[ l k v . i t ]
Impresa e societa'
01-10-2003
Maria
Martelli
[<--]

1. Premessa

La descrizione delle problematiche sulla responsabilita' sociale dell'impresa e, piu' in generale, sui rapporti tra impresa e societa' in un saggio breve che pero' non sia superficiale o, peggio, erroneo rende indispensabili varie precisazioni preliminari. Qui ci si limita a evidenziarne solo alcune:

  1. trattare qualsiasi tema sulle imprese in modo unitario e' sempre arduo, posto che "l'universo" composto da tali entita' e' estremamente diversificato per loro dimensione, natura giuridica, comparto di appartenenza, grado di efficienza ed efficacia e vari altri elementi distintivi. D'altro canto, e' qui impossibile, e per vari aspetti sarebbe superfluo, fare riferimento a tali differenziazioni, ragione per la quale la trattazione deve riferirsi in generale all'intero insieme delle imprese, tutte considerate secondo carattei risultanti prevalenti o molto diffusi pur si di tali caratteri alcune di esse siano invece prive;
  2. l'analisi proposta e' di prima approssimazione posto che ogni approfondimento richiederebbe uno "spazio" ben superiore a quello disponibile. Ne consegue che risulta incombente il rischio di carenze di specificazioni e "distinguo" che pure sarebbe necessario proporre;
  3. l'approccio che si utilizza e' di tipo cognitivo. Ci si propone, in altri termini, di descrivere fenomeni accertati e non di prospettare soluzioni ritenute congrue. Ovviamente, anche a tal proposito si corre il rischio di essere trascinati dalle proprie predilezioni e, quindi, di attenuare la costante adesione ai fatti. E' certo, comunque, che si intende impegnarsi a che cio' non accada.

Nonostante le precedenti precisazioni, non si reputa, tuttavia, di poter evitare qualche cenno in merito alla concezione dell'impresa cui ci si riferisce.

L'entita' che nel seguito si denomina impresa e' un'organizzazione formale, cioe' finalizzata, che puo' assumere configurazioni e caratteri estremamente diversificati, ma in ogni caso e' una "collettivita' di soggetti umani che insieme svolgono attivita' di produzione di beni e/o servizi per il mercato", avendo come prospettiva inderogabile il conseguimento del "premio del mercato" (la predilezione dei clienti) o la minaccia di "punizione dello stesso" (l'uscita dal mercato).

I soggetti umani che compongono l'impresa si distinguono in vario modo e, tradizionalmente, nelle due categorie: i detentori del diritto di proprieta' del capitale (1) e i lavoratori.

Tuttavia, sia la definizione di impresa, quale organizzazione, sia la precedente considerazione, fa emergere con evidenza quanto sia incongrua l'espressione "proprietario del capitale dell'impresa": come si indica in seguito, non e' oggi escluso che in quest'ultima espressione possano rientrare anche taluni lavoratori-risparmiatori.


(1) A loro volta - come e' noto - nelle grandi societa' di capitali i detentori dei diritti di proprieta' sul capitale si distinguono in detentori di capitale di comando e detentori di capitale controllato.

2. Missione e finalita' dell'impresa

In tema di studi d'impresa, i teorici si sono nel tempo applicati, da un lato, a comprendere le regole di funzionamento e, dall'altro, a spiegarne le ragioni dell'esistenza (missione) e le finalita'.

Si tratta di questioni di rilievo per le quali l'analisi e' partita dalla teoria della massimizzazione del profitto per addivenire alle moderne teorie degli stakeholders e a quelle che trattano delle responsabilita' sociale dell'impresa: in proposito, pare opportuno comprendere preliminarmente se detti filoni teorici siano in sostanziale contrasto fra di loro o non costituiscano invece forme adatte di un ragionamento univoco e coerente, che nel tempo abbia dovuto farsi carico di importanti cambiamenti istituzionali.

