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Le ragioni dell'opposizione a Bolkestein
07-11-2005
Gilles
Saint-Paul
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La liberalizzazione del commercio incontra spesso forti resistenze. Esempi recenti includono le preoccupazioni per il notevole incremento delle importazioni tessili dalla Cina all'interno dell'Unione Europea (dovuto alla scadenza dell'accordo multifibre) nonche' le proteste in Francia e in altri paesi europei contro la cosiddetta direttiva Bolkestein, che consente a un fornitore di servizi di un dato paese membro Ue di lavorare temporaneamente in un altro paese membro, applicando il regime di legge del paese di origine. Cosi', l'idraulico o la parrucchiera polacchi possono offrire i loro servizi in Francia, senza essere vincolati dalle norme sul lavoro francesi o da altri regolamentazioni locali, ammesso che la loro permanenza sul suolo francese sia sufficientemente breve.

Un modo di guardare a tale riforma e' che amplia semplicemente la gamma dei prodotti commerciabili: il taglio dei capelli e il lavoro dell'idraulico possono essere ora acquistati "in Polonia", con la particolarita' che il lavoratore chiamato a svolgere il servizio deve essere "spedito" in Francia, una forma particolare di costi di trasporto.

Mentre le proteste puntano sul fatto che le leggi francesi impongono tasse sul lavoro piu' alte che in Polonia, in realta' la vera questione e' che i salari polacchi sono un terzo di quelli francesi (e rimarrebbero molto piu' bassi anche con leggi sul lavoro simili), cosicche' le parrucchiere e gli idraulici francesi temono di scomparire. Preoccupazioni simili sono state espresse per i posti di lavoro persi nel tessile a causa delle importazioni di prodotti cinesi.


La teoria economica

Normalmente, gli economisti interpretano le resistenze a riforme di questo tipo attraverso le lenti del teorema di Stolper-Samuelson: i rendimenti di un fattore la cui offerta e' relativamente scarsa sono destinati a ridursi quando l'economia si apre al commercio. Cosi', se non si possono introdurre trasferimenti compensatori, alcuni gruppi sociali si opporranno alla liberalizzazione.

Il problema con questa posizione e' che si deve guardare alle parrucchiere francesi come a una parte di un gruppo piu' ampio: i lavoratori "non qualificati". I quali, se in scarsa offerta rispetto all'Est, soffrirebbero di ogni commercio in beni in cui e' prevalente l'uso del fattore di lavoro non qualificato. Non c'e' dunque alcuna ragione per cui le parrucchiere francesi dovrebbero preoccuparsi delle parrucchiere polacche e non, per esempio, delle lavoratrici tessili di quel paese, o della concorrenza dei milioni di disoccupati senza alcuna specializzazione presenti nel mercato del lavoro francese. Inoltre, se ci sono solo poche categorie di lavoratori qualificati, il commercio in quel piccolo numero di beni e' sufficiente a determinare un livellamento del prezzo dei fattori. Ulteriori ampliamenti della gamma dei beni commerciabili non dovrebbero avere alcun effetto negativo aggiuntivo sul fattore in scarsa offerta, mentre possono avere effetti benefici in presenza di rendimenti crescenti di scala.

Ma allora il fatto che i produttori di un bene protestino per la concorrenza di altri produttori dello stesso bene e i possessori di un fattore si lamentino per l'eccessiva abbondanza di quel fattore all'estero, ci dice che in realta' il mercato del lavoro non funziona cosi' bene come nella teoria di Hecksher-Ohlin. Se i mercati del lavoro fossero perfetti, ogni effetto negativo della liberalizzazione del taglio dei capelli si diluirebbe nell'economia sotto forma di piu' bassi salari per i non qualificati e non ricadrebbe in particolare sulle parrucchiere. Tuttavia, se i mercati del lavoro sono segmentati, e dunque passare a un'altra occupazione e' difficile almeno nel breve periodo, allora ogni occupazione diviene un diverso tipo di fattore lavoro. Ed e' percio' immaginabile che la liberalizzazione del commercio del taglio di capelli abbia piu' ampi effetti negativi sulle parrucchiere francesi, alle quali e' impedita la ricollocazione in altre occupazioni. Occupazioni che a loro volta sono protette dalle pressioni al ribasso sui salari dei non qualificati indotte dalla riforma. Cosi', le rigidita' del lavoro fanno si' che le perdite si concentrino sulle occupazioni liberalizzate.

Si dovrebbe anche aggiungere che barriere normative all'ingresso giocano un ruolo importante nel generare la segmentazione del mercato del lavoro (1).

