Com’era prevedibile la Fed ha lasciato invariati i tassi, niente aumento come aveva lasciato sperare/temere qualche settimana fa. Da noi in Europa invece la Bce annuncia che potrebbe esserci un aumento dei tassi gia’ dal mese prossimo. Un diverso modo di agire di fronte a due problemi comuni: crisi economica/finanziaria e rischio inflazione.
Negli Usa
Resta dunque fermo al 2 per cento il tasso sui fed funds e al 2,25 per cento il tasso di sconto. Nonostante fosse una decisione prevedibile, non e’ stata unanime, all’interno del Fomc (Federal open market committee), il comitato operativo della banca centrale degli Stati Uniti, Richard Fisher e’ stato l’unico tra i dieci membri a votare contro. Fisher e’ presidente della Fed di Dallas, e avrebbe preferito un aumento del costo del denaro, ma anche questo era prevedibile, infatti circa un mese fa un documento della Dallas Federal Reserve si diceva preoccupato per la debolezza del dollaro.
Tuttavia i tassi non sono neppure stati tagliati, si conclude in questo modo una lunga serie di tagli al costo del denaro iniziati alla fine della scorsa estate cominciati dopo la crisi dei mutui. Le speranze sono indicate in un comunicato stilato da Ben Bernanke che guida il comitato:
Ben Bernanke
“Il Fomc si aspetta che l’inflazione si moderi nel corso dell’anno e l’anno prossimo [...] Tuttavia, alla luce dei continui aumenti dei prezzi energetici e di altre materie prime e del livello elevato di alcuni indicatori delle aspettative inflazionistiche, resta alta l’incertezza sullo scenario dell’inflazione”.
Dunque l’incertezza sulla situazione della crisi economica e finanziaria che fino a poche settimane fa sembrava ormai diradata e in via di miglioramento torna prepotentemente a farsi sentire. Non si alza il tasso perche’ la crisi non e’ ancora finita e non lo si abbassa perche’ l’inflazione fa paura. Persistono i rischi di un ulteriore ribasso della crescita, anche se meno forti, almeno sembra, ma sono invece aumentati i rischi di un rialzo dell’inflazione e le aspettative inflazionistiche.
La decisione di non toccare i tassi e’ in linea con le esortazioni del Fmi e con le speranze del mercato, infatti i listini a Wall Street hanno incrementato i guadagni.
In Europa
In Europa l’inflazione fa piu’ paura a quanto pare, cosi’ Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, ha annunciato che a Luglio potrebbe operare un rialzo del tasso di interesse di un quarto di punto. La motivazione:
Jean-Claude Trichet
“necessario per confermare la nostra credibilita’. Ma non ho mai detto che questo ritocco sara’ il primo di una serie”.
Il rischio e’ che l’inflazione possa scatenare la spirale tanto temuta e dannosa, e se dovesse insinuarsi nella percezione della gente rafforzerebbe ulteriormente i rischi al rialzo per la stabilita’ dei prezzi. Viene dunque da domandarsi perche’ agitare continuamente lo spauracchio dell’inflazione se si teme che la gente possa percepirlo e agire di conseguenza alimentando le aspettative inflazionistiche e le richieste salariali e di altro genere che potrebbero dar vita alla spirale?
C’e’ anche un altro rischio, le fluttuazioni del mercato dei cambi possono avere conseguenze negative sull’economia internazionale e sulla stabilita’ finanziaria. Gli annunci quasi continui sui tassi alimentano queste fluttuazioni. Sempre a proposito dei mercati finanziari la Bce si dice pronta a “contribuire a fluidificare le condizioni dei mercati finanziari intorno alla fine del semestre” la Bce “ha sempre continuato a essere in prima linea per garantire la liquidita’“. Ma proprio questo fatto se da un lato da respiro al mercato, dall’altro crea una situazione artificiale che potrebbe esplodere lasciando solo uno scarno scheletro incapace di sopportare il peso della crisi.
La situazione economica e’ carica di incertezze, Trichet stesso ha paventato un possibile rallentamento. Preoccupazioni anche per il comportamento dei Governi nazionali, per quanto riguarda i conti pubblici:
Jean-Claude Trichet
“Sono preoccupato per i recenti segni di un rallentamento o anche inversione di marcia in termini di riforme strutturali e consolidamento fiscale [...] alcuni Paesi [devono] realizzare e mantenere delle posizioni solide per quanto riguarda i conti pubblici e ridurre il debito a livelli piu’ sostenibili [...] Le politiche strutturali mal pensate, le rigidita’ economiche e le politiche fiscali indisciplinate possono contribuire ad aumentare le pressioni inflazionistiche o il mantenimento dell’inflazione”.
E per quanto riguarda il petrolio:
“E’ mia convinzione che i mercati debbano funzionare nel modo piu’ trasparente ed efficiente possibile, ma non sono sicuro che il principale colpevole di quello che stiamo osservando sia la speculazione, quanto piuttosto un problema di offerta e domanda. Il problema principale, se ce n’e’ uno e’ che lo spostamento di risorse nei portafogli va principalmente a favore delle materie prime”.
Il ciclo insopportabile
Insomma, col dollaro debole si investe in petrolio e materie prime, questo accresce i prezzi non solo di questi beni ma anche di quelli a questi collegati, si crea cosi’ il rischio inflazione, la situazione strutturale di alcuni Paesi (nel caso specifico dell’Europa) fa si che il rischio sia piu’ concreto, la crisi finanziaria crea incertezza e perdite in questo mercato, ci si sposta quindi su petrolio e altre materie prime (e si torna a quanto gia’ scritto), Bce e Fed fanno annunci, i mercati reagiscono, le valute fluttuano, l’incertezza cresce, ecc. Se l’economia non si riprende questo gioco potrebbe durare troppo per essere sopportabile.
- Appunti del Sabato #24 - 20/12/2008



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