Per affrontare l'argomento occorre richiamare il noto postulato dell'economia politica (postulato dell'efficienza) per il quale il raggiungimento di uno scopo deve basarsi sull'utilizzazione minima di risorse necessarie, esclusivamente cioe' sulle sole risorse necessarie e sufficienti, o, alternativamente, come a parita' di risorse impiegate debba necessariamente attendersi il massimo risultato. Si tratta di un precetto proprio di un sistema economico, il quale puo' essere definito tale avendo riguardo alla quantita' e qualita' di risorse produttive di cui dispone, che, per definizione, devono essere limitate.

Nella storia dell'umanita', due distinte forme di sistema economico hanno trovato compiuta sperimentazione (2): quella propria delle economie occidentali, vale a dire delle c.d. economie di mercato, e quella che ha dato luogo all'economia centralizzata, concretamente manifestatasi nei Paesi di ideologia comunista.

La sostanziale differenza che corre tra i due opposti sistemi e' da ricercarsi, come tutti sanno, nella circostanza per la quale nelle economie centralizzate la destinazione produttiva delle risorse disponibili e' stabilita dall'organismo decisionale centrale, che pianifica la produzione, la qualita' e quantita' dei beni destinati al consumo, le produzioni destinate allo sviluppo del sistema e, per quanto attiene alla sfera materiale dell'esistenza, la qualita' della vita dei cittadini. La sola razionalita' di cui abbisogna un sistema centralizzato sarebbe quindi quella da attribuirsi agli agenti che pianificano la produzione e lo sviluppo, ispirandosi ad obiettivi di interesse generale. In tale contesto, non hanno rilievo istituti quali l'impresa e il diritto di proprieta', di cui il sistema non ha necessita' stante l'opera di supplenza praticata dai pianificatori.

Nelle economie di mercato, tale competenza generalizzata attribuibile al pianificatore non esiste e, comunque, non verrebbe riconosciuta. Ne consegue che il sistema deve essere necessariamente dotato di una regola che consenta l'ordinato e non distruttivo utilizzo delle risorse produttive di cui si dispone.

Tale regola e' identificabile nel funzionamento, all'interno del sistema, della concorrenza fra i diversi soggetti che ambiscono ad utilizzare a fini produttivi le risorse disponibili.

Prescindendo qui dal considerare le modalita' mediante le quali la concorrenza si manifesta all'interno dei sistemi economici e le varie forme di intervento volte, da un lato, a preservare la potenziale efficacia ordinatoria che le e' propria, e, dall'altro, a prevenire gli effetti non desiderati che potrebbero manifestarsi (3), preme rilevare che il regime competitivo dei mercati prevede che le imprese, e per esse gli imprenditori, che siano proprietari o gestori professionali, debbano risultare legittimate all'acquisizione delle risorse produttive scarse di cui dispone il sistema.

Tale legittimazione viene ad essere delineata nel postulato prima dichiarato, vale a dire nel principio per il quale hanno facolta' di accedere alle risorse produttive disponibili ma scarse i soggetti che le utilizzano nel modo migliore possibile.

Ci si rende conto che far riferimento al "modo migliore"(4) per utilizzare le risorse del sistema costituisca una semplificazione eccessiva delle questioni che afferiscono alle conseguenze delle scelte operate dalle imprese; tuttavia, ancora una volta invocando esigenze di linearita' e semplificazione del ragionamento proposto, occorre riconoscere che la predizione di possibile esclusione dal mercato per difetto di efficacia della gestione dell'impresa costituisce un'ottima regola per procedere all'assegnazione di risorse scarse all'interno di un sistema economico. In considerazione di cio', l'impresa competitiva risulta essere, tra l'altro, entita' funzionale all'ordinato operare della democrazia economica.

