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I finanzieri ribaldi e il boccone troppo grosso di Unipol
23-12-2005
Marcello
Messori
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I recenti sviluppi dello scandalo finanziario, connesso alla Banca popolare italiana e alle tentate scalate di Antonveneta e dintorni, sono cosi' gravi da avere costretto il restio Antonio Fazio a tardive dimissioni e da avere obbligato il riluttante governo Berlusconi a modificare le procedure di nomina e i termini del mandato del prossimo governatore e a trasferire all'Autorita' anti-trust larga parte delle competenze detenute dalla Banca d'Italia in materia di tutela della concorrenza nel mercato bancario. Non svolgendo ne' un ruolo politico-istituzionale ne' la funzione di giudice, non ho alcun titolo per esprimere un giudizio sulle responsabilita' soggettive dei componenti del gruppo ormai comunemente denominato i "furbetti del quartierino" e sui comportamenti dei singoli regolatori, che li hanno assecondati, e dei singoli politici che hanno utilizzato i loro servizi. L'analisi dei fatti economici permette, comunque, alcune considerazioni di sistema.


Quattro considerazioni

Primo: le innovazioni normative, introdotte negli anni Novanta grazie al Testo unico della finanza e - in parte - al Testo unico bancario, non accresceranno l'efficienza del mercato finanziario italiano fin tanto che amministratori di societa' e autorita' di regolamentazione potranno forzare le regole senza suscitare reazioni da parte di chi ha la responsabilita' del governo politico e della politica economica del paese. Ne deriva infatti che i soli controlli efficaci, esistenti nel nostro mercato, sono dovuti all'intervento della magistratura che svolge, cosi', un'impropria (anche se provvidenziale) opera di supplenza. Secondo: il ristretto numero di speculatori o - per usare la felice espressione di Piero Sraffa (1922) - di "finanzieri ribaldi", che hanno marchiato le recenti vicende bancarie e - forse - la tentata scalata estiva di Rcs, denuncia una rete di intrecci proprietari e di rapporti di affari tanto stretti e duraturi nel tempo da rendere piu' che plausibile l'esistenza di una connessione fra la loro decisiva partecipazione all'Opa di Telecom e alla successiva cessione, la loro tentata acquisizione di Antonveneta e la progettata Opa di Bnl. Se questa ipotesi trovasse conferma, la cautela nella concessione delle autorizzazioni necessarie per il varo dell'Opa di Bnl da parte di Unipol apparirebbe del tutto comprensibile. Terzo: il confine fra i "finanzieri ribaldi" e gli appartenenti al vecchio "salotto buono" del capitalismo italiano non e' sempre netto; e, comunque, l'impresentabilita' dei primi non basta a nascondere le debolezze dei secondi. Quarto: al di la' di ogni valutazione di legittimita' formale che spetta alle autorita' di regolamentazione e - a questo punto - alla magistratura, il progetto di Opa di Bnl da parte di Unipol presta il fianco a varie critiche di merito. La fragilita' del disegno finanziario e' dimostrata dal fatto che, per rendere tecnicamente possibile l'Opa di Bnl, Unipol ha dovuto ricorrere a espedienti (cfr. le varie put concesse agli altri partecipanti alla cordata); ma che, per ottemperare alle richieste delle diverse autorita' di regolamentazione, essa ha dovuto modificare ripetutamente il proprio progetto annullando gran parte di tali strumenti e facendo ulteriore ricorso al sostegno finanziario delle cooperative. Tutto cio' ha reso evidente che la Bnl e' un boccone troppo grosso e (al di la' delle regole di determinazione del prezzo dell'Opa) troppo caro per Unipol. La fragilita' del disegno economico e' invece dimostrata dal fatto che, almeno in Italia, la banque-assurance si impernia sull'utilizzo dei canali bancari per la distribuzione dei prodotti assicurativi; e che, a differenza degli altri nostri gruppi bancari grandi o medi, Bnl non ha un forte radicamento territoriale.


Prospettive per un rinnovamento

Queste quattro considerazioni mostrano che lo scandalo finanziario, che stiamo vivendo, e' grave ma non e' assimilabile ai casi alla Cirio o alla Parmalat: oggi non sono in gioco la credibilita' dei controlli societari interni o la reputazione delle banche italiane, bensi' la fallita ascesa di un gruppo di "finanzieri ribaldi".

Comunque vada a finire sul piano giudiziario, tale gruppo non potra' piu' essere confuso con i nuovi capitalisti capaci di aprire i rigidi assetti proprietari del nostro sistema finanziario e produttivo e di sostituire l'asfittico "salotto buono" delle oligarchie famigliari. L'apertura di questi assetti e il superamento del "salotto buono" restano, pero', obiettivi ineludibili per ricollocare il nostro paese su un sentiero di sviluppo economico. Si tratta di perseguirli facendo leva sulle nostre poche realta' finanziarie e industriali, che hanno affrontato la concorrenza internazionale e hanno assunto posizioni di preminenza nel mercato europeo, e sul nucleo forte delle nostre reti di piccolo-media impresa. In tale prospettiva il mondo delle imprese cooperative, che negli anni recenti ha realizzato tassi di crescita molto superiori a quelli medi del resto dell'economia italiana, puo' svolgere un ruolo rilevante. Esso deve pero' valorizzare la propria specificita' societaria dotandosi di una governance, che elimini l'autoreferenzialita' del management, e di un'organizzazione che non riproduca le strutture piramidali del nostro chiuso capitalismo famigliare.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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