Ricordo molto bene quella sera del 25 luglio del '43. Avevo diciannove anni e passeggiavo con alcuni amici per il corso di Sanremo quando dagli altoparlanti installati in strada la voce dell'annunciatore scandi' con tono ancora mussoliniano la notizia delle dimissioni del Duce e la nomina al suo posto del maresciallo Pietro Badoglio. Fummo tutti presi da un'ondata d'entusiasmo. A un soldatino di leva che passava di li' per rientrare in caserma offrimmo quasi di forza un frappe' alla banana.
Solo alcuni anni dopo capii che i gerarchi che avevano votato in Gran Consiglio la sfiducia al Capo e l'appello al Re si aspettavano d'esser loro i protagonisti della transizione dalla dittatura alla democrazia. Dino Grandi pensava che Sua Maesta' avrebbe chiamato lui a Villa Savoia per dargli l'incarico. Invece Sua Maesta', detto Sciaboletta, chiamo' l'esercito per governare e i carabinieri per arrestare Mussolini. Lungi da me l'idea di confrontare situazioni non paragonabili e personaggi di tutt'altro conio. Ma una ragione c'e' per associare alla situazione attuale quella di 62 anni fa: anche Casini e Follini (e in minor misura Fini) hanno operato in questi giorni per mettere fuori gioco Berlusconi pensando di prenderne il posto e portare la Casa delle liberta' alla vittoria o almeno ad una decente sconfitta che salvi comunque il centrodestra dalla dissoluzione.
Questo tentativo finora ha partorito, dopo fortissime doglie, soltanto il topolino delle primarie che Berlusconi ha accettato mettendo pero' subito in chiaro che bisognera' intendersi sulla procedura. Ha anche anticipato che a suo parere si dovrebbero riunire in assemblea tutti gli "eletti" del centrodestra (parlamentari, sindaci, presidenti di Regioni e Province, eccetera) e votare il leader.
Sia questa o un'altra la procedura, poco importa. Lo scontro interno alla Casa delle liberta' e' stato gia' derubricato: non piu' sul nome del leader ma sulle regole con le quali sceglierlo. Gli interessati (Casini e Follini) hanno magnificato questo "topolino" come una vittoria campale della loro tesi."Si e' passati", hanno detto, "dalla monarchia assoluta alla Repubblica o almeno alla monarchia costituzionale". E gran parte dei "media" hanno fatta propria quest'interpretazione aggiungendo che, quand'anche Berlusconi uscisse vincitore da queste fantomatiche primarie, non sara' piu' lui ma, appunto, un monarca costituzionale.
Mi permetto di dissentire totalmente.Quanto al risultato, indipendentemente dalla procedura che sara' scelta, darei la riconferma di Berlusconi al 90 per cento.
Quanto al suo mutamento di immagine lo reputo impossibile al cento per cento. Un Berlusconi riconfermato dopo una competizione con i suoi alleati-avversari sarebbe piu' forte che mai per regolare i conti all'interno della coalizione.
Penso anche che il centrodestra sia, specie dopo la farsa finale Siniscalco-Tremonti-Fazio, in condizioni disperate, quale che sia l'uomo che ne guidera' le sorti da qui alle elezioni. Il progetto casinian-folliniano di esser loro a guidare la transizione non esiste. Hanno governato insieme, si sono insieme spartiti il potere, hanno votato allineati e coperti le stesse vergognose leggi e quindi - spero - affonderanno insieme. Potrebbe salvarli solo l'uscita immediata dall'alleanza e la presentazione solitaria alle elezioni. Ma questo non lo faranno mai.
Come non bastasse e' tornato in campo Tremonti. Si e' fatto perfino pregare.
Figurarsi. Ha posto condizioni. Ha obbligato Fini ad essere il suo principale sostenitore dopo che era stato lo stesso Fini a farlo defenestrare pochi mesi fa. Se la vendetta e' un piatto che si mangia freddo, Tremonti l'ha gustato chambre'. Forse piu' gustoso ancora.
Ne' e' mancata l'ambita approvazione del Capo dello Stato, costretto anche lui dall'imminenza della legge finanziaria a fare buon viso a cattivissimo gioco. Perche' Tremonti sara' pure un genio, come recita ad ogni cantone Cossiga l'emerito, ma se c'e' un responsabile della catastrofe in cui e' finita l'economia italiana, questo e' lui e non sara' certo la finanziaria 2006 da rattoppare ad alleviare in limine litis le sue responsabilita'.
Vorrei brevemente enumerarle affinche' i nostri concittadini non dimentichino.
1. Ispiro' e avallo' la politica del taglio delle aliquote Irpef (puntando soprattutto sullo sgravio dei redditi medio-alti) in una fase recessiva dell'economia mondiale, europea, italiana. Fini' come sappiamo: quasi 20 miliardi di euro buttati al vento senza alcun effetto sull'economia.
2. Inganno' fin dall'inizio gli italiani accreditando cifre false sulla pubblica finanza e sul trend della spesa, dell'entrata e soprattutto del Pil, scommettendo su una ripresa data per certa fin dal 2002 e ancora mai avvenuta e non prevedibile neppure nel 2006. Cosi' menti' al Paese e al Parlamento consapevolmente e ripetutamente.
3. Per colmare i disavanzi e il deficit si prodigo' nella finanza creativa e nei provvedimenti-tampone una tantum: prestiti bancari concessi da enti e banche pubbliche camuffate da societa' per azioni e quindi sottratte alla contabilita' dello Stato (Ferrovie, Poste, Cassa Depositi e Prestiti).
4. Tento' (ma senza riuscirci) di mettere le mani sulle fondazioni bancarie e quindi sulle banche da poco privatizzate, per ricondurle al potere del governo. Per fortuna Fazio in quell'occasione impedi' che il progetto andasse in porto, una delle poche buone cause sostenute dal governatore.
5. Indeboli' fortemente l'autorita' della Commissione europea sui deficit degli Stati membri con l'obiettivo di riconquistare la sovranita' nazionale in materia, causa non ultima dell'impasse in cui si trova l'Unione europea.
6. Fu l'artefice massimo dei condoni d'ogni genere e tipo e quindi degli effetti perversi che essi hanno esercitato sui comportamenti dei contribuenti e sull'andamento delle entrate.
Ci vorrebbe un volume per raccontare i guasti di questo malgoverno dell'economia e della finanza. Se Tremonti e' un genio, alla larga da questi geni.
Dopo di lui, immolato sull'altare della pacificazione con Fini, Berlusconi chiamo' Siniscalco. Un tecnico ben preparato, non inviso all'opposizione e tantomeno al mondo accademico e desideroso di tenersi lontano dalle beghe politiche. Sembro' di respirare, ma duro' molto poco. Ci si dimenticava che Siniscalco era stato per quattro anni il direttore generale del Tesoro