Solo altre due volte dal dopoguerra l’Italia e’ “caduta” in recessione.
La prima volta fu nel 1975, con la crisi petrolifera che colpi’ il mondo, fu un duro colpo all’offerta e alla domanda.
Il PIL allora scese del 2% circa, la caduta fu mondiale, in Europa come in America.
La seconda volta, nel 1993, il PIL italiano si ridusse dello 0,9 per cento, in linea col resto d’Europa, la crisi era limitata al vecchio continente. La causa fu il crollo dello SME sotto gli attacchi speculativi portati alla lira e alla sterlina. Questo crollo determino’ una generale crisi di fiducia che fece crollare la domanda, una crisi di fiducia che spense le propensioni alla spesa.
Torniamo al 2005, un anno che probabilmente vedra’ l’economia per la terza volta con “segno meno”.
Quindi riepilogando:
- 1975 crisi mondiale;
- 1993 crisi europea;
- 2005 crisi italiana.
A cosa e’ dovuta questa recessione “fatta in casa”? C’e’ una crisi di fiducia, che ha una componente europea (tensione tra Paesi, liti sul Patto di stabilita’, rifiuto della Costituzione in Francia e Olanda, contrapposizioni sulla politica agricola comune). Ma la crisi dell’economia italiana non nasce da questi problemi.
Lo stallo (se non l’arretramento) del sistema produttivo italiano e’ una questione di offerta, non di domanda. L’attuale crisi di competitivita’ italiana, e’ ben piu’ seria di quella del 1993. L’ingresso dell’euro (dal 1999) ha fissato il cambio costringendo le imprese italiane a tenere sotto controllo i costi unitari (agendo sui salari o sulla produttivita’ o su entrambi), pena la perdita di competitivita’.
Allo stesso tempo, l’ingresso nell’economia di mercato di tre miliardi di persone ha drasticamente alterato l’ambiente competitivo, con una fortissima concorrenza su quei comparti in cui si concentrava la specializzazione italiana.
C’e’ stato un vero e proprio “impegno” da parte dell’Italia per cadere in recessione. La politica economica non ha riconosciuto che il problema dell’economia italiana era nell’offerta e non nella domanda, un problema di competitivita’ e le risorse disponibili dovevano essere dirette a facilitare la ristrutturazione dell’offerta, non a sostenere i consumi con tagli alle imposte personali.
Vi e’ stata poi una politica allegra della spesa pubblica (dal 2001 al 2004 la quota di spesa corrente primaria e’ aumentata di un punto e mezzo in quota di PIL, bruciando il “dividendo dell’euro”, la riduzione della spesa per interessi).
Cosi’ la recessione del 2005 restera’ una triste pagina nella storia economica del dopoguerra, spero almeno che serva da lezione.
- Appunti del Sabato #24 - 20/12/2008



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