendo i suoi effetti nei settori beneficiati dagli aiuti di Stato. Questo perche’ si tratta di interventi temporanei di carattere contingente, mentre i problemi sono strutturali. Senza interventi strutturali si corre il rischio che i piani di salvataggio vadano a sommarsi ad altri problemi creando un rischio-Paese.
Nella fase uno l’eccessiva leva finanziaria degli istituti di credito e il ricorso eccessivo al debito da parte delle imprese ne ha indebolito la struttura finanziaria. Quando le banche hanno dovuto fronteggiare la crisi di liquidita’ del sistema avevano una struttura patrimoniale non adeguata, sottocapitalizzata. Basti pensare che negli Stati Uniti (dove le banche erano piu’ esposte) il rapporto equity/asset nel migliore dei casi era di 1/15, ma vi erano anche situazioni estreme di 1/30.
Per questo motivo i Paesi dell’Ue hanno deciso di ricapitalizzare il sistema bancario, per alzare il Tier 1 capital ratio (al 9-10 per cento). Intervento su cui hanno optato anche gli Usa, dopo il primo infruttuoso piano da 700 miliardi di dollari. Perche’ il problema e’ la sottocapitalizzazione delle banche, non il possesso di “titoli spazzatura” in se.
Le banche italiane hanno una capitalizzazione in molti casi adeguata, ma, data l’incertezza della crisi il rischio esiste comunque. Anche perche’ e’ pur vero che in una situazione normale la situazione delle nostre banche sarebbe adeguata, ma in questa situazione non lo e’. Nel 2007 le prime cinque banche italiane avevano in media un Tier 1 ratio del 6,5 per cento e un Core Tier 1 ratio del 5,7 per cento. Queste stesse percentuali l’anno prima erano rispettivamente del 6,8 e del 6 per cento.
Ora si corre il rischio che le banche tentino di rafforzarsi contraendo il credito alle imprese, servono invece interventi sull’equity e dismissioni di attivita’ non necessarie. Qualcuno propone il riacquisto da parte del Tesoro delle partecipazioni delle banche in Bankitalia. Le banche italiane potrebbero quindi farcela da sole. Lo Stato deve essere un prestatore di ultima istanza, deve anche fare in modo che le banche tentino tutte le altre strade “di mercato” prima di chiedere l’intervento pubblico. In questo senso sono condivisibili le parole del Premier che invitava le banche a cercare nel mercato gli aumenti di capitale. Anche se il modo in cui l’ha detto lascia a desiderare. Infatti dicendo che “forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno dei vantaggi ad aumentare il proprio capitale, trovando naturalmente i mezzi sul mercato“, in realta’ creava ulteriore incertezza nel sistema bancario, insinuando l’esistenza di almeno due banche con un patrimonio insufficiente. Tanto e’ vero che le banche si sono affrettate a calmare le acque, Corrado Passera, anche a nome della “categoria” ha dichiarato:
Corrado Passera
“Noi pensiamo di avere una struttura patrimoniale adeguata e il piano d’impresa che stiamo realizzando la rafforzerà ulteriormente.”
Se malauguratamente dovesse essere necessario l’intervento statale, questo deve essere meno conveniente per il richiedente di un eventuale soluzione di mercato, deve salvaguardare l’autonomia del management (garantendo comunque severi controlli sul suo operato) e dev’essere temporaneo.
In Italia esiste un ulteriore motivo per cui e’ preferibile non vi sia l’intervento pubblico nelle banche, ed e’ dato dal rischio-Paese, come ho gia’ scritto, il rapporto debito/Pil oltre il 100 per cento fa si che il nostro rating AA/A+ influenzi negativamente quello delle banche in cui dovessimo intervenire. Creando uno svantaggio competitivo per loro, che si troverebbero a competere con banche di altri Paesi europei con una garanzia pubblica da tripla A.
Il nostro basso rating inoltre renderebbe costoso l’intervento pubblico, infatti se le banche dei Paesi con i conti pubblici in ordine con una garanzia pubblica AAA pagano al mercato uno 0,25 per cento oltre il tasso Euribor, le banche italiane con una eventuale garanzia pubblica AA/A+ (se non peggio) dovrebbero pagare al mercato l’1 per cento sopra l’Euribor.
I Paesi con i conti pubblici in ordine hanno un ulteriore vantaggio, infatti hanno strumenti in piu’ per fare interventi fiscali o di incentivi per aiutare le imprese e rilanciare i consumi. Anche noi, nel nostro piccolo (vista la situazione dei conti pubblici) dobbiamo intervenire in questo senso, per non incorrere in una crisi del sistema Paese.
- Appunti del Sabato #24 - 20/12/2008
- Giornalettismo #29 - 22/12/2008



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1 commento in tutto ↓
1 Appunti del Sabato #19 - Last K’s Voice // 15 nov 2008 alle 08:58
[...] le banche italiane si trovano nella complicata situazione che ho gia’ descritto in altre occasioni, situazione dovuta all’enorme debito pubblico dell’Italia. Ultimo articolo su [...]
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