Una parte dell’economia, costituita dalle attivita’ legali di produzione di beni e servizi occultata dai fenomeni di frode fiscale e contributiva, fa parte della cosiddetta economia non osservata. Questa componente dell’economia e’ comunque compresa nella stima del Pil e negli aggregati economici. E’ quindi interessante vedere a quanto ammonta.
Questo dato viene compreso nel calcolo del Pil, cosi’ e’ richiesto dai criteri dell’Unione europea, in modo da rendere il dato confrontabile fra i vari Paesi Ue (su questo dato ad esempio si calcolano i contributi che gli Stati membri versano all’Unione). E’ dunque indispensabile effettuare un’accurata analisi del sommerso per poter realizzare una quanto piu’ corretta stima del Pil.
Proprio in questi giorni l’Istat ha pubblicato “La misura dell’economia sommersa nelle statistiche ufficiali”, contenente le stime, per il periodo 2000-2006, del Pil e dell’occupazione da attribuire alla parte di economia non osservata costituita dal sommerso economico. Questo tesoro sommerso non risulta nelle indagini statistiche registrate presso le imprese ne’ nei dati fiscali e amministrativi. Sono per questo dati non osservabili direttamente. Possono dividersi in quattro tipologie, attivita’ illegali, economia informale, sommerso statistico e sommerso economico.
Le attivita’ illegali sono o attivita’ proibite dalla legge o da attivita’ svolte da soggetti non autorizzati. Le attivita’ informali sono caratterizzate dall’assenza di rapporti di lavoro formali, sono attivita’ produttive legali svolte su piccola scala, con una ridottissima o inesistente divisione tra capitale e lavoro e in cui i rapporti di lavoro sono o tra familiari o tra amici comunque basati su un’occupazione occasionale, sommerse per via della loro caratteristica strutturale. Il sommerso statistico e’ invece originato dalla mancata registrazione di attivita’ legali a causa di deficienze del sistema di raccolta dei dati statistici.
Resta infine l’economia sommersa secondo criteri internazionali, che coincide con il solo sommerso economico, ossia tutte le attivita’ produttive legali svolte pero’ contravvenendo a norme fiscali e contributive al fine di ridurre i costi di produzione.
L’economia non osservata dev’essere contabilizzata nel Pil, tuttavia l’Italia e gli altri Paesi europei non considerano le attivita’ illegali per via dell’estrema difficolta’ di calcolo e dunque l’impossibilita’ di avere stime attendibili di questo aggregato.
Sommerso economico
E’ dunque interessante vedere quanto e’ il valore aggiunto del sommerso economico, quanto del dato del Pil e’ da attribuire al sommerso. Scopriamo cosi’ che nel 2006 il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso economico era compreso tra un minimo del 15,3 per cento del Pil (circa 227 miliardi di euro) e un massimo del 16,9 per cento (circa 250 miliardi di euro). Nel 2000, la percentuale minima era invece del 18,2 per cento (circa 217 miliardi di euro) e la massima del 19,1 per cento (circa 228 miliardi di euro).

L’economia sommersa tra il 2000 e il 2006 ha subito un iniziale considerevole incremento nel 2001 (nell’ipotesi massima il peso del sommerso e’ arrivato al 20 per cento del Pil) cui e’ seguita una fase decrescente del valore percentuale. Sia nel 2002 sia nel 2006 il valore aggiunto sommerso si e’ ridotto anche in termini assoluti.

