[ l k v . i t ]
E il bonus bebe' diventa mini
14-11-2005
Francesco
Billari
Daniela
Del Boca
Chiara
Saraceno
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E' difficile discutere di politiche familiari in questo periodo. Nella Finanziaria 2006 i cambiamenti di rotta si susseguono un giorno dopo l'altro, e prevedere l'esito finale del dibattito sull'utilizzo del fondo a disposizione delle famiglie diviene un esercizio impossibile. Un tema cruciale nell'ambito delle politiche sociali sembra affidato all'estemporanea creativita' degli estensori dei diversi testi.


Gli effetti del vecchio bonus

Nel maxiemendamento votato al Senato, il bonus di mille euro una tantum per la nascita del secondo figlio in vigore nel 2004, poi abbandonato nella Finanziaria 2005, e' previsto solo per i nati nel 2005 (esteso a tutte le nascite), e non piu' per i nati nel 2006. In compenso, e' apparso un "mini-bonus" per tutti i nati dal 2003 al 2005 di 160 euro.

Il bonus di mille euro serve poco: e' un contributo cosi modesto e temporaneo che solo per pochissime famiglie, a reddito molto basso, puo' essere considerato un sostegno agli alti costi di fare un figlio in piu'.

I mille euro servono poco anche alla boccheggiante fecondita' italiana. Se e' vero che il tasso di fecondita' e' passato da 1,29 figli per coppia nel 2003 a 1,33 nel 2004, pensare che cio' sia dovuto al bonus e' assai ardito. In primo luogo, nulla si puo' dire sugli effetti del passato bonus in mancanza di un disegno di valutazione di impatto scientificamente valido, un gravissimo limite che accompagna praticamente ogni scelta di politica sociale in Italia. In secondo luogo, la fecondita' risale soprattutto al Nord e al Centro, mentre ristagna o addirittura cala al Sud e nelle Isole. Ci saremmo aspettati, al contrario, un effetto maggiore nelle Regioni meno ricche. Data la sua scarsa entita', infatti, se le nuove nascite fossero state incentivate dalla politica del bonus, l'effetto si riconoscerebbe prevalentemente sulle famiglie povere. In terzo luogo, parte rilevante di questa ripresa delle nascite e' dovuta agli immigrati, che dal bonus erano esclusi.

La ripresa della fecondita' era peraltro gia' iniziata nel 2002, anno in cui il numero medio di figli per coppia era salito da 1,27 a 1,29: un periodo in cui nessun bonus era a disposizione dei potenziali genitori. E, comunque, una politica annunciata a fine 2003 non puo' avere avuto effetti sulle scelte di fecondita' fino agli ultimi mesi del 2004. Appare quindi improbabile che l'aumento di 0,04 figli per coppia sia il risultato del bonus.


Il contributo per il nido

Se un bonus di mille euro, pagato a posteriori, puo' nel migliore dei casi rappresentare solo una sorta di riconoscimento simbolico del costo di un figlio in piu', 160 euro, sempre a posteriori, sono invece un insulto, per di piu' costoso. Per erogare questa miseria occorre infatti mettere in moto una complessa macchina organizzativa, accordi con le poste e cosi' via, che finiranno con il costare tanto quanto l'ammontare del bonus.

Se si voleva scegliere la via dei trasferimenti monetari, sarebbe stato piu' opportuno utilizzare quei fondi per iniziare a razionalizzare i due trasferimenti che oggi in Italia sono rivolti alle famiglie con figli: l'assegno al nucleo familiare per le famiglie di lavoratori dipendenti a reddito modesto e l'assegno per il terzo figlio per le famiglie a basso reddito e con almeno tre figli minori.

