[ l k v . i t ]
Aiuto non riusciamo a frenare
11-05-2006
Pino
Buongiorno
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Pechino in grande difficolta', il governo non controlla il boom economico.
Vorrebbe crescere "soltanto" dell'8 per cento. Ma non ci riesce, anzi viaggia sopra il 10. Per rallentare, il grande dragone le sta provando tutte, mirando perfino a soffocare gli investimenti. Perche' la storia insegna...


C'e' un numero che il presidente cinese Hu Jintao non vorrebbe mai vedere nelle statistiche che gli consegnano i tecnici del consiglio di stato. Questo numero e' il 10. E' presagio di sventure politiche, di indebite pressioni sullo yuan, di ritorsioni commerciali a livello globale, di ribellione della periferia ai piani quinquennali del Politburo. Insomma e' un numero che porta male a un gruppo dirigente che, per sopravvivere, pretende, da una parte, stabilita' politica e, dall'altra, sostenibilita' economica.

Ecco perche' negli ultimi anni la crescita del prodotto interno lordo della Cina e' sempre stata indicata nei dati ufficiali fra il 9,5 e il 9,9 per cento. Guai a superare la fatidica soglia. Magari anche con qualche trucco aritmetico.

Poteva reggere questa situazione cosi' poco trasparente? Certo che no. E cosi' anche il nuovo uomo forte cinese, che si dichiara frugale con il denaro, e' stato costretto ad arrendersi alla forza dei numeri. Lo ha dovuto fare anche perche' una recente revisione dei conti ha portato a rivalutare per il decennio 1993-2003 di mezzo punto percentuale l'aumento del pil reale a causa di una sottostima, non si sa se voluta o meno, del settore dei servizi. La novita' metodologica ha scombussolato la classifica dei paesi piu' industrializzati: la Cina ha surclassato Gran Bretagna e Francia e si e' piazzata al quarto posto, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania.

Di fronte a questa nuova realta', subito registrata dagli economisti del Fondo monetario internazionale, il presidente della Repubblica popolare ha annunciato, il 17 aprile scorso, che nei primi mesi del 2006 l'espansione dell'economia ha raggiunto il record del 10,2 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Un dato che il governo cinese non aveva previsto (la stima per il 2006 e' dell'8,2 per cento) e che ha colto alla sprovvista anche 25 economisti di fama mondiale, i quali erano stati intervistati a meta' aprile dalle agenzie specializzate per un sondaggio. «La maggior parte degli analisti si aspettava che l'economia cinese rallentasse, non certo che accelerasse. Quello che e' successo nel primo trimestre e' in un certo qual modo una sorpresa» ammette con Panorama James McCormack, uno dei top manager della sede di Hong Kong della Fitch Ratings.

Le autorita' di Pechino sono seriamente preoccupate. E non lo nascondono. «Quello a cui puntiamo e' l'efficienza e la qualita', non la rapidita' della crescita» ha dichiarato Hu Jintao.

Il presidente, che adora l'understatement, non solo teme una reazione negativa da parte degli Stati Uniti e Unione Europea, che vedono il Dragone rosso ingoiare, giorno dopo giorno, fabbriche e posti di lavoro. Trema anche di fronte alle prospettive di un surriscaldamento che potrebbe provocare bolle speculative, deflazione dei prezzi e squilibri ambientali e sociali tali da mettere a rischio la sicurezza del paese. «In sintesi questa accelerazione significa, per quanto riguarda la Cina, che i controlli amministrativi a livello centrale non stanno funzionando. Per il resto del mondo le conseguenze non sono meno deleterie perche' provocano una continua volatilita' nei prezzi delle materie prime» spiega Dan Rosen, professore di economia alla Columbia University di New York e presidente del China strategic advisory. Senza parlare dei continui picchi del petrolio sono in queste settimane ai massimi livelli in tutto il mondo anche i costi dell'acciaio, del rame e dell'alluminio.

