Sono passati 19 mesi dal varo, avvenuto nel settembre 2003, vediamo di “tirare le somme”.
Notizia di questi giorni, un’indagine effettuata dall’Associazione Direttori Risorse Umane (un network presente in 1.250 aziende medio-grandi) su un campione composto da 66 imprese con circa 80 mila addetti, mette in luce che “la legge Biagi sulla flessibilita’ del lavoro e’ poco utilizzata dalle aziende”.
La ricerca sara’ illustrata sabato a Firenze, al primo Congresso Risorse Umane & Organizzazione promosso da la Repubblica-Somedia.
L’indagine mette in luce che il 64% dei direttori del personale considera la legge Biagi “non facile da applicare” mentre per il 58% “ha dato pochi risultati” e per il 48% “crea precarieta’”.
Naturalmente vi sono anche considerazioni positive: il 77%, infatti, sottolinea come il provvedimento “aumenti la flessibilita’ aziendale”; un altro 61% sostiene che “risponde alle esigenze delle aziende” mentre per il 63% non ci sono dubbi: “Favorisce nuovi posti di lavoro”.
Paolo Citterio (presidente dell’Associazione Direttori Risorse Umane) osserva: «In effetti dall’indagine emerge una sorta di strabismo culturale-operativo, da una parte, infatti, i dirigenti del personale parlano bene della legge Biagi che per il 53% ha introdotto innovazioni sul mercato del lavoro. Dall’altra, pero’, la utilizzano poco e il 48% sottolinea che per applicarla c’e’ bisogno dell’aiuto di soggetti esterni».
Analizziamo nel dettaglio, vi sono due formule maggiormente utilizzate: il lavoro interinale che nei prossimi 12 mesi sara’ adottato dal 79% degli intervistati (verranno assunti 1.650 addetti) e il lavoro a progetto che nel 2004 e’ stato utilizzato dall’85% dei direttori del personali. Si tratta di un sistema che sostituisce il modello delle collaborazioni coordinate e continuative con le collaborazioni continuate su progetto.
Continua Citterio dicendo che pero’ va registrato “l’interesse discreto e crescente” per lo staff leasing (personale a tempo indeterminato messo a disposizione dalle agenzie del lavoro per settori come i servizi generali, informatica, consulenza, ecc) adottato dal 17% delle imprese. Un po’ meglio anche per il distacco da un’azienda all’altra impiegato nel 48% dei casi per un totale di 182 lavoratori.
Allora il vero flop della legge si trova nel job-sharing, anche detto “lavoro ripartito” e ben illustrato dall’immagine di “una poltrona per due”. Ebbene il 94% dei direttori del personale non utilizzera’ questo istituto e solo l’1,5% e’ sicuro di farlo. Stesso discorso per il “lavoro a chiamata” o job on call, che prevede un’indennita’ di disponibilita’ per coloro che si tengono pronti alla chiamata. Solo il 12% degli intervistati ricorrera’ infatti nei prossimi dodici mesi a questo sistema di reclutamento per un totale di 561 unita’. Citterio prevede che «quando, come avviene gia’ in Francia, la normativa per le imprese sara’ piu’ facile, il job on call avra’ un forte sviluppo».
Lucio Fumagalli, amministratore delegato di Accenture HR Service, numero uno italiano nell’outsourcing del personale con 120mila dipendenti amministrati dice che: «Non solo per la Legge Biagi ma un po’ per tutto il nostro sistema si vogliono raggiungere gli obiettivi senza i necessari raccordi fra il momento legislativo e quello operativo e amministrativo».
Concludendo, la legge Biagi manca di regolamenti efficaci e ha degli aspetti poco chiari.
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