Si discute ormai da Ottobre scorso (quando il governatore della Banca d’Italia ha lanciato l’allarme) del fatto che i salari in Italia sono troppo bassi e che il potere d’acquisto negli ultimi dieci anni si e’ ridotto (anche se prima del 1997 il potere d’acquisto era cresciuto piu’ in Italia rispetto a molti altri paesi europei). E il colpevole viene unanimemente identificato nelle tasse sul lavoro.
Come prova di colpevolezza vengono indicati i dati dell’Ocse, molti danno quindi gran parte di responsabilita’ al cuneo fiscale, ovvero alla differenza tra costo del lavoro e salario netto. Pero’ basta una semplice correlazione tra salari netti e oneri fiscali per scoprire che in realta’ la relazione e’ piuttosto debole. Infatti:
- in Francia i lavoratori hanno un salario senza carichi familiari a parita’ di potere d’acquisto e oneri fiscali di 25.532 euro e 49,2 per cento;
- in Germania i lavoratori hanno un salario senza carichi familiari a parita’ di potere d’acquisto e oneri fiscali di 28.453 euro e 52,2 per cento;
- in Italia i lavoratori hanno un salario senza carichi familiari a parita’ di potere d’acquisto e oneri fiscali di 19.850 euro e 45,9 per cento.
Tutti se la prendono col cuneo fiscale perche’ si discute molto in questo periodo delle tasse considerate troppo elevate, per cui trovare lo stesso colpevole anche in questa situazione semplifica la campagna elettorale.
Ma si commettono due errori. Prima di tutto il cuneo fiscale non e’ da considerare propriamente fiscale, infatti la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta non e’ imputabile solamente alle trattenute fiscali, ma anche ai contributi sociali e previdenziali.
I contributi sociali sono assimilabili a premi assicurativi e sono finanziati in gran parte dalla tassazione generale e solo in piccola parte dalla busta paga e non solo con i relativi contributi trattenuti in busta paga.
I contributi previdenziali in un sistema pensionistico di tipo contributivo non sono tasse, ma una componente differita della retribuzione, che verra’ pagata sotto forma di pensione.
L’unica componente del cuneo fiscale ad essere cresciuta, almeno per una parte di lavoratori, e’ quella dei contributi previdenziali: da meno del 5 per cento della retribuzione di base al 15,84 per cento per gli apprendisti, dal 10 al 24 per cento per i parasubordinati, che prospetticamente arriveranno al 26 per cento nel 2010. Tutto cio’ per garantire pensioni piu’ dignitose a milioni di lavoratori, e soprattutto un trattamento meno discriminatorio nei confronti dei dipendenti, per i quali l’aliquota contributiva e’ rimasta in questi ultimi dieci anni fissa al 33 per cento.
L’altro errore e’ che si leggono male i dati dell’Ocse che in realta’ dicono che in Italia, tra i lavoratori dipendenti, il cuneo fiscale non e’ affatto cresciuto, anzi, e’ addirittura calato leggermente: per una famiglia mono-componente senza figli con retribuzione media si e’ passati dal 46,4 per cento del 2000 al 45 per cento del 2003, per poi risalire al 45,9 per cento attuale. Dunque, se in Italia le retribuzioni non sono cresciute a sufficienza non e’ “colpa” del cuneo fiscale.
Per trovare il vero colpevole si pensi semplicemente ad un dato, che e’ quello della bassa produttivita’ del lavoro in italia.
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