Nel nostro paese, i redditi delle attivita' finanziarie (interessi, dividendi e plusvalenze), quando sono percepiti da persone fisiche al di fuori di ogni attivita' di impresa, non sono tassati come gli altri redditi attraverso l'imposta progressiva (Irpef), ma subiscono un prelievo proporzionale, generalmente a opera degli intermediari, articolato su due aliquote:
Elevare l'aliquota del 12,5 per cento vorrebbe dunque dire aumentare la tassazione degli interessi, dei dividendi e delle plusvalenze realizzate da persone fisiche su partecipazioni non qualificate e dei fondi comuni.
Nel caso in cui il percettore di dividendi e plusvalenze sia un socio qualificato o un soggetto-Irpef che esercita attivita' di impresa, questi redditi di capitale, invece di essere tassati al 12,5 per cento, sono inclusi per il 40 per cento nell'imponibile Irpef, con aliquote che vanno attualmente da un minimo del 23 per cento ad un massimo del 43 per cento. In queste ipotesi, l'aliquota effettiva (tenendo conto della parziale inclusione in Irpef) va pertanto da un minimo del 9,20 per cento (0,40*0,23) a un massimo del 17,20 per cento (=0,40*0,43). Questi soggetti non sarebbero interessati dall'aumento dell'imposta sostituiva del 12,5 per cento.
Dividendi e plusvalenze percepiti da altre societa' di capitali, di cui qui non ci occupiamo, godono invece di un regime di sostanziale esenzione.
La tabella 1 illustra il gettito delle imposte sostitutive sui redditi di capitale, per il 2004, disaggregato per tipologia di prelievo (dati Istat). Solo il primo aggregato comprende imposte prelevate ad aliquote diverse: 12,5 per cento e 27 per cento, quest'ultima riservata agli impieghi a breve temine come i depositi bancari. Per tutti gli altri prelievi indicati, l'aliquota, nel 2004, e' il 12,5 per cento. Ipotizzando che nel primo aggregato i redditi tassati al 27 per cento pesino per il 30 per cento del totale, e inoltre che la composizione della ricchezza e la sua redditivita' restino quelle osservate nel 2004, le successive colonne illustrano le variazioni di gettito che si avrebbero imponendo un'aliquota unificata su tutte le tipologie di reddito, pari al 12,5 per cento, al 15,15 per cento, al 20 per cento o al 23 per cento.

Se le aliquote venissero uniformate al livello piu' basso (12,5 per cento) si avrebbe sicuramente una perdita di gettito, pari, nelle nostre ipotesi, a piu' di 2 miliardi di euro.
Con un'aliquota del 15 per cento circa, si avrebbe sostanziale parita' di gettito.
Per ogni punto in piu' al di sopra di questa aliquota il gettito aggiuntivo sarebbe pari a poco piu' di 800 euro a punto, sempre nelle ipotesi fatte di parita' di volume, redditivita' e composizione della ricchezza e prendendo a riferimento la base imponibile da cui e' derivato il gettito 2004 (attorno a 13 miliardi di euro).
Passare a un'aliquota uniforme del 23 per cento potrebbe quindi comportare un maggiore introito di 6,7 miliardi di euro, ma il maggior gettito sarebbe di rilievo anche con un'aliquota del 20 per cento (superiore a 4 miliardi).
Queste stime vanno pero' prese con molte cautele.
In primo luogo, il gettito delle imposte sui redditi finanziari, come si nota dalla figura 1 e' molto variabile di anno in anno, in relazione all'andamento dei mercati.

In secondo luogo, un aumento indifferenziato dell'imposta sostitutiva, ad esempio, al 20 per cento o al 23 per cento, su tutti i redditi di capitale, non tiene conto dell'esigenza di adeguare il prelievo per tenere conto della tassazione gia' subita in capo alla societa' dai dividendi e dalle plusvalenze azionarie (nella misura in cui queste riflettano l'esistenza di utili non distribuiti).
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.