Allorquando l'imprenditore si identifica con il proprietario del fattore produttivo costituito dal capitale di rischio, e doveva contrattare sul mercato le condizioni di disponibilita' del fattore lavoro, il principio di massimizzazione del profitto (ovvero quello dell'ottenimento del profitto soddisfacente) costituiva un formidabile strumento di riconoscimento e valutazione della legittimazione dell'impresa ad accedere alle risorse del sistema. Essa era maggiore quando il profitto era superiore al livello considerato normale, e non appariva comunque discutibile nei casi in cui esso avesse raggiunto solo la misura di equilibrio. Cio' perche' le altre risorse onerose necessarie per la produzione venivano ad essere soddisfatte prima della determinazione del profitto conseguito, che risultava essere al netto degli oneri fiscali, del costo del lavoro, degli oneri sul capitale di credito. La realizzazione del profitto segnalava, quindi, che le risorse produttive erano state utilizzate in modo appropriato, vale a dire tale da conseguire non solo la ricostruzione, essendosi cosi' scongiurato ogni spreco, ma anche l'accrescimento, qualitativo e quantitativo, della loro consistenza.

Appare utile qui fissare un primo punto acquisito per il tramite del ragionamento presentato: l'impresa risulta essere entita' necessaria perche' strumentale all'assegnazione delle risorse produttive all'interno di un sistema fondato sull'economia di mercato; la regola competitiva che governa l'esistenza delle imprese assicura, infatti, l'utilizzazione ottimale (o soddisfacente) delle risorse disponibili, che non si intende vengano assegnate sulla base di poteri coercitivi. Il profitto conseguito dal sistema misura l'evoluzione della ricchezza disponibile.


(2) Le due tesi contrapposte citate nel testo in modo evidentemente schematico, sono indicate in teoria, rispettivamente, con le espressioni "individualismo metodologico" e "centralismo collettivista". Ovviamente, come noto, varie forme intermedie di sistema economico hanno trovato e trovano applicazione nei diversi Paesi, riconoscibili in base alle distinte modalita' e incisivita' dell'intervento pubblico nell'economia che in ciascuno di essi vengono praticate; tuttavia, la loro considerazione, ai fini dell'argomentazione che si vuole sviluppare, appare quasi superflua.
(3) Desiderabilita' che viene ad essere nel tempo qualificata dagli organi preposti al governo di ciascun sistema-Paese.
(4) Il premio Nobel per l'economia Herbert Simon ha fornito contributi essenziali per la sostituzione della tesi del "modo migliore" con la tesi del "modo soddisfacente".

3. Separazione tra proprieta' e gestione

Nel tempo, sono venuti manifestandosi alcuni fenomeni di vasta portata sociale che e' opportuno richiamare brevemente. Ancora una volta il ragionamento verra' a essere molto semplificato e, con riguardo a detti fenomeni, si fara' solo cenno, da un lato, alla separazione poi intervenuta tra proprieta' e responsabilita' di gestione dell'impresa; dall'altro, alla diffusione della proprieta' del capitale.

Risalgono ai primi decenni del secolo scorso gli studi di economisti di impresa che posero l'attenzione sugli effetti della rilevata separazione del controllo societario e della responsabilita' della gestione dalla proprieta' del capitale. Si trattava della presa d'atto dell'avvento di una rivoluzione sociale; essa, nella teoria dell'impresa, veniva affrontata in termini di mutati obiettivi attribuibili alle aziende, stabilendo come la ricerca dello sviluppo risultasse prevalente sulla massimizzazione del profitto e degli obiettivi di profitto dovessero essere ricondotti al rango di vincoli da rispettare nella progettazione della crescita delle imprese.

