[ l k v . i t ]
Bramini che sbagliano sempre
06-10-2005
Antonio
Mereu
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Gli errori di Banca mondiale e Fondo monetario e i rischi che corriamo tutti.


Il contributo italiano ai lavori del Fondo monetario internazionale e' tracimato in un duello, dilatando le ferite istituzionali, tra il vendicativo ministro dell'Economia e il khomeinista della cadrega che sta riducendo la Banca d'Italia a ente inutile. Chi e' abituato a dare voti senza rendere conto del suo operato ne ha approfittato per metterci in riga: il direttore dell'Fmi Rodrigo De Rato ha intimato all'Italia di mettere a posto i conti pubblici, Standard & Poor's ritiene che il rapporto deficit/pil superera' il 6 per cento e minaccia giudizi negativi di affidabilita'. Affrontero' questi problemi in altra occasione, ora mi preme occuparmi dell'Fmi e della Banca mondiale.

Istituiti con grandi ambizioni e speranze 60 anni fa, hanno oscillato tra compiti da cane da guardia di una autoreferenziale ortodossia economica, con il seguito di raccomandazioni-sanzioni da comminare ai trasgressori, e l'attivita' di centri di previsioni economiche. Non ci hanno mai azzeccato. Quando nazioni povere in crisi hanno seguito le ricette di Washington, sovente studiate da apprendisti stregoni come Milton Friedman e i suoi scolari, male ne e' loro incolto.

L'Fmi e la Banca mondiale assumono toni corruschi contro i deboli, tacciono con gli Stati Uniti che accumulano spaventosi deficit statali e commerciali vivendo e dissipando al di la' dei loro mezzi sul risparmio di altre nazioni, sorvolano sui loro stessi fallimenti. Senza riandare al passato, che dire degli impegni di Monterrey del 2002, raggiungere «obiettivi di sviluppo nel millennio per sconfiggere la fame nel mondo entro il 2015»? Nessun passo avanti, anzi un fallimento che crucifigge centinaia di milioni di bambini, uomini e donne alla fame e alla disperazione, espone le nazioni ricche agli effetti di una rabbia sfruttata da mestatori e da fondamentalisti.

L'impegno a cancellare il debito di alcuni paesi poveri verso le istituzioni internazionali, circa 40 miliardi di dollari, potrebbe dimostrarsi un ulteriore libro dei sogni, se il presidente della Banca mondiale Paul Wolfowitz (ex vice di Donald Rumsfeld al Pentagono) e De Rato continueranno a imporre ricette economiche dimostratesi inadatte a conseguire una crescita equa e sostenibile, contribuendo invece ad acuire tensioni, a calpestare diritti, a offendere la dignita' di popoli esclusi dai valori e dai vantaggi della civilta' occidentale.

Si rischiano conseguenze terribili se la cancellazione del debito restera' un inoperante "beau geste", concessione alle opinioni pubbliche occidentali, cariche di buone intenzioni e di falsa coscienza; se persiste la disattenzione ai bisogni reali dei dannati della Terra dinanzi ai quali i bramini di Washington non vedono, non sentono, non parlano. Le dissoluzioni degli imperi sono derivate dalla difesa di poteri e ricchezze da parte di classi dirigenti miopi, chiuse in frontiere indifendibili, incuranti della rabbia degli esclusi, prima dispersa in imponenti rivolte. poi esplosa in incontenibili invasioni. Dovrebbero aprire gli occhi i leader delle grandi potenze e degli organismi internazionali: imponendo ciecamente valori e prescrizioni non condivisi da chi deve metterli in pratica, forti di effetti di padronanza anacronistici, favoriranno caste di corrotti, esiziali conflitti di religioni e di civilta'.


In un bel libro edito dalla Morcelliana, Giovanni Bazoli interpreta la parabola dei lavoratori chiamati in una vigna all'ultima ora e che ricevono la stessa mercede pattuita da chi ha lavorato tutto il giorno. San Paolo dice: «Ciascuno riceva la sua mercede secondo il proprio lavoro», Matteo fa capire che alcuni lavorano solo un'ora «perche' nessuno li ha chiamati», evidenziando una disparita' di opportunita' e di risorse cui il padrone della vigna sa porre rimedio. Ha ammonito Claudio Magris: «Il comunismo non e' stato solo gulag, ha dato a tante masse la consapevolezza della propria dignita' e la possibilita' di trasformarsi da plebe a forza politica, a componente dello stato».

Bazoli aggiunge che «appare ineludibile la prospettiva di trasferire nei rapporti internazionali un principio giuridico contenuto nella nostra Costituzione, la grande aspirazione di liberta' e di giustizia sociale, assegnando a un ordinamento soprannazionale il compito di promuovere il superamento delle disparita' esistenti tra i cittadini di uno stato e tra tutti i popoli della Terra, trattando il problema della distribuzione diseguale delle risorse sul piano fattuale della legislazione e dell'economia». Ban scavato e ben detto.


il testo riprodotto e' tratto dal settimanale www.panorama.it.


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