Il 12 ottobre la Stretto di Messina spa nomina, scegliendolo fra i due concorrenti rimasti in lizza nella gara d'appalto, il general contractor che si impegna a realizzare il ponte sullo Stretto.
Fra il dire e il fare c'e' come sempre di mezzo il mare, ma qui oltre il mare ci sono di mezzo anche altri problemi.
Se tutto va bene problemi di governance; se qualcosa va storto il problema del completamento dell'opera, in pratica il problema di rimanere con Messina devastata, due piloni di quattrocento metri e niente ponte. Tra i due estremi, un ulteriore pesante carico per la finanza pubblica, senza che se ne sia discusso apertamente.
Alla luce della recente esperienza del Tunnel della Manica questi dovrebbero essere problemi ben noti: quello della governance e' indicato in un recente editoriale sul Financial Times come il problema centrale del Tunnel. Quello del completamento e' stato superato soltanto grazie alla determinazione di Margaret Thatcher (1). Ma chissa', forse perche' e' sott'acqua e non si vede.
Torniamo al nostro ponte. Il suo costo previsto e' di 6 miliardi, di cui 2,5 (circa 40 per cento) gia' sottoscritti da societa' pubbliche azioniste della Stretto di Messina e 3,5 ancora da reperire sul mercato. Su questo l'amministratore delegato della Stretto di Messina spa, Pietro Ciucci, dichiara: "Per quanto riguarda l'aumento di capitale, sottoscritto dagli azionisti Fintecna, Anas, Rete Ferroviaria Italiana (di cui una prima tranche e' gia' in esecuzione), coprira' le spese fino ai primi anni di cantiere. La societa' si rivolgera' solo a partire dal 2008 ai mercati" (2).
Dunque, la societa' intende portare avanti i lavori con i 2,5 miliardi di cui dispone, per poi ricorrere al mercato per il reperimento degli altri 3,5 miliardi occorrenti a completare l'opera quando cio' si rendera' necessario.
I dettagli sulle modalita' di raccolta di questo ulteriore 60 per cento, e in particolare sulla possibilita' di interventi a carico di risorse pubbliche che si potrebbero prospettare in conseguenza di eventi imprevisti, sono contenuti in una convenzione del dicembre 2003 che non e' attualmente di dominio pubblico perche' ritenuta "documentazione sensibile"(3).
La societa' scrive che quel restante 60 per cento e' da reperire sui mercati internazionali senza garanzie da parte dello Stato (4). Nel sito www.messinasenzaponte.it si asserisce invece che nella convenzione il ministero garantisce "il 100 per cento dei costi imprevisti e la totalita' dei rischi di gestione senza alcun tetto di spesa".
Sicche' manca un pezzo di informazione importante; ma qualunque sia il suo contenuto, il corso di azioni che si sta seguendo e' subottimale, se va bene. Se va male, molto peggio.
Gli scenari possibili sono tre: nel primo il mercato risponde bene e sottoscrive il capitale necessario; nel secondo non lo fa, ma subentra lo Stato attingendo a risorse pubbliche; nel terzo i fondi non si trovano e l'opera resta incompiuta. Se si verifica lo scenario piu' ottimistico, la societa' si trova comunque a operare dal 2004 al 2008 in assenza di azionariato di controllo (perche' i 2,5 miliardi degli azionisti presenti costituiscono il 40 per cento del capitale, o ancora meno se i costi superano i 6 miliardi). Sarebbe allora meglio interpellare subito i mercati evitando questo problema di "blurred accountability". Nel caso in cui il mercato non risponde, ma al suo posto risponde lo Stato (l'unico che razionalizza l'operato della societa' se anticipato con certezza), il piano d'azione e' insoddisfacente dal punto di vista delle procedure decisionali democratiche: staremmo impegnando risorse pubbliche future, ma senza discuterne, perche' formalmente stiamo approvando un progetto privato. In questo caso, sarebbe opportuno discutere delle possibili destinazioni alternative di tali risorse e organizzare, se si decidesse di procedere alla realizzazione del ponte, una struttura di management pubblico. Se infine il mercato non dovesse rispondere e il Governo di turno avesse altro a cui pensare, la situazione sarebbe ovviamente disastrosa. Si noti che questa non e' un'ipotesi del tutto irrealistica: per completare il Tunnel c'e' voluta la volonta' di ferro della Thatcher; per il ponte tutto questo accanimento non lo si vede affatto, ne' a destra ne' a sinistra (5).
Questo "Poi vedremo, intanto cominciamo", dunque, puo' solo generare guai, l'unica incertezza e' sulla loro entita'. Il punto e' che sono "guai accattati", come si dice in siciliano: guai comprati, che si potrebbero ben evitare. Toccherebbe allo Stato - cioe' al Parlamento, non al Governo che non dispone ovviamente dei fondi che si renderebbero necessari nelle legislature a venire - far chiarezza: se si vuol costruire il ponte con finanziamenti statali, si discuta di questa scelta; se si decide che o lo fa il mercato o niente, si renda nota l'indisponibilita' dell'operatore pubblico e si proceda subito ad appurare se il mercato ci sta o no. Perche' restando voltati dall'altra parte si rischia di cacciarsi in un brutto pasticcio.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.