Tuttavia, pur dovendosi riconoscere che le dimensioni e la crescente complessita' che caratterizzava le imprese fin dall'inizio del secolo scorso (almeno nella piu' significativa economia di mercato del mondo occidentale, quella realizzata nei Paesi anglo-sassoni) hanno certamente contribuito a determinare la necessita' di portare competenze manageriali specialistiche ai massimi livelli di responsabilita' aziendale, non si puo' non cogliere come la separazione della responsabilita' di gestione delle imprese dalla proprieta' possa avere costituito la risposta organizzativa al principale problema che in allora si poneva nel sistema capitalistico. Ci si riferisce alla questione costituita dal confronto durissimo che era nel tempo venuto instaurandosi tra portatori del capitale e portatori della risorsa produttiva costituita dalla forza lavoro. Si e' visto in precedenza come, fin dall'origine, stante la regola competitiva che consentiva alle imprese di accedere o meno all'utilizzazione delle risorse del sistema, la principale trattativa (5), che esse con continuita' dovevano portare avanti, riguardava proprio le condizioni di utilizzazione della manodopera.

Si deve tenere conto del fatto che all'inizio del secolo scorso sulla sostenibilita' sociale della proprieta' privata dei mezzi di produzione si era creata nel mondo una profonda divergenza di opinioni, che aveva portato all'istituzione di regimi collettivistici in tutta l'Europa dell'Est.
Nel mondo occidentale, la questione veniva affrontata con relativa maggior moderazione in termini di confronto sociale, talvolta dai risvolti durissimi, che trovava manifestazione all'interno delle imprese (6).

Appare non irragionevole ritenere che il trasferimento del controllo e della responsabilita' di gestione delle imprese dai proprietari del capitale ad operatori professionali possa aver costituito, nei sistemi ad economia di mercato, una modalita' per comporre una risposta politica alla questione del confronto tra capitale e lavoro. Si trattava, come in precedenza accennato, di una soluzione organizzativa che attraverso la sostituzione dei diretti rappresentanti della proprieta' con amministratori professionali, tendeva a far si' che emergesse il contenuto tecnico che doveva essere posto a base del confronto fra le parti (datori di lavoro e lavoratori), vincolandolo a riferimenti e parametri di matrice aziendale e di mercato, quindi tendenzialmente oggettivi o, almeno, presunti tali, con l'eliminazione di ogni componente personalistica ed ideologica.

Ma cio' non bastava; affinche' nelle trattative sindacali le argomentazioni degli amministratori professionali risultassero convincenti e al contempo potessero assicurare un'adeguata tutela dell'interesse dell'impresa, alla quale i capitalisti che in essa avevano investito non intendevano certo rinunciare, occorreva che venisse individuata la modalita' per controbilanciare la forte attenuazione che doveva venire attribuita alla capacita' dell'impresa di conseguire il profitto. Infatti, era proprio sulla distribuzione del profitto che si incentrava lo scontro sociale, stante la sua natura residuale per la quale esso risultava, a parita' di altri costi, disponibile per il capitalista dopo che fossero stati sostenuti i costi per il lavoro.

In tale ottica, gli oneri da sostenere per lo sviluppo risultavano essere la modalita' naturale per utilizzare i profitti delle imprese, stante che nessuno, nemmeno il piu' intrasigente dei rappresentanti dei lavoratori, avrebbe lamentato il perseguimento di obiettivi di crescita dell'impresa stessa pur se a scapito di maggior profitto. La massimizzazione del profitto perdeva cosi' la sua capacita' di identificare e misurare la performance dell'impresa ed acquisivano ampio seguito le teorie comportamentistiche e le teorie manageriali.

Occorre non essere fuorviati da tale stato delle cose: per fronteggiare le richieste della forza lavoro, che pretendeva una partecipazione crescente ai frutti della produzione, si veniva sostituendo l'obiettivo di profitto dell'impresa con quello dello sviluppo, dando tuttavia soddisfazione sufficiente ad entrambi i contendenti. I lavoratori ottenevano, compatibilmente con il livello di profitto realizzato, qualche incremento salariale, sotto forma monetaria o di miglioramento delle condizioni di occupazione, unitamente alla prospettiva, socialmente molto apprezzabile, di crescente occupazione resa possibile dallo sviluppo cercato; i capitalisti, a fronte di piu' contenuti dividendi, ricevevano maggiore ricchezza costituita dal crescente valore delle loro aziende e da maggior potere.

