[ l k v . i t ]
Cina: il paese che ha abbattuto la grande muraglia
06-03-1997
Enzo
Bettiza
[<--]

Oltre Deng Xiaoping, il comunista "di destra" che ha scatenato la piu' profonda delle rivoluzioni cinesi: quella che apre un impero al mondo. E all'ignoto.


Il tutto si e' svolto in un clima di segretezza, di ambiguita', a tratti di schizofrenia. Un gioco d'ombre che piu' cinese di cosi' non poteva essere. Fino a due giorni prima del funerale, anch'esso discreto, nomenclaturizzato, apparentemente aperto ma in realta' chiuso al grande pubblico e agli stranieri, non s'e' quasi riuscito a capire bene se Deng Xiaoping fosse ancora vivo o gia' morto. Ancora intatto nel suo minuto cadavere, o gia' polverizzato dal forno crematoio? Poi la Cnn e la televisione di Pechino hanno cominciato a far trapelare qualche oscillante brandello di verita' cronistica: da un momento all'altro sono state trasmesse le strane immagini di una prova generale funebre, con una curiosa piccola bara di cristallo che ospitava all'interno il corpo rannicchiato di un giovane soldato dell'armata popolare. Non credo che, in quella macabra prova, abbiano cremato il corpo vivo del militare; ma non so spiegarmi perche' in quell'urna trasparente, che di li' a poco avrebbe dovuto contenere le ceneri di Deng, abbiano voluto comprimere per un'ora o due un uomo intero in pieno possesso dei propri organi vitali.

Infine sugli schermi e' comparso, prima della cremazione, l'augusto cadavere dell'ultimo imperatore della Cina. Inceronato e composto, ricoperto dai piedi invisibili fino a mezzo torso da due perentori simboli dinastici: uno comunista era la bandiera rossa, con una falce e un martello che non ci sono nella bandiera ufficiale dalla Repubblica popolare, ornata soltanto di cinque stelle a cinque punte; il simbolo imperiale era incorporato nel colore giallo della falce e del martello. Medesima simbologia bicolore anche nei fiori rossi e gialli che, circondando la salma, ne costituivano il soffice catafalco naturale. Il giallo, che assieme al bianco e' in Cina una tinta di lutto, era stato pero' anche la tinta squillante e gloriosa delle 24 dinastie che per cinque millenni dominarono l'Impero di Mezo. Il primo leggendario fondatore della Cina (quattromila anni avanti Cristo) e il mitico Fiume Giallo fu il luogo placentare, umido e pericoloso, dove egli diede vita all'embrione dell'Impero celeste.

Delle 24 dinastie, spesso mongole e manciu', tutte comunque di matrice aristocratica, Mao e Deng hanno rappresentato le ultime due completamente cinesi, d'origine comunista e contadina. Cosi', nel miscuglio di rosso e giallo delle esequie, sembravano combinarsi le tre principali caratteristiche del leninismo "con tratti cinesi": il senso della comunita' imperiale, l'innervatura burocratica del mandarinato rosso, l'esaltazione della radice rurale del nuovo potere che nacque e parti' due volte, fra il 1930 e il 1990, dalle povere campagne anziche' dai maggiori centri industrializzati. Fallite nel 1927 le insurrezioni proletarie di Shanghai e di Canton, fu dal retroterra agricolo che parti' la Lunga marcia, fu nei villaggi che i primi strateghi maoisti arruolarono i loro primi soldati, fu nelle citta' del Kuomintang assediate dai nuovi rustici Taiping di Mao, di Deng, di Zhou Enlai, di Zhu De, che le armate urbane di Ciang Kaishek dovettero a poco a poco arrendersi e consegnarsi ai plotoni d'esecuzione oppure arruolarsi nei ranghi del vittorioso esercito contadino.