E’ possibile analizzare il dato disaggregato, per poter ricondurre alle varie tipologie di frode fiscale e contributiva la stima del valore aggiunto. Nel 2001, quindi durante la fase espansiva hanno giocando un ruolo piu’ marcato le componenti non direttamente ascrivibili all’utilizzazione di lavoro irregolare, per cui la sottodichiarazione del fatturato ottenuto con occupazione regolarmente iscritta nei libri paga, il rigonfiamento dei costi intermedi, l’attivita’ edilizia abusiva, le locazioni in nero, a cui va aggiunto l’effetto della riconciliazione delle stime dell’offerta di beni e servizi con quelle della domanda, il peso complessivo di queste componenti sul Pil e’ passato dall’11,6 per cento del 2000 al 12,1 per cento del 2001. L’anno successivo, nel 2002 il peso della componente di valore aggiunto riconducibile all’utilizzo di lavoro non regolare (sia in termini assoluti sia in termini relativi) si riduce, principalmente per effetto della sanatoria di legge a favore dei lavoratori extra-comunitari occupati in modo non regolare (legge n.189 del 30 luglio 2002, ossia la Legge Bossi Fini). Questa sanatoria ha avuto “effetti di travaso” dal segmento di occupazione non regolare verso il segmento dei regolari anche nel 2003. A partire dal 2004 finiscono gli effetti della sanatoria relativa agli extra-comunitari e si stabilizza al 6,5 per cento del Pil il valore aggiunto imputabile al lavoro irregolare.
Nel 2002 si riduce anche il peso della parte non imputabile all’utilizzo di lavoro nero (sia in
termini assoluti sia relativi), passa dal 12,1per cento all’11,5 per cento. Il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso economico nel suo complesso riprende a crescere in termini assoluti tra il 2003 e il 2005, tuttavia il suo peso sul Pil risulta in calo. Nel 2006 riprende la riduzione (sia in termini assoluti sia in termini relativi) del valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso economico. Diminuzione dovuta alla componente di sommerso non attribuibile all’utilizzazione di lavoro irregolare.

I dati possono essere scomposti anche in base al settore di attivita’ economica. Interessante notare le differenze tra il 2000 e il 2006. Si parte dal 2000 quando risultava sommerso in agricoltura il 29,7 per cento del valore aggiunto, nell’industria il 14 per cento e nel terziario il 23,2 per cento. Mentre nel 2006 risultava sommerso in agricoltura il 31,4 per cento del valore aggiunto, nell’industria il 10,4 per cento e nel terziario il 20,9 per cento. Tenendo sempre presente che il valore del terziario e’ comunque calmierato dal fatto che nel settore pubblico non esiste il fenomeno del sommerso.

Lavoro non regolare
Le prestazioni lavorative non regolari sono quelle svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale-contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative. Come ad esempio le prestazioni lavorative: continuative svolte non rispettando la normativa vigente; occasionali, svolte da persone non attive in quanto studenti, casalinghe o pensionati; svolte dagli stranieri non residenti e non regolari; plurime, cioe’ le attivita’ ulteriori rispetto alla principale e non dichiarate alle istituzioni fiscali.

Possiamo anche vedere il tasso di irregolarita’ delle unita’ di lavoro per settore di attivita’ economica.

Il dato del lavoro non regolare puo’ essere scomposto anche in: irregolari residenti, ossia gli occupati che si dichiarano nelle indagini presso le famiglie ma non risultano presso le imprese; gli stranieri non regolari e non residenti che, in quanto tali, non sono visibili al fisco e sono esclusi dal campo di osservazione delle indagini presso le famiglie; le attivita’ plurime non regolari, stimate con metodi indiretti per cogliere il lavoro degli indipendenti in settori sensibili alla non dichiarazione dell’attivita’ produttiva (trasporti, costruzioni, alberghi e pubblici esercizi).

Notiamo subito che gli irregolari residenti crescono nel tempo, passano da 1 milione e 540 mila unita’ di lavoro nel 2000 a circa 1 milione e 614 mila nel 2006. Aumenta anche la loro importanza nell’ambito del lavoro non regolare (dal 49,5 per cento al 54,4 per cento) perche’ si riduce il ricorso ai lavoratori stranieri non residenti da parte delle imprese. Gli stranieri irregolari non residenti nel 2006 costituiscono circa 352 mila unita’ di lavoro, in notevole calo rispetto al 2000 quando erano circa 656 mila tuttavia in crescita rispetto al 2003 (quando erano circa 114 mila). Le attivita’ plurime non dichiarate hanno una crescita sostenuta, passano dalle 915 mila unita’ di lavoro nel 2000 a poco piu’ di 1 milione nel 2006.
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