Il progredire del sistema, cui seguiva necessariamente l'elevazione del tenore di vita della popolazione, aveva si' dato avvio alla rinnovata identificazione degli obiettivi delle imprese, nel senso illustrato in precedenza, ma, come gia' accennato, aveva nei fatti avviato una vera e propria rivoluzione sociale, che e' ancora oggi in corso.


(5) L'altra alternativa in cui erano impegnate le forze imprenditoriali era quella con lo Stato per la realizzazione delle attivita' di sua competenza e la correlata imposizione fiscale. Si trattava (e si tratta) di negoziazione che aveva luogo in modo indiretto, secondo le vie proprie della politica, accompagnando lo sviluppo del sistema produttivo.
(6) Nei medesimi anni si affermava la teoria keynesiana che attribuiva allo Stato il parziale controllo del sistema economico mediante il ricorso ad appropriate politiche monetarie e della spesa pubblica.

4. Diffusione della proprieta' del capitale

Alla situazione descritta, nella quale la gestione manageriale delle imprese aveva frapposto al conseguimento del profitto obiettivi alternativi, in particolare quello dello sviluppo, venne nel tempo combinandosi il verificarsi di un altro fenomeno. Si tratta dell'ampia partecipazione al capitale delle imprese da parte dei risparmiatori (7), fenomeno che e' andato sempre piu' diffondendosi, e che ha contribuito al processo di attuazione della democrazia economica e politica nei Paesi occidentali (8).

La circostanza che sia profondamente mutata nel tempo la base sociale del capitalismo, che pur registra sempre posizioni di grande rilievo e potere dei maggiori gruppi industriali e finanziari, ampliandosi fino a comprendere vaste aree di cittadini, non ha pero' modificato l'essenza della "impresa": essa continua pur sempre ad essere lo strumento, quanto meno il migliore ad oggi conosciuto, mediante il quale si realizza la possibile democrazia economica e l'ordinata e costruttiva utilizzazione delle risorse produttive a disposizione nel sistema. Ne', quindi, sono mutati gli obiettivi che essa persegue: la propria persistenza e il possibile sviluppo, essendo tendenzialmente sempre sottoposta alla minaccia di esclusione dal mercato ove perdesse la legittimazione a continuare ad operarvi.

Pur tuttavia, un azionariato significativamente diffuso deve necessariamente prevedere quote di partecipazione al capitale di rischio delle imprese relativamente modeste da parte del maggior numero degli azionisti; parimenti contenuti saranno i dividendi pro quota distribuibili, pur se il loro ammontare complessivo fosse cospicuo. Infatti, non si puo' ignorare che le imprese, per quanto valide e ricche di capacita' strategica, non possono indefinitamente perseguire e raggiungere livelli crescenti ne' di redditivita' ne' di sviluppo.

Ancora una volta, di fronte a uno scenario tanto modificato, occorreva interrogarsi su come potesse risultare possibile perseguire la soddisfazione dei (cosi' numerosi) detentori del capitale costitutivo dell'impresa, stante l'intervenuta stabilizzazione del riconoscimento dei diritti dei lavoratori a partecipare in misura tendenzialmente crescente al reddito prodotto. Era quindi necessario individuare un elemento della performance dell'impresa che potesse costituire un'apprezzabile integrazione dei modesti dividendi che per testa potevano essere assegnati.

Si riproponeva proprio quanto si era gia' verificato allorquando si dovette cercare una prima soluzione per la contesa distribuzione del profitto. Nei tempi piu' recenti, cosi' come al momento del piu' duro confronto fra capitalisti e lavoratori intervenuto nel passato, occorreva quindi ricercare una soluzione che risultasse condivisibile dalle parti sociali oltre che rispettosa del principio democratico che connota il sistema.

In cio' si veniva ad essere agevolati dalla circostanza che risparmiatori-capitalisti e lavoratori costituiscono categorie sociali distinte, ma entrambe di rilevantissimo peso fra i portatori di interesse nei confronti dell'impresa.