E se le barriere non esistessero, le professioni che ora sono minacciate dalla direttiva Bolkestein, avrebbero gia' sofferto dalla competizione dei disoccupati. In un paese come il Regno Unito, queste barriere sono di gran lunga minori e di conseguenza molto minore l'opposizione alla direttiva. A causa della maggiore mobilita' del lavoro, l'attuale commercio dei beni gia' determina il prezzo dei fattori, e nessuno si aspetta molti effetti (sul lato della disuguaglianza) quando si avranno ulteriori liberalizzazioni.


Gli effetti della liberalizzazione

In un mio lavoro analizzo gli effetti distributivi delle riforme del commercio quando i mercati del lavoro sono segmentati, ipotizzando per semplicita' che esistano solo due paesi, l'Est e l'Ovest.

Un risultato chiave e' che esiste davvero una classe di lavoratori dell'Ovest penalizzati a causa della concorrenza dei lavoratori dell'Est, che non puo' ricollocarsi in altre attivita'.

Esiste infatti un effetto "ragioni di scambio" che favorisce l'Est. Questo perche', per ipotesi, i beni per i quali la produttivita' relativa dell'Ovest e' piu' alta, sono gia' commerciabili. In linea di principio, questo effetto puo' essere sufficientemente forte da generare perdite nette dal commercio per l'Ovest, anche in caso di perfetta mobilita'. Sebbene i miei calcoli suggeriscano che questo e' improbabile.

Se il lavoro e' ex post immobile, si formeranno gruppi contrari alla riforma in entrambi i paesi. All'Ovest i produttori dei nuovi prodotti commerciabili perdono sempre. D'altra parte, i produttori di prodotti non scambiati non possono perdere, ne' puo' perdere il paese nel suo insieme. All'Est, i produttori dei beni scambiati, che devono affrontare all'interno un piu' elevato livello dei prezzi, ma non possono ricollocare al valore piu' alto i nuovi beni commerciabili, perdono perche' il prezzo dei loro stessi beni, che ora riflette anche la domanda dell'Ovest, cresce meno del livello interno dei prezzi al consumo. Se la liberalizzazione e' marginale, pochi individui perdono "molto" nell'Ovest, mentre molti individui perdono "poco" nell'Est.

Le conseguenze di politica economica di queste osservazioni dipendono in modo cruciale da come si immagina che i diversi gruppi influenzino le scelte collettive. Se gli individui si limitano a votare, una liberalizzazione marginale incontrera' un'opposizione piu' forte all'Est che all'Ovest. Ma ipotesi alternative portano alla conclusione opposta: ad esempio, nel caso in cui gli elettori non si preoccupino per perdite piccole, oppure se i gruppi che perdono molto riescono a organizzarsi per bloccare la riforma. E ci potrebbe essere un'opposizione piu' forte all'Ovest anche nel caso in cui gli elettori abbiano una percezione migliore degli effetti diretti, rispetto agli effetti indiretti, delle scelte di policy sul loro benessere. Rendersi conto delle perdite e' molto piu' semplice per i produttori dei beni ora commerciabili dell'Ovest di quanto non sia, per i produttori dell'Est, accorgersi che l'indice dei prezzi al consumo cresce piu' del loro stesso salario.

Poiche' i produttori dell'Ovest di beni commerciabili guadagnano dalla liberalizzazione, i gruppi sociali che si oppongono a una data riforma, una volta che questa sia realizzata, sono a favore di ulteriori riforme. In altre parole, questi produttori perdono meno, o perfino guadagnano, se diviene commerciabile un insieme ampio e non ristretto di beni. Ma se con un'ampia riforma le perdite sono minori, il numero dei "perdenti" e' ovviamente piu' grande. Di conseguenza, se una riforma ampia e' politicamente piu' sostenibile di una di ambito ristretto, dipende dal fatto che grandi gruppi o piccoli gruppi di agenti con una forte motivazione siano piu' efficienti nel bloccare la riforma.

Se il lavoro e' immobile all'Ovest, ma non all'Est, tutti i lavoratori dell'Est saranno a favore della liberalizzazione perche' beneficiano sia di una piu' efficiente allocazione della produzione sia del miglioramento delle ragioni di scambio. Quanto all'Ovest, guadagni e perdite sono meno uniformemente distribuiti rispetto al caso in cui il lavoro sia immobile in entrambi i paesi. I produttori dei beni ora commerciabili perdono molto di piu', i produttori di beni gia' commerciabili guadagnano di piu' e il paese nel suo insieme e i produttori di beni non commerciabili possono ora anche perdere. È questo lo scenario che probabilmente genera la piu' fiera opposizione a Ovest. Questo risultato fa luce sull'osservazione casuale che i paesi Ue che si oppongono alla direttiva (per esempio, la Francia) hanno un'elevata regolamentazione del mercato del lavoro, mentre quelli relativamente deregolati, per esempio il Regno Unito, sono a favore della direttiva.


(1) Queste barriere sono ben documentate. Per il caso francese, vedi Cahuc e Kramarz (2004).


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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