La situazione economica negli USA e’ troppo complessa per poter essere definita semplicisticamente “crisi”. La “crisi” e’ di un modo di vivere l’economia incentrata sui consumi e sull’isolamento decisionale, e come presupposto la stabilita’ se non addirittura la crescita economica e sociale.
Gli USA sono convinti di essere i migliori e poter fare a meno degli “altri” [articolo citypages e articolo repubblica].
Ma la crisi e’ gia’ in una fase di stabilizzazione, infatti grazie al dollaro “debole” e ad una prossima ripresa dei consumi (se accompagnata da una stabilizzazione del tasso ufficiale di sconto) potranno riprendersi.
Tra queste tre variabili ce n’e’ una piuttosto dubbia, il tasso ufficiale, gli USA preferiscono non mettere “paletti” monetari, ricorderete come le manovre sul tasso ufficiale siano piuttosto frequenti rispetto all’Europa (1).
Allora si puo’ intervenire in un altro modo, investendo in Stati con un grande potenziale represso (da dittatura ed embargo magari), dove vi sono materie prime, principalmente risorse energetiche.
Ora, serve liberarlo dalla dittatura e portare la pace, magari non totale, altrimenti si rendono indipendenti e ci buttano fuori.
Quindi deve essere un paese con all’interno varie etnie o fazioni in disaccordo tra loro.
Ed ecco delineato il profilo dell’Iraq.
La ritardata pacificazione dell’Iraq che doveva rimanere in subbuglio per i piani USA, ma non cosi’ esagerato, ritarda anche la ripresa USA che ha tutte le intenzioni di fare dell’Iraq una redditizia “societa’ per azioni” quasi tutta in mano USA.
Come al solito hanno pero’ fatto i conti senza pensare al resto del mondo (basti pensare all’enorme quantitativo di armi ed esplosivo che viene portato in Iraq con la complicita’ di Paesi confinanti), quindi credo che dovranno accontentarsi di molto meno e molto piu’ tardi, e dovranno togliersi di dosso la loro boria e chiedere una “mano” agli altri Paesi industrializzati (sconsiglio la Cina che ha ben altre intenzioni).
(1) In Europa abbiamo una politica monetaria inversa, la BCE (figlia della Bundesbank) ha una politica incentrata al contenimento dell’inflazione (incubo della Germania) e quindi tiene fermo il tasso ufficiale di sconto.
Questo pero’ fa si che l’altra grande variabile, l’occupazione, venga messa a rischio.
Pero’ la disoccupazione puo’ essere combattuta con investimenti pubblici e privati e con una politica di flessibilita’ del mercato del lavoro. Ora con la “crisi” economica e’ tutto bloccato o quasi, ma bisogna almeno non fare scelte sbagliate [Povera Italia].
Inoltre l’inflazione si e’ fatta sentire (soprattutto in Italia, patria dei furbi-imbroglioni) in un modo subdolo, ossia approfittando del cambio di moneta c’e’ stato un aumento generalizzato e non controllato dei prezzi dei beni.


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1 commento in tutto ↓
1 Sandro kensan // 3 giu 2005 alle 13:53
Si vede che il tuo prof non era Buddhista
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