[ l k v . i t ]
Un premio all'ingovernabilita'
05-12-2005
Roberto
D'Alimonte
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Ormai e' quasi certo che la riforma elettorale della Casa delle liberta' verra' definitivamente approvata. Passeremo dal maggioritario di collegio introdotto dalla legge Mattarella del 1993 al proporzionale con premio di maggioranza. Non si tratta di un ritorno puro e semplice al proporzionale, ma della sostituzione di un sistema misto con un altro sistema misto. Non sara' un passaggio indolore perche' il cambiamento avra' effetti rilevanti sull'esito delle prossime elezioni, sulla stabilita' e efficacia dei Governi e sulla evoluzione del sistema partitico.

L'Italia ha una vera e propria fissazione per sistemi elettorali a premio di maggioranza. La legge Acerbo nel 1924 ha aperto la strada. Poi ci aveva provato Alcide De Gasperi nel 1953. Ma il "modello De Gasperi" era diverso dal "modello Berlusconi": una coalizione doveva dimostrare di avere la maggioranza prima di vedersela incrementare fino al 65 per cento dei seggi. Quello, si', era un vero premio di governabilita'. Tra De Gasperi e Berlusconi si e' inserito Pinuccio Tatarella con il riordino dei sistemi elettorali regionali basato anch'esso sul premio di maggioranza: a certe condizioni, puo' arrivare al 60 per cento.

Nel resto del mondo, questo tipo di sistema elettorale e' stato utilizzato in Romania negli anni Trenta. E piu' di recente, in una versione diversa, in due paesi semi-democratici come il Messico e la Corea. Non esistono oggi altri casi di democrazie consolidate che utilizzino formule proporzionali a premio di maggioranza nelle elezioni nazionali. L'Italia e' un caso unico(1).


La riforma Berlusconi

Quali effetti produrra' la riforma Berlusconi? La risposta e' purtroppo scontata: un bipolarismo piu' debole e quindi un sistema piu' ingovernabile. Due sono gli elementi centrali delle nuove regole di voto: la sostituzione del collegio uninominale con il premio di maggioranza e la assegnazione del 100 per cento dei seggi con una formula proporzionale. Entrambi sono elementi deleteri nel contesto italiano.

Collegio uninominale e premio di maggioranza hanno una sola cosa in comune: costringono i partiti a formare cartelli elettorali prima delle elezioni. Nel primo caso, infatti, se non ti allei con altri e non hai abbastanza voti per vincere il seggio da solo, perdi. Nel secondo caso, se non ti allei con altri, non riesci a ottenere il premio e quindi la maggioranza assoluta dei seggi per governare. Una qualche forma di bipolarismo percio' sopravvivra'. Ma sara' piu' debole dell'attuale. Senza collegio uninominale, spariscono i candidati di coalizione e restano solo le liste di partito, con candidati di partito. Per di piu' liste bloccate senza voto di preferenza.

Certo, il collegio uninominale era una camicia di forza. Costringeva a complicate spartizioni alla vigilia delle elezioni. Costringeva gli elettori di un partito a votare i candidati dell'altro. Soprattutto costringeva a stare insieme, volenti o nolenti. Dava percio' fastidio perche' riduceva l'autonomia di tutti i partiti, grandi e piccoli. Al di fuori di una coalizione anche i partiti piu' grandi avrebbero dovuto accontentarsi di concorrere alla assegnazione di un misero 25 per cento di seggi proporzionali. Ma era proprio la necessita' di stare insieme che rafforzava l'assetto bipolare del sistema partitico.

I sistemi elettorali hanno bisogno di tempo per dispiegare tutti i loro effetti. Alla lunga, questa necessita' avrebbe portato alla semplificazione del quadro politico: a furia di presentare candidati comuni anche i partiti sarebbero diventati comuni e l'eterogeneita' delle coalizioni si sarebbe attenuata.


La proporzionalizzazione del maggioritario

Adesso non sara' piu' cosi'. Con il premio di maggioranza il vincolo di coalizione e' molto meno forte. Con il 100 per cento dei seggi assegnato proporzionalmente aumenta la competizione all'interno delle coalizioni e quindi il tasso di litigiosita' tra partiti. La tendenza a sottolineare gli elementi di diversita', anziche' quelli di unita', sara' maggiore per motivi di visibilita' e di marketing elettorale. In piu', aumenta il potere di ricatto dei piccoli partiti, Con il nuovo sistema, qualunque partito sopra la soglia di sbarramento potra' permettersi di stare fuori da una coalizione o solo minacciare di farlo. È vero che il potere di ricatto esisteva anche con la legge finora in vigore e che ad esso, sbagliando, veniva addebitato l'elevato livello di frammentazione del sistema. Ed e' vero che i piccoli partiti conquistavano i loro seggi proprio nei collegi e non nella arena proporzionale, favorendo cosi' la "proporzionalizzazione" del sistema maggioritario. Ma e' altrettanto vero che la minaccia di non far parte di una coalizione era un'arma a doppio taglio.

Il piccolo partito che fosse rimasto fuori avrebbe fatto, si', danni agli altri, ma sarebbe sparito. Adesso non e' cosi': con la formula proporzionale, anche correndo da solo, ogni partito puo' comunque contare su una rappresentanza parlamentare pari al suo peso elettorale.