Non la sola rivoluzione sociale e utopica di Mao aveva avuto nella campagna il suo fulcro. E' sempre dalla campagna che s'iniziera', infine, la piu' autentica e piu' profonda delle tante rivoluzioni o mezze rivoluzioni cinesi: cioe' l'ultima, quella di Deng Xiaoping, assai modestamente chiamata "riforma". Per la prima volta cosi', nella storia mondiale del comunismo, trionfa proprio nella Cina contadina, dove vive tuttora il 75 per cento della piu' sterminata popolazione terrestre, quel "comunismo di destra" di estrazione cuchariniana che Mao, giudicandolo "servo del capitalismo", credette invano di poter sterminare ideologicamente e fisicamente lanciandogli contro, fra il '66 e il '67, le orde nichiliste delle guardie rosse drogate dai dazebao e dal nuovo vangelo maoista stampato in centinaia di milioni di breviari militanti. Fu anzitutto alla campagna devastata dal folle "balzo in avanti" e dai vandalici eccessi della "grande rivoluzione proletaria e culturale", alla campagna decimata dalle carestie artificiali prodotte dall'ideologia, costretta per sopravvivere a praticare la vergogna del cannibalismo infantile, fu a essa che Deng nel 1978 lancio' il proclama della destra buchariniana: «Basta con le chiacchiere sul denaro che sporca le mani. Arricchitevi, perche' arricchirsi e' glorioso!».

La' dove l'intelligente ma fragile Bucharin perse la piu' disperata delle battaglie di retroguardia della destra comunista, la vinse mezzo secolo dopo, nel nome delle stesse idee pragmatiche e spregiudicate, il piccolo ma infrangibile Deng. La campagna cinese, bulbo creativo del continente, cambio' faccia, abito, mentalita' linguaggio nel giro di pochissimi anni. Raggiunse in brevissimo tempo, a ritmi sempre piu' vertiginosi, un traguardo di benessere e di industriosita' mercantile quale la Cina non aveva mai conosciuto nella sua storia millenaria. In questa marcia a tappe forzate verso il "capitalismo sociale", ideogrammato a caratteri cinesi, Marx c'entrava assai poco. Di Lenin veniva conservata invece la lezione del partito unico e burocratico: indispensabile, secondo Deng e i denghisti, per estrarre con mano ferma dall'anarchia autarchica del maoismo e della poverta' la resurrezione economica di un quinto del genere umano.

I vari pedagoghi, in questa scommessa capitalistica lanciata dai comunisti cinesi di destra, erano altri: il Calvino del protestantesimo imprenditoriale, il Confucio dell'ordine e delle armonie mercantili, il Darwin delle disincantate intuizioni evoluzionistiche, il Russell del positivismo e, soprattutto, il Dewey del pragmatismo d'avanguardia americano. A parte Calvino e Confucio, sono gli stessi maître-à-penser che gia' avevano infiammato le idee nazionaliste e innovatrici dell'intellighenzia cinese del 1919, quella del Movimento 4 maggio che, per molti aspetti, potremmo considerare l'antesignano premarxista del temerario riformismo denghista. Gli Annali di precettistica del buon governo imperiale, concepiti nel secolo XI, che lo stesso Mao porto' con se' nella Pechino appena espugnata nel 1949, completavano il retroterra culturale di Deng nel momento in cui egli decideva di destrutturare l'eredita' maoista per avviare l'ultima autentica rivoluzione cinese.

Sewerin Bialer, uno dei piu' attenti osservatori del mondo comunista, constatava fin dai primi anni Ottanta: «I cinesi hanno varcato il Rubicone. Il dilemma che ora si pone e' se sara' il partito a guidare la nuova rivoluzione, o se sara' la nuova rivoluzione a guidare il partito». Nei 18 anni della riforma e' avvenuto un po' questo e un po' quello. Il partito ha guidato la nuova rivoluzione che, a sua volta, lo ha contagiato e in parte mutato. Forse lo stesso problema d'intercambiabilita' si porra' alla Cina fra pochi mesi, l'1 luglio, quando alla madrepatria si ricongiungera' Hong Kong: che non e' piu' un qualunque emporio ex coloniale, bensi' una citta'-stato economicamente potente e autonoma, degna di stare alla pari con Singapore e perfino con Taiwan. «Avremo una sola nazione con due sistemi» sentenzio' lo stesso Deng a proposito del riassorbimento della colonia ultracapitalista. Come riconoscere, implicitamente, che potrebbe essere il "sistema Hong Kong" a privatizzare a fondo la Cina, anziche' il "sistema Cina" a comunistizzare in superficie Hong Kong.