(7) Nella teoria dell'economia di mercato i beneficiari di rendita costituiscono un'assoluta minoranza. In concreto, l'ampliamento della partecipazione azionaria ha interessato gli stessi lavoratori, essendo il risparmio la parte non destinata al consumo dei salari e stipendi da loro percepiti.
(8) Non rilevano qui i problemi posti dal mal funzionamento dei mercati e le recenti vicende di bancarotta e frode ai danni dei risparmiatori, che hanno recentemente interessato i principali mercati dei capitali. Ricordato che un gravissimo disastro aereo non ha mai suggerito ad alcuno che si potesse far a meno di tale mezzo di trasporto, si ribadisce che qui si vuole solo delineare una chiave di lettura dell'evoluzione delle teorie dell'impresa, del tutto trascurando la disamina dei pregi e dei difetti di un'economia di mercato.

5. Contributo delle teorie della responsabilita' sociale dell'impresa

La soluzione (forse preannunciata nelle stesse teorie degli stakeholders) e' delineata nelle teorie della responsabilita' sociale dell'impresa, intesa come l'insieme delle aspettative che la societa' ripone nelle imprese in termini etici, economici e sociali. In tale prospettiva, le imprese potrebbero tendere ad ottenere la legittimazione sociale delle condotte poste in essere, legittimazione che sarebbe in grado di determinare positivi effetti sulla loro stessa competitivita' intesa in senso stretto. Al di la' degli inderogabili vincoli etici, il piu' immediato e noto ambito di applicazione del concetto di responsabilita' sociale e' quello che ha riguardo alla salvaguardia ambientale: le strategie poste in essere dalle imprese hanno superiore possibilita' di successo in base alla considerazione da esse prestata all'impatto ambientale, quantomeno in termini di sicurezza e inquinamento. Cio' e' ancora piu' vero se tale attenzione e' riposta anche nelle scelte di sviluppo dell'impresa, mediante, ad esempio, la promozione di processi produttivi che rispettino l'ambiente utilizzando le c.d. tecnologie pulite.

Ai giorni nostri, quindi, si assiste al passaggio da un'economia in cui "business is a business" ad un'economia della responsabilita' sociale, che operi prestando attenzione agli effetti delle decisioni prese in termini di risultati economici ed effetti sociali, e che promuova l'integrazione dei principi di efficienza ed equita' nella corrente etica degli affari.


6. Continuita' della funzione sociale dell'impresa

Rimane da proporre una precisazione che concerne proprio l'importanza sociale dell'impresa.

Indipendentemente dall'evoluzione storica che hanno avuto i contrasti di interesse tra le categorie sociali che fanno capo all'impresa e, in particolare, quelle tra capitalisti e lavoratori, e indipendentemente dalla tempestivita' o dai ritardi riferibili all'evidenziazione nella teoria dell'impresa di tale evoluzione, pare opportuno sottolineare come l'impresa, per sua natura, abbia svolto e svolga molteplici funzioni sociali. In altre parole, si vuole sottolineare come l'impresa abbia comunque sempre avuto un fondamentale ruolo sociale.

A tale proposito si consideri innanzitutto che per ogni sistema socio-economico l'impresa costituisce il decisivo fattore di crescita, posto che lo sviluppo economico e' correlato al processo di accumulazione capitalistica che si realizza allorche' nel sistema stesso operano imprese competitive che, cioe', sanno conseguire profitti da destinare al reinvestimento.

L'impresa, inoltre, realizza, per definizione, la tendenziale soddisfazione dei bisogni dei consumatori, determina l'occupazione dei lavoratori, ne favorisce la socializzazione e l'apprendimento, almeno del saper fare e del saper essere, attiva gli scambi, concorre allo sviluppo tecnico e tecnologico e concorre a creare vari elementi di progresso, per il tramite delle infrastrutture che predispone ai servizi che eroga.

