[ l k v . i t ]
Statistica ancella della democrazia
05-12-2005
Enrico
Giovannini
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Con l'avvicinarsi delle elezioni, il dibattito politico e' destinato a farsi piu' acceso. La speranza espressa da piu' parti e' che i due schieramenti spieghino ai cittadini le proprie ricette per affrontare i problemi del paese, cosi' da consentire loro una decisione "informata" al momento del voto. Questa speranza poggia pero' su due ipotesi: che gli elettori riconoscano i problemi come tali e che la decisione di voto dipenda dalla validita' delle proposte avanzate per risolverli. Purtroppo, viste le caratteristiche della societa' odierna, non e' possibile assumere acriticamente le due ipotesi come vere.


L'informazione e la conoscenza

Secondo i piu' la "gente" conosce i problemi, anche perche' li vive sulle propria pelle. A conferma di cio' si portano i risultati dei sondaggi che indicano come principali preoccupazioni dei cittadini il lavoro, la sicurezza personale, l'inflazione, eccetera.

Pochi pero' sottolineano il fatto che preoccuparsi per qualcosa non vuol dire necessariamente conoscere i termini del problema che genera quella preoccupazione. In effetti, indagini sul campo come quella condotta per gli Stati Uniti da Alan Blinder e Alan Krueger dimostrano come, anche in societa' avanzate, solo una quota limitata della popolazione conosca cosa accade nel proprio paese. Per esempio, i due autori mostrano come solo una parte degli intervistati mostri una conoscenza accettabile dell'andamento (o l'ordine di grandezza) di variabili macroeconomiche di cui si parla tutti i giorni sui mezzi di comunicazione, nonche' di variabili rilevanti per la situazione individuale, quali le aliquote fiscali, i sussidi di disoccupazione, e cosi' via. Molti dei disinformati dichiarano poi di non volere essere informati di piu' o meglio su come vanno le cose, il che porta i due ricercatori a concludere che non solo l'ipotesi di razionalita' degli operatori economici e' tutt'altro che scontata, ma che gran parte delle decisioni sono assunte sulla base di convinzioni puramente ideologiche o di messaggi trasmessi dalla propaganda politica (soprattutto attraverso la televisione).

Un tale risultato appare ancora piu' drammatico considerando la massa di informazioni che viene ogni giorno trasmessa ai cittadini dai vari media. Ecco allora che la considerazione di Albert Einstein "informazione non e' conoscenza" si adatta perfettamente alle nostre cosiddette "societa' dell'informazione" e pone un problema di fondo sul funzionamento dei sistemi democratici.

Se, infatti, i cittadini non esprimono le proprie preferenze politiche sulla base di dati di fatto, se non giudicano i Governi uscenti sulla base dei risultati ottenuti o le opposizioni sulla base di proposte innovative, se basano le loro scelte sull'ideologia o la propaganda, possiamo ancora parlare di processo pienamente democratico? Analogamente, se un paese non trova una base comune di riferimento sulla situazione "reale" dell'economia e della societa', come puo' un cittadino valutare la qualita' dell'azione di una coalizione politica, forse in termini di numero di leggi approvate?


Gli strumenti di una "conoscenza condivisa"

Una possibile risposta a queste domande e' la costruzione di strumenti volti ad accrescere la "conoscenza condivisa" di cui dispongono cittadini e forze politiche.

Alcuni paesi (Australia, Irlanda, Stati Uniti, paesi nordici) hanno avviato iniziative bipartisan per un monitoraggio della situazione economica, sociale e ambientale basato su un numero limitato di indicatori statistici, scelti attraverso un laborioso dialogo che coinvolge le coalizioni politiche, le parti sociali, l'accademia, i media, e pubblicati periodicamente dall'istituto nazionale di statistica. In questo modo, la statistica, sviluppata proprio per andare al di la' della capacita' individuale di osservare la realta' circostante, viene utilizzata per trovare una soluzione "istituzionale" al problema di aiutare governanti e cittadini a comprendere meglio i problemi e prendere decisioni piu' informate e razionali. Naturalmente non si tratta di pubblicare l'ennesimo studio statistico pieno di termini incomprensibili al grande pubblico, quanto di confezionare un prodotto da diffondere capillarmente ai cittadini e al quale rifarsi nel dibattito politico, cosi' da concentrare quest'ultimo sulle proposte alternative di soluzione dei problemi e non sulla loro presunta esistenza.

Altri paesi (come il Regno Unito) sono poi andati oltre, costituendo presso l'ufficio del primo ministro strutture di monitoraggio delle politiche pubbliche e utilizzando indicatori di carattere quantitativo e qualitativo per valutare sistematicamente gli interventi effettuati e per disegnare le politiche future. Pur con alcuni eccessi, queste iniziative hanno portato ad accrescere la accountability dell'azione di governo, cioe' a fornire ai cittadini strumenti informativi/conoscitivi per valutare l'efficacia delle politiche pubbliche. E' un tema sul quale l'Italia appare molto arretrata rispetto agli altri paesi piu' economicamente avanzati.

In conclusione, sarebbe opportuno che le forze politiche che aspirano alla guida del paese inserissero nei loro programmi elettorali proposte concrete per lo sviluppo di una "conoscenza condivisa" sulla situazione economica e sociale, nonche' per accrescere la accountability delle politiche future. La costruzione di un paese moderno, capace di comprendere le sfide che gli stanno davanti, ed eventualmente fare scelte costose per assicurarsi un futuro migliore, richiede una piena coscienza della realta'. Essere giudicato sui fatti, e non sulla propaganda, puo' rivelarsi pericoloso per un politico, ma dovrebbe essere la norma in un sistema democratico: l'auspicio e' quello che l'Italia impari da quei paesi che questa scelta di onesta' intellettuale stanno cercando di istituzionalizzarla.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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