L'ircocervo di due sistemi in conflitto

La verita' e' che la Cina medesima e' gia' da tempo una nazione che ospita, al proprio interno, l'ircocervo di due sistemi in conflitto, che la morte di Deng lascia purtroppo perigliosamente sospeso nell'ignoto. Una grossa fetta di industria pubblica deficitaria, quasi il 50 per cento della struttura produttiva, da anni si trova in permanente perdita rispetto alle imprese capitalistiche concorrenti della costa orientale. Soprattutto della dirompente "California asiatica" che gia' si profila nella provincia piu' miracolata, piu' corrotta e piu' dinamica: il Guandong col capoluogo Canton e la zona franca speciale di Shenzhen, a cui fra poco si aggiungeranno le inesauribili fucine di ricchezza e di valuta di Hong Kong e di Macao. Poi il partito unico, che continua a negare ai cinesi la liberta' politica concedendogli solo quella individuale di movimento, e che tende a impadronirsi con metodi illeciti e nepotistici dei nuovi privilegi economici creati in ogni dove.

Il paradossale fenomeno sociologico di una élite capitalcomunista, bolscevica nella mente e imprenditoriale nel portafoglio, oggi tende infatti a difendere i suoi recenti privilegi, curati da figli e nipoti, con autoritarismo vecchio stile che non risponde piu' al decollo della mobile societa' civile, non politica, nata dalla riforma. Altro paradosso. Il mitico Esercito popolare di liberazione, considerato tuttora arbitro risolutivo nelle lotte per il potere e la successione, e' diventato esso stesso una possente macchina aziendale: costruisce grandi alberghi in joint-venture con capitalisti americani e francesi, tramuta basi militari una volta proibite in lussuose basi turistiche per stranieri. L'isola Hainan, un tempo fortilizio inaccessibile del militarismo maoista, e' un pezzo trasformata con piscine, campi da golf, hotel a cinque stelle in un paradiso tropicale per tycoon occidentali e indigeni.

Sono queste le pesanti contraddizioni che l'ultimo imperatore lascia ai sudditi, promossi a consumatori, non ancora cittadini, tutti incitati a volare sull'onda della "rivoluzione della aspettative cresenti". Contraddizioni che, non sciogliendosi, cronicizzandosi, potrebbero produrre gravi deviazioni fiscali, corruttele maggiori, regionalismi petulanti; decentramenti amministrativi, formazioni di feudi militari evocanti la triste epoca dei "signori della guerra". Ma fino a che punto il cinese medio e' interessato a ficcare il naso, disperandosi in astratto, nelle ambiguita' del "doppio sistema" lasciatogli da Deng su una tavola sbilenca che si presenta tuttavia imbandita come mai nella lunga storia dei suoi miseri avi? Fino a che punto le osservazioni sofisticate, spesso pedanti e ideologicamente viziate, dei peritosi intellettuali americanizzanti di Shanghai o di Canton coincidono coi sentimenti e gli istinti primordiali dell'oceanica massa degli uomini comuni?

Basta ridare ancora una volta, come ho gia' fatto in anni trascorsi, un'occhiata all'atteggiamento della gente nei negozi stracolmi di Pechino, per rendersi subito conto che, anche qui, c'e' contraddizione. La massa non la pensa come gli intellettuali che diffidano del neoconsumismo denghista; e' incalzata dal demone del desiderio e delle aspettative. Non ha ancora i soldi per soddisfarli, come desidererebbe; eppure, ecco, tutta questa glutinosa folla di consumatori latenti gira fra i supermercati annusando e contemplando soddisfatta le merci rare che non puo' ancora permettersi di comprare. Li vedo che guardano come preziosi quadri d'autore le salsicce, le bistecche congelate, i prodotti sottovuoto, le motociclette, le macchine fotografiche, i computer, allineati sui banconi sorvegliati da commesse sorridenti, eleganti, truccate, e spesso inutilmente premurose.

E' l'ipnosi nirvanica del consumo che per ora nutre gran parte della gente comune, che la fa sognare, dimenticare gli orrori orwelliani del recente passato, stimandola all'attesa e alla speranza di un domani migliore. L'oggetto di consumo e' la griffe che Deng lascia impressa, in profondita', negli strati anche bassi di una societa' ormai avviata, nonostante tutto, a trasmigrare dal Terzo mondo al primo. Non ho mai visto in Asia bambini cosi' curati come i piccoli cinesi, in gioco attorno ai laghi e laghetti con cigni e anatroccoli che circondano le due Citta' proibite, quella immensa degli imperatori e quella piu' concentrata della nomenclatura comunista (la tristemente famosa Zhongnanhai, dove Deng al contrario di tutti i grandi dirigenti, si era rifiutato di abitare). Graziosi, decentemente abbigliati, calzati, guantati, insciarpati per difendersi dal gelo pechinese ancora invernale. Particolarmente interessante: queste centinaia di piccoli escursionisti, destinati a portare la Cina al miliardo e mezzo di individui fra pochi anni, sono quasi tutti abbigliati di giallo: il colore dei principini ereditari degli antichi imperatori.