Non sfugge il fatto che, ovviamente, il concorso positivo delle imprese allo sviluppo economico e al progresso e' diversificato e in qualche caso appena marginale. Ne' sfugge che talune imprese possono determinare piu' problemi e minacce che opportunita' per la societa' civile. Non di meno, non si puo' evitare di confermare l'evidenza complessiva delle funzioni decisamente positive dell'impresa nella societa'.

Si tratta di circostanza della quale, attualmente, esiste una maggiore e migliore conoscenza per effetto di una complessivamente accresciuta cultura d'impresa e dei contributi della teoria sulla funzione e responsabilita' sociale dell'impresa.


7. Considerazioni conclusive

Riprendendo le fila del ragionamento fin qui sviluppato, si puo' affermare che al presente si assiste a una ulteriore precisazione degli obiettivi dell'impresa: non solo e non piu' mera massimizzazione del profitto; nemmeno principalmente sviluppo, pur se nel limite stabilito dalla necessita' di assicurare una misura di profitto accettabile agli azionisti: piuttosto, sviluppo nel rispetto di valori sociali e di etica degli affari quali i componenti della societa' civile, nel loro multiplo ruolo di lavoratori, capitalisti, consumatori e cittadini, richiedono con crescente determinazione.

Certamente crescente e', e sara' sempre piu' nel prossimo futuro, l'impegno delle imprese a perseguire le finalita' sociali che il sistema segnala come prioritarie.

Rispetto a questa constatazione, non sembri riduttiva l'affermazione che tale modalita' di impostare le scelte di gestione delle imprese non inferisce minimamente con la loro capacita' di generare profitti, senza i quali certi progressi non potrebbero essere realizzati. Si tratta piuttosto di riconoscere che il processo democratico che governa l'economia dei Paesi occidentali influisce in modo crescente sulla destinazione dei profitti conseguiti dalle imprese, dando luogo ad una distribuzione di "benefici" che qualificano ed integrano i modesti dividendi percepiti dai risparmiatori-capitalisti. Il potenziale profitto conseguibile dalle imprese viene cosi' ad essere destinato, in quanto risorsa disponibile generata dalla gestione, anche alla salvaguardia dell'ambiente, della sicurezza, e, in linea generale, al fine di migliorare la qualita' della vita della comunita'. Alternativamente, ma occorrerebbe tornare agli albori del sistema, potrebbe essere solamente distribuito ai portatori dei titoli rappresentativi del capitale sociale (in allora poco numerosi).

In base all'analisi qui proposta, si puo' concludere che l'economia di mercato, con la propria regola di funzionamento rappresentata dal regime di competitivita' fra le imprese, ha tenuto il passo con l'evoluzione della societa' civile, assicurandole un accettabile regime di liberta' democratica. Non e' importante il ritmo seguito nel tempo dal processo descritto; e' importante, invece, che esso abbia proceduto con continuita' e che continui a farlo.

La teoria degli obiettivi delle imprese ha interpretato nel tempo l'evoluzione verificatasi nelle societa' civile, ed ha elaborato interessanti spiegazioni del funzionamento del sistema delle imprese, fornendo modelli teorici di cui ben si giovano gli operatori nello svolgimento della propria attivita'. Tuttavia, proprio a conforto di questi ultimi si vuole ricordare che, pur nella considerazione piu' ampia degli obiettivi perseguibili, ai fini della gestione delle imprese la ricerca dell'efficienza e dell'efficacia costituiscono formidabili strumenti logici, dei punti fermi dai quali non si puo' in alcun caso prescindere.

Nessuno puo' responsabilmente sostenere che il funzionamento delle imprese ed il loro successo non sia intimamente connesso con la capacita' di generare valore aggiunto e, quindi, risorse disponibili per i presenti e futuri progetti: la destinazione e le modalita' di utilizzazione dei profitti conseguiti risulta in definitiva essere propria della consapevole determinazione della societa' civile e della politica.


[^]