Il premio di maggioranza

Ma c'e' di piu'. Il bipolarismo con premio di maggioranza e' asimmetrico. Il collegio uninominale ha un effetto neutro rispetto alle prospettive di successo dell'una o dell'altra coalizione. Far parte di uno schieramento e' comunque indispensabile per ottenere seggi uninominali, che si vinca o si perda. Non e' cosi' con il premio di maggioranza. La prospettiva di perdere indebolisce ancor piu' il vincolo di coalizione e aumenta ulteriormente il potere di ricatto dei partiti "ribelli". In caso di sconfitta, non si incassa il premio e non si va al governo, tanto vale quindi star fuori della coalizione e fare una campagna elettorale per conto proprio tenendosi le mani libere per "il dopo". Da questo punto di vista, un sistema proporzionale a premio di maggioranza funziona, per lo schieramento presunto perdente, ne' piu' ne' meno come un sistema proporzionale puro, e il vincolo di coalizione e' praticamente inesistente.

Ne' si puo' trascurare la questione dell'entita' del premio di maggioranza. Se fosse sostanzioso potrebbe compensare l'indebolimento del vincolo di coalizione. Ma non e' cosi'. Alla Camera il premio e' fissato al 54 per cento circa dei seggi, mentre al Senato e' del 55 per cento, ma assegnato su base regionale. In ogni caso si tratta di un premio troppo basso per assicurare Governi capaci di durare e di decidere in un contesto di elevata frammentazione partitica. Chiunque vinca le prossime elezioni avra' a disposizione una maggioranza risicata, esposta ai condizionamenti di qualunque sua componente o di qualunque lobby parlamentare.

E' vero che anche il vecchio sistema non ha sempre garantito ampie maggioranze. Sia nel 1994 che nel 1996 le coalizioni vincenti avevano un margine di maggioranza ristretto, ma questo era dovuto alla presenza di terzi poli che hanno condizionato il funzionamento del sistema. Una volta a regime, il vecchio sistema avrebbe sviluppato tutto il suo potenziale maggioritario grazie alla leva insita nella combinazione di collegio uninominale e formula plurality, come e' stato nel 2001 a favore della Cdl. Sarebbe stato cosi', con ogni probabilita', anche la prossima primavera.

Il nuovo sistema elettorale invece contiene una leva maggioritaria limitata e predeterminata. Chi vince difficilmente avra' alla Camera piu' del 54 per cento dei seggi. Al Senato addirittura meno, perche' e' certo che la maggioranza sara' inferiore al 55 per cento. Infatti potrebbe essere tale solo se una coalizione vincesse in tutte le regioni, il che e' chiaramente impossibile.Quindi tutti saranno indispensabili e la stabilita' dei Governi verra' di fatto messa nelle mani dell 'Udeur di Clemente Mastella, dei senatori a vita o dei rappresentanti eletti dagli italiani all'estero. In un sistema proporzionale puro, il rimedio sarebbe quello di allargare la maggioranza. Ma in un sistema con premio di maggioranza, le coalizioni si formano prima delle elezioni e una volta sancite dal voto e dal premio e' difficile modificarle. In poche parole, la riforma ci consegna un sistema con tutti i difetti del proporzionale, ma senza i suoi pregi, a partire dalla duttilita'.


Cosa succede al Senato

La riforma ha due ulteriori limiti per quanto riguarda il Senato. In primo luogo, non e' affatto detto che la coalizione con piu' voti ottenga la maggioranza assoluta di seggi. Secondo alcuni, il fatto che questo possa accadere configura una situazione di irrazionalita' della legge e quindi di incostituzionalita'. Noi non ne siamo cosi' sicuri. Siamo sicuri invece che si tratterebbe di un bel paradosso: l'unica vera motivazione addotta per giustificare la riforma era quella di avere un sistema che garantisse la vittoria a chi ottiene piu' voti.

Il secondo limite e' ancora piu' rilevante. Tra elettori che non votano per questa camera (i giovani tra i 18 e i 24 anni) e premi regionali, non e' affatto certo che dall'elezione dei senatori esca la stessa maggioranza della Camera. Il rischio esisteva anche con la legge Mattarella, ma ora la probabilita' e' piu' elevata.

Cosa succederebbe in questo caso? Come si uscirebbe dalla crisi? Due potrebbero essere le soluzioni. La prima e' un Governo di grande coalizione. Ma come farebbe a funzionare una coalizione con dieci o piu' partiti?

Per questo motivo, e' piu' probabile che nel caso di paralisi parlamentare si tenti una seconda soluzione: una sorta di grande riallineamento della politica italiana che passi per la scomposizione degli attuali schieramenti e una loro ricomposizione in formato neo-centrista. In entrambi i casi, sarebbe la fine del bipolarismo italiano. E forse e' per questo che alcuni considerano la prospettiva di un esito elettorale non decisivo addirittura come un aspetto positivo della riforma elettorale.

In conclusione, la riforma di Berlusconi non ci fara' fare nessun passo avanti sulla strada di una maggiore stabilita' e di una migliore governabilita'. Tutt'altro. Avremo coalizioni piu' deboli, partiti piu' forti e un Parlamento ingovernabile. È questo cio' di cui ha bisogno il paese?


(1) Alessandro Chiaramonte, Tra proporzionale e maggioritario. L'universo dei sistemi elettorali misti, Il Mulino, 2005.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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