Ma l'obiettivo di sostenere il reddito e insieme di incoraggiare la fecondita', a fronte di risorse limitate, puo' essere perseguito anche in un altro modo. I risultati della ricerca di Del Boca e Pasqua, come quelli di un lavoro dell'Ocse di D'Addio e Mira d'Ercole mostrano che piu' che i trasferimenti alle famiglie, conta la disponibilita' dei posti asilo, in quanto favorisce la partecipazione delle madri al mercato del lavoro. Cio' potrebbe contribuire anche a spiegare perche' la fecondita' si sta riprendendo nel Nord e nel Centro mentre continua a scendere nel Sud, dove la carenza di asili nido e' piu' marcata.

La terza misura approvata in Senato sembrerebbe andare in questa direzione, anche se in modo del tutto simbolico e quindi, anche in questo caso, vagamente insultante. Per le famiglie che pagano una retta a un nido sara' infatti possibile dedurre a fini fiscali 120 euro annui. Peccato che il costo di un nido privato oscilli tra i 500 e gli 800 euro mensili e che, secondo i dati Istat piu' recenti, il costo medio di un nido pubblico sia di 250 euro mensili. Ma questa cifra e' la media tra chi non paga nulla e chi invece paga la retta massima, che non e' molto lontana da quella dei nidi privati. Tra l'altro, non e' chiaro se la generosa somma di 120 euro annui sia destinata solo a chi utilizza il nido privato (spesso per necessita', dato che quelli pubblici non sono sufficienti) o anche a chi utilizza quelli pubblici. In ogni caso, non e' certo con queste somme che si viene incontro ai costi del nido e tanto meno si aumenta una offerta che e' largamente carente.


E quello per l'affitto

Si conferma anche quest'anno la sparizione del fondo a sostegno del costo dell'affitto. La misura, introdotta dal Governo precedente, sia pure con molti difetti di disegno, era l'unica che si configurava come un sostegno al costo dell'abitazione per le famiglie piu' povere, tra le quali e' molto elevata l'incidenza di quelle numerose. In particolare, tra le coppie con tre figli sono piu' quelle che vivono in affitto (il 19%) che non quelle con un mutuo a carico (il 16%). In totale si tratta di circa trecentomila famiglie (1). Destinare un contributo annuale di 1.800 euro alla meta' piu' bisognosa di questo gruppo (aggiungendo anche le coppie con piu' di tre figli) costerebbe 270 milioni di euro. Non e' poco, ma si avrebbe un miglioramento sensibile del benessere di queste famiglie.

Una osservazione conclusiva e' d'obbligo. I provvedimenti sulla famiglia, negli ultimi anni, rientrano nella discussione politica pubblica quasi solo a ridosso del difficile dibattito sulla Finanziaria. Sappiamo che le famiglie hanno bisogno di un ambiente caratterizzato da una serie di misure stabili.

Invece, a cinque anni dalla legge 328/2000, e a quattro dalla riforma del Titolo V della Costituzione, manca ancora una definizione dei livelli essenziali di assistenza. Cio' consente il persistere di forti disuguaglianze territoriali nei diritti minimi. Ma consente anche che il Governo centrale, di fatto, si appropri di parte del fondo sociale per perseguire proprie politiche che entrano in competizione con quelle decise a livello locale, sottraendovi risorse, senza che i loro obiettivi siano stati individuati come "livelli essenziali". In questo modo, tutte le politiche sociali non previdenziali, locali o nazionali che siano, rimangono in uno stato di precarieta' permanente, modificabili e cancellabili da un anno all'altro. Il che certo non si configura come una politica per la famiglia di qualsivoglia tipo.


Per saperne di piu'

Anna Cristina D'Addio e Marco Mira d'Ercole, 2005, "Trends and Determinants of Fertility Rates in Oecd Countries: The Role of Policies", Oecd Social, Employment and Migration Working Papers.
http://www.oecd.org/dataoecd/7/33/35304751.pdf

Daniela Del Boca e Silvia Pasqua (2005), Fertility and Labor Supply in "Women at Work" (Tito Boeri, Daniela Del Boca, Chris Pissarides ), Oxford University Press 2005.


(1) A questo proposito, si veda l'articolo di Francesco Billari sul Sole 24 Ore del 5 novembre 2005.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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