La reazione dei mandarini del comitato centrale non si e' fatta attendere. E ancora una volta "l'effetto meraviglia" ha scosso i mercati. Autore del colpo di mano il governatore della banca centrale, Zhou Xiaochuan, un personaggio che si sta rivelando centrale nelle strategie economiche del Politburo. Dopo una serie di incontri segretissimi con il premier Wen Jiabao (quello che ha fissato il tetto di crescita all'8,2 per cento su base annuale) e alcune telefonate con lo stesso Hu Jintao in missione in Medio Oriente alla ricerca affannosa di nuovi barili di petrolio, il governatore ha alzato i tassi di interesse per la prima volta dall'ottobre 2004. «Un'altra scelta non preventivata» confida a Panorama Stephen Green, il senior economist della sede di Shanghai della Standard chartered bank. «Non c'era stato un solo pettegolezzo su questa mossa nelle scorse settimane». In effetti tutti si aspettavano un intervento amministrativo del governatore sulle banche che operano in Cina, le quali sarebbero state invitate (ma forse sarebbe meglio dire costrette) a ridurre i finanziamenti alle imprese oppure ad aumentare le riserve rimuovendo cosi' una parte della liquidita' dal sistema finanziario. Non e' un segreto di stato che proprio gli eccessivi prestiti concessi dalle banche nei primi novanta giorni del 2006 all'industria pesante gia' in sovraccapacita', come le aziende dell'acciaio e del cemento e i grossi costruttori, sono considerati il male oscuro della crescita fuori misura dell'economia cinese.

A queste iniziative, per la verita' un po' draconiane, Zhou Xiaochuan ha preferito un altro tipo di effetto, piu' da libero mercato. «L'arma dei tassi di interesse ha un impatto soprattutto psicologico, di moral suasion su tutti: banchieri e uomini di affari. Penso che questa mossa sara' efficace nel contenere i prestiti. Penso anche che altre politiche, in particolare focalizzate nel settore immobiliare, diventeranno chiare nelle prossime settimane» prevede Stephen Green.

Quali sono i fattori che determinano l'ennesimo boom cinese dopo che nel 2005 i governi del G7 avevano tirato un sospiro di sollievo scommettendo su un raffreddamento della crescita? «I forti investimenti» sintetizzava James McCormack. «La crescita dei consumi e' ragionevole, ma non e' certo quella che sta sostenendo l'economia. Le esportazioni sono forti, ma lo sono anche le importazioni, per cui l'effetto netto sul settore del commercio e' davvero trascurabile. In realta' la forza che guida il boom e' l'investimento: sia quello a opera dei privati sia quello dei governi locali e provinciali. Non dimentichiamoci che la costruzione di grandi opere pubbliche continua a essere uno dei principali motori di sviluppo della Cina».

Per Hu Jintao e Wen Jiabao e' un vero e proprio rompicapo. La Cina ha si bisogno di crescere, ma solo in aree specifiche, in quelle piu' rurali, tanto per intenderci, e con due obiettivi che possono collidere: il rallentamento degli investimenti e la restituzione del credito. Ogni anno questo paese da 1 miliardo e 300 milioni di persone deve immettere sul mercato 25 milioni di nuovi lavoratori, ma non esclusivamente nelle zone a sviluppo intenso della costa.

La storia della Cina insegna che lo squilibrio fra l'est e l'ovest ha sempre provocato catastrofi. Alla fine del XIX secolo le regioni che si affacciano sui mari dichiararono la loro indipendenza economica affidando i loro destini alle potenze straniere. Quando Mao Tse-Tung inizio' la sua rivoluzione dovette cominciare la lunga marcia dall'interno, sacrificando l'economia di Shanghai.

Per evitare un'altra rivoluzione culturale il presidente Hu Jintao si e' imposto nella sua agenda di governo di riequilibrare i rapporti di forza, facendo aumentare la ricchezza delle aree rurali senza pero' punire le economie costiere. Non e' detto che il suo piano abbia successo. L'economia di mercato ha le sue regole che spesso sfuggono a quelle del «socialismo reale anche se con caratteristiche cinesi», come si vantano i dirigenti di Pechino. Prima o poi le contraddizioni potrebbero scoppiare soprattutto ora che la classe media, con i suoi risparmi e la richiesta di diritti politici all'occidentale, si sta allargando. E potrebbe non bastare l'ultima grande riforma: la riabilitazione di Confucio.


* ha collaborato Mariangela Pira


il testo riprodotto e' tratto dal settimanale www.panorama.it.


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