Ognuno qui sa che l'ultimo e piu' bizzarro degli imperatori e' stato il defunto che oggi pochi piangono, che molti pero' rispettano, che quasi nessuno sente come un nemico del popolo. Tienanmen non ha lasciato nella grande massa rancori troppo profondi; non se ne parla piu' in giro; alcuni considerano gli studenti, allora massacrati, come cugini "liberali" delle guardie rosse. Tutti, comunque, trattano la scomparsa di Deng con assenza di forti emozioni, di scene prefiche, che d'altronde non corrisponderebbero ne' alla tradizionale pudicizia confuciana dei cinesi, ne' tantomeno alle regole di reverenziale mutismo con cui i cinesi ricevevano l'annuncio di morte dei loro distanti imperatori.

Forse il maggiore contrasto caratteriale fra Deng e Mao e' stato questo. La violenta, titanica concezione che Mao aveva dello sviluppo cinese era teatralmente e tragicamente imperiale; il poeta soldato voleva limitare alla grande le figure delle maggiori dinastie; ma il suo stile di governo, slogan urlati, apparizioni spettacolari in pubblico, nuotate demagogiche nei fiumi, insulti micidiali agli avversari, non era affatto imperiale. Era lo stile plebeo di un populista asiatico del leninismo, pieno di complessi edipici verso il padre usuraio che non lo voleva far studiare, verso Confucio che gli appariva irraggiungibile nella sua saggezza antica, verso gli intellettuali che lo giudicano poeta mediocre, verso gli imperatori che non avrebbero mai riverito come "fragrante concubina" la fanatica attricetta Jiang Qing ch'egli aveva adagiato sul proprio pagliericcio dentro una spelonca dello Yenan. Strega, «witch»: cosi' la defini' il pur condiscendente Edgar Snow, lasciando capire che Mao, al cospetto dell'ammaliatrice, spesso si sbottonava la patta togliendosi i parastinchi del pube.

Deng, viceversa viveva nell'invisibilita' imperscrutabile dell'imperatore classico. Non accettava titoli ne' onori facili, sorrideva freddamente a chi lo avvicinava, parlava per perifrasi ermetiche e allusive. Non volle mai essere nulla piu' di un semplice vicepresidente del Consiglio dei ministri. Sapeva, avendo studiato pure lui i sacri testi dinastici, che il comando, il titolo, il grado, spesso diminuiscono il mistero carismatico e magico del potere assoluto che un tempo cadeva dal cielo sul capo semidivo dell'imperatore. Comandare, per lui, significava non farsi vedere, parlare il meno possibile in pubblico, non mobilitare la piazza, diffidare degli slogan a effetto demagogico. Significava, morendo, sparire incenerito nel nulla, volatilizzato nel cosmo, senza piagnistei collettivi e senza clangori funebri.

Gli imperatori cinesi, come lui, s'identificavano spesso nel grandioso vuoto celeste, rifiutavano l'evidenza corporea di se', si consideravano spiriti scesi enigmaticamente dall'alto piu' che uomini volgari in carne e ossa. Cosi', dal 1978 al 1997, Deng visse per lunghi anni, rompendo lo stile dinastico solo una volta: nel 1992, quando col famoso "viaggio nel Sud", ando' dai cantonesi arricchiti dalla riforma a perorare un sostegno morale e politico contro i conservatori che intendevano boicottare l'arricchimento e l'apertura della Cina al mondo. L'eco fu enorme. Il popolo, non solo cantonese, si mobilito'; i conservatori si rifugiarono sconfitti fra le quinte.


