Dopo il fallimento degli accordi Wto di Ginevra occorre intervenire per evitare sia un fallimento definitivo. Ora si comincia a scaricare la colpa gli uni sugli altri, l’Europa agli Usa e gli Usa a Cina e India. Mentre il direttore generale della Wto Pascal Lamy chiede di ripartire da dove si era interrotto il dialogo.
Stiamo vivendo un periodo di crisi economica mondiale, anche se non siamo ancora in recessione, le aperture agli scambi internazionali servono a superare le crisi, grazie al suo potere di stimolo alla crescita. Ma proprio in periodi di crisi, l’incapacita’ della politica di dare risposte immediate ai nuovi problemi dei cittadini fa si che il protezionismo venga visto come via di fuga e si cercano capri espiatori da indicare al popolo come causa di tutto.
Il Mondo sta cambiando, cambiano i suoi equilibri, per cui l’Asia, soprattutto Cina e India hanno sempre maggior potere potenziale. Potenziale perche’ in realta’ non sembrano ancora volersi assumersi il peso di questo potere. Nel frattempo le vecchie potenze non hanno piu’ la forza di un tempo, anche se si ostinano a non voler rinunciare alla loro posizione centrale.
Da queste due situazioni, la prima dovuta alla crisi e la seconda dovuta ai cambiamenti degli equilibri hanno determinato il fallimento a Ginevra. Cina e India per la prima volta in perfetto accordo hanno respinto le offerte provenienti da Stati Uniti ed Unione europea. La vera novita’ e’ il comportamento della Cina. L’India la si conosce per essere protezionista, la sua economia si regge sulla domanda interna, fatta eccezione per i settori tecnologici. La Cina invece dal 2001 (anno del suo ingresso nel Wto) ha sempre avuto una condotta orientata verso il libero scambio, contestando piu’ volte quelle clausole di salvaguardia tanto amate da Usa e Ue che in questo modo volevano proteggersi dalle merci cinesi applicando dei dazi.
Martedi’ invece la Cina si e’ convertita, promuovendosi a paladina dei Paesi emergenti e assieme all’India ha chiesto diritti di salvaguardia per i contadini dei Paesi non sviluppati se messi in difficolta’ dalle importazioni dai Paesi ricchi. In questo cambiamento ha giocato un ruolo fondamentale il boom inflazionistico dei prodotti agricoli, dovuti all’aumento della ricchezza, che ha fatto crescere la domanda e a un mercato troppo legato e protetto che non ha permesso all’offerta di adeguarsi alla domanda.
Fa male chi pensa che il fallimento dell’accordo sia una buona notizia per l’Europa, niente di piu’ sbagliato. Con la riduzione dei dazi ci avremmo guadagnato anche noi, ad esempio l’Italia dalle riduzioni dei dazi sulle importazioni di grano duro ci avrebbe guadagnato dai 50 ai 75 milioni di euro, mentre 66 milioni di euro li avremmo guadagnati con le esportazioni di vino negli Stati Uniti, grazie al dimezzamento dei dazi dal 20 al 10 per cento. E anche i dazi sui nostri prodotti esportati verso i Paesi emergenti sarebbero calati e ci sarebbero state forti limitazioni ai loro aumenti, favorendo in questo modo la nostra industria.
Non devono gioire neppure Cina e India. Il richiamo al protezionismo partito dall’Occidente e’ stato sentito anche in Asia, ed ha attecchito facilmente grazie alle tensioni dovute agli aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli. Ma il protezionismo aggrava il problema, causando ulteriori aumenti dei prezzi, perche’ la domanda interna continua a crescere mentre la produzione interna non e’ sufficiente a soddisfarla.
Non tutto e’ perduto pero’, l’accordo si puo’ recuperare, ma occorre che entrambe le parti prendano coscienza della nuova situazione e se ne assumano onori e oneri. Da una parte Europa e Stati Uniti indeboliti dalla crisi e con un peso sul mercato globale ridimensionato dalle nuove potenze asiatiche a cui non hanno quasi piu’ niente da offrire dovrebbero prenderne atto. Dall’altra parte Cina e India potrebbero avere un ruolo di primo piano nel dettare le nuove regole del gioco, ma non si assumono la responsabilita’ e sono ancora inesperte. Il dialogo era facile quando, pochi anni fa, non c’erano altre potenze, allora la cecita’ di Europa e Stati Uniti ha tenuto i negoziati bloccati, il tutto per salvaguardare il 2 per cento della forza lavoro attiva negli Usa e il 4 per cento in Europa. A tanto ammontano infatti i lavoratori del settore agricolo, che nonostante gli esigui numeri rappresentano una lobby con una enorme capacita’ di ricatto politico. Gli accordi si sarebbero dovuti concludere allora, da adesso in poi, in assenza di accordi multilaterali, sara’ sempre piu’ difficile, piu’ per noi che per la Cina.
La Cina infatti ha un potere contrattuale enorme, e lo usera’ per concludere accordi bilaterali per procurarsi le risorse naturali necessarie. Cosi’ il protezionismo che secondo alcuni ci avrebbe salvato dall’invasione dei prodotti cinesi, si sta ritorcendo su di noi e sulla nostra debolezza, non abbiamo nulla da offrire e resteremo in attesa di una proposta che verra’ da chi potra’ dettare le regole.
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2 commenti in tutto ↓
1 Tutti uniti contro la crisi, forse - Last K’s Voice // 14 nov 2008 alle 11:14
[...] Una conclusione condivisa al G-20 e’ resa ardua anche da un’altra situazione. Si tratta infatti di un incontro allargato ai Paesi emergenti, che hanno difficolta’ e interessi diversi dai Paesi sviluppati. Hanno anche regole diverse, piani di sviluppo differenti, ecc. Si pensi che mentre nei Paesi sviluppati una crescita del Pil negativa e’ recessione, in Cina possiamo attualmente considerare recessione una crescita sotto l’8 per cento. Sotto un tale livello infatti entrerebbe in crisi tutto il sistema economico in Cina. Non sara’ facile quindi trovare un accordo per ridefinire la governance di queste istituzioni internazionali (G-7, Fmi e Fsf). Si veda quanto accaduto al negoziato del Wto sul commercio. [...]
2 Claudio // 28 mar 2009 alle 15:40
La liberalizzazione dei mercati ha la resposnsabilità di aver riportato la schiavitù in Europa (fenomeno del precariato) .Per liberalizzare il mercato bisognava tener conto anche delle condizio dei lavoratori e dei loro salari, ciò non è stato fatto, la responsabilità e di alcune organizzazioni come WTO che è stata miope sulle condizioni dei lavoratori sia dei paesi emergenti che avanzati.
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