[ l k v . i t ]
Elogio postumo dei co.co.co
04-09-2006
Innocenzo
Cipolletta
[<--]

Secondo le notizie di questi giorni, le imprese italiane non farebbero piu' ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative (i famosi co.co.co), mentre si gioverebbero di altre forme di contratti a termine per assicurare una certa flessibilita'. Depotenziati dalla Legge Biagi, vilipesi dalla letteratura sindacale, abusati da alcune imprese, i co.co.co sembrano essere arrivati ormai alla fine della loro corsa. Dunque, e' forse possibile fare ora una prima riflessione su questa esperienza che ha rappresentato la vera novita' del nostro mercato del lavoro negli ultimi cinquanta anni.


Breve storia dei co.co.co

I co.co.co emergono, in modo quasi spontaneo, dalle pieghe della legislatura del lavoro nella meta' degli anni Novanta, quando ci si rende conto che il mercato del lavoro ha bisogno di maggiore flessibilita'. La forma della collaborazione coordinata continuativa gia' esisteva dagli anni Settanta, ma era poco nota e poco utilizzata. Nel 1995, quando si varo' la riforma Dini del sistema pensionistico, ci si ricordo' di queste figure e si impose loro un contributo previdenziale del 10 per cento, per racimolare un po' di entrate che aiutassero il riequilibrio del sistema pensionistico. L'imposizione di una contribuzione funziono' come una sorta di legittimazione di fatto della formula, che inizio' a essere utilizzata dalle imprese in modo piu' diffuso. Poi venne il pacchetto Treu, che legalizzava il lavoro interinale, sulla base dell'accordo di concertazione del luglio 1993, e si avvio' cosi' la stagione dei contratti a termine, che in Italia erano stati, fin li', mal visti e mal sopportati. Non essendoci stata alcuna normativa specifica che li regolarizzasse esplicitamente e non essendo stato necessario ricorrere a estenuanti contrattazioni sindacali che ne definissero al millimetro le condizioni, i co.co.co sono dunque il prodotto di un progressivo adattamento alle normative esistenti e, quindi, hanno risposto relativamente bene ai bisogni, sia delle imprese che dei lavoratori.


Vantaggi per imprese e lavoratori

I co.co.co hanno sopperito ai bisogni di flessibilita' in entrata e in uscita del mercato del lavoro. Per le imprese, hanno rappresentato una valvola per ampliare la capacita' produttiva quando il mercato lo richiedeva e per avviare sperimentazioni, cio' che ha concesso a molte di loro di crescere senza il rischio di costi eccessivi. Hanno anche permesso di provare la manodopera per un periodo piu' lungo e in condizioni di maggiore liberta', cio' che si e' tradotto in un miglioramento delle capacita' di selezione delle risorse umane e, quindi, in un miglioramento della capacita' produttiva delle imprese.

Ma anche per i lavoratori c'e' stato un vantaggio non trascurabile. Per molti giovani si e' aperta la possibilita' di sperimentare un lavoro e di formarsi una esperienza che prima era molto difficile da realizzare. Per molti di loro e' caduta, o per lo meno si e' abbassata, la barriera al primo ingresso nel mercato del lavoro: l'accesso senza qualificazione lavorativa era difficile, a meno di una spinta (la famosa "raccomandazione"), necessaria per essere assunti a tempo indeterminato. A non pochi giovani l'esperienza come co.co.co ha consentito di capire meglio le proprie attitudini e le proprie preferenze, oltre a permettere di apprendere come affrontare un lavoro, favorendo cosi' una migliore collocazione.

La maggiore liberta' ha giovato a tutti. L'occupazione e' cresciuta, compresa quella a tempo indeterminato, e il tasso di attivita', che fino al 1997 ristagnava sotto al 59 per cento, e' poi progressivamente cresciuto fino al 63 per cento, anche grazie ai co.co.co. E' cosi' che, per la prima volta dopo molti anni, si e' alfine realizzata quella crescita del "contenuto di lavoro per unita' di Pil" che rappresentava un obiettivo di tutte le politiche del lavoro degli anni Ottanta e Novanta. Basti ricordare che, a fronte di uno sviluppo senza occupazione, si riteneva necessario far crescere il sistema economico di almeno il 2 per cento l'anno per avere un qualche marginale effetto sull'occupazione. Erano anni in cui, paradossalmente, ci si lamentava dell'eccessivo aumento di produttivita' e lo si attribuiva alle resistenze delle imprese ad assumere, impaurite dalle rigidita' connesse con la difficolta' a licenziare in caso di improvvisi cali della domanda.


Gli abusi nella Pa

Certo, non sono mancate anche le situazioni di disagio per molti lavoratori e gli abusi da parte delle imprese. Ma questi ultimi hanno riguardato piu' la pubblica amministrazione che il settore privato. Nella Pa i successivi blocchi alle assunzioni, adottati per frenare il disavanzo pubblico, e i conseguenti raggiri usati dalle amministrazioni, hanno generato una schiera di lavoratori precari, assunti a tempo determinato, che venivano poi di volta in volta faticosamente riassorbiti con le tecniche tutte italiane dei condoni e delle sanatorie. Ma questa situazione non e' da ascrivere alla formula dei co.co.co, bensi' alla maniera di arginare la spesa pubblica, centrata sui "tagli" piu' che sulle "riforme", con il risultato, alla fine, di aver fatto crescere comunque la spesa pubblica e di aver degradato il pubblico impiego. Si spera, ora. che le tesi del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa prevalgano e si faccia veramente una riforma del pubblico impiego, invece dei blocchi delle assunzioni.

Nel settore privato, il ricorso eccessivo a questa forma di prestazione del lavoro ha riguardato soprattutto le nuove imprese, che proprio su queste formule lavorative sono nate (i call center in particolare), e che le hanno prescelte essenzialmente per la possibilita' di pagare meno contributi. Sembra, pero', che una soluzione possibile sia nell'innalzamento dei contributi.

Ma gli abusi non inficiano la buona prova della formula sul mercato del lavoro italiano: avrebbero potuto essere repressi senza far scomparire i co.co.co, che invece finiranno per essere in larga parte sostituiti dai co.co.pro, ossia dalle collaborazioni coordinate a progetto, come previsto dalla Legge Biagi, che di fatto li ha relegati a casi molto specifici. Con la differenza, ovviamente, che quelle a progetto sono formule di lavoro meno flessibili e piu' a rischio di contestazione, proprio perche' legate a specifiche mansioni e obiettivi.

Resta da fare, infine, una considerazione: perche' una legge come la Biagi, che di fatto ha ridotto la flessibilita' imponendo vincoli ai co.co.co in cambio dell'introduzione di figure lavorative improbabili, come staff-leasing o job-sharing, e' stata fortemente avversata dai sindacati e sostenuta dalle imprese? Questo risultato e', presumibilmente, il frutto di una stagione politica avvelenata, dove una onesta legge di regolazione del mercato del lavoro e' stata usata come clava per battaglie di principio. Quasi facendo astrazione dai contenuti, i proponenti della legge hanno sostenuto che con essa si liberalizzava definitivamente il mercato del lavoro. L'opposizione ci ha creduto e l'ha combattuta come fosse la peste nera. Purtroppo, non sembra che il tempo abbia calmato gli spiriti e si continuera' ad assistere allo spettacolo di una destra, che si pretende liberale, che difende una legge che riduce certi margini di flessibilita' e di una sinistra di simpatie sindacali che invece ne vorrebbero l'abolizione. Cosi' va il mondo.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


[^]