Pungiglione d'acciaio in un corpiciattolo da gnomo

Poi Deng torno' a chiudersi nel suo mutismo imperiale. Lascio' ai discendenti la parola ch'egli usava con parsimonia. Lasciava parlare la figlia maggiore che traduceva in mandarino i suoi brontolii masticati con la pessima pronuncia dialettale del natio Sichuan; concedeva al figlio prediletto, Pufang, scaraventato dalle guardie rosse da una finestra e rimasto paralitico, di dedicarsi a quell'umanitarismo che ne' il marxismo ne' la tradizione imperiale cinese avevano mai tenuto in gran conto. Pufang, amato e tollerato dal padre, e' oggi completamente impegnato in quelle opere di carita' pubblica a favore degli handicappati che non rientrano, per nulla, nella mentalita' crudele e realistica delle moltitudini asiatiche.

Ma la cosa piu' strana, anzi piu' stupefacente, e' che proprio il minuscolo Deng, piu' imperiale nello stile del grande Mao, abbia poi promosso una rivoluzione pratica, commerciale, umana, alimentare, salariale, sanitaria, edilizia che non aveva e non ha nulla a che fare con i sogni chiusi e misoneistici dei cupi governanti dell'Impero celeste. In questo miscuglio di misteri e di praticita' e' il carisma invisibile della personalita' di Deng. Come osservo' lo stesso Mao, un pungiglione d'acciaio si nascondeva nel batuffolo del suo corpiciattolo da gnomo.

Nessuno sapeva sino in fondo chi fosse veramente Deng perche' lui, per primo, si negava agli sguardi troppo indiscreti e alle domande troppo insidiose del prossimo.

Deng Xiaoping e' stato, in una volta, una specie di Giuliano l'Apostata del comunismo dogmatico e dello spirito dinastico che pure ebbero in lui un discepolo apparentemente scrupoloso. Egli ha dissacrato non solo Stalin e Mao, conservando una stima tecnica e utilitaristica per Lenin. Piu' grave ancora, ha fatto smantellare i miti piu' intoccabili del leggendario passato della superiore ed egolatrica razza Han. Questo piccolo e grande imperatore completo' infatti il sacrilegio, ordinando la confezione di un documentario storico, trasmesso poi dalla televisione di stato, col titolo Elegia del Fiume Giallo. Fu, per tanti cinesi, anche semplici, uno shock psicologico altrettanto violento di quello fisico della rivoluzione culturale.

L'Elegia del Fiume Giallo ha distrutto in particolare il mito della Grande Muraglia, costata tesori incommensurabili e milioni di vite umane, senza riuscire tuttavia a contenere le orde barbariche che la scavalcavano con facilita' fondando in Cina una dinastia mogolica dopo l'altra. La Muraglia non tratteneva i barbari esterni; teneva rinchiusi i cinesi che l'avevano invano costruita. La Muraglia venne poi imitata nelle citta', nei palazzi regali, nelle case ricche, negli abitacoli poveri, nei cortili rustici e, soprattutto, nelle menti di milioni di cinesi. Anche Pechino si muro' trasformandosi in una sorta di prigione del popolo. Anche Mao persegui' la costruzione di una sua Muraglia ideale, dando all'intera Cina l'aspetto di un manicomio ideologico estraniato dal resto del mondo. I cinesi non esplorarono terre ignote come gli inglesi, gli olandesi, gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi; restarono sempre rinserrati nella Grande Casa Murata, vanamente considerata centro del mondo, rifiutando eserciti moderni, flotte corsare, guerre lontane, commerci e conquiste distanti dalle loro coste e montagne barricate. Essi murarono le loro menti per tenere lontani i pensieri insidiosi.

L'apertura al mondo, l'apporto degli investimenti stranieri, il continuo tasso di crescita del 9 per cento, il piu' elevato dei paesi in sviluppo, hanno scavato forse per sempre la breccia nell'inutile Muraglia erta dal tempo dei tempi contro la modernita' e il futuro. L'artefice silenzioso e appartato della secolarizzazione e laicizzazione della Cina moderna e' stato insomma un uomo che visse l'ultimo quarto della vita da imperatore arcaico, comportandosi al tempo stesso nei fatti come un empirico uomo d'affari americano. Mao pensava di essere un imperatore: s'avventava contro il nulla producendo nient'altro che nulla. Deng e' stato un imperatore: si e' avventato contro la Grande Muraglia demolendola da cima a fondo. Ha creato, pur nella contraddizione, tutte le premesse di una Cina superpotenza mondiale del XXI secolo.

Quello che veramente accadra', dopo la sua uscita di scena, lo sapremo fra non molto. Penso che piu' di tanto non potranno piu' cambiare


il testo riprodotto e' tratto dal settimanale www.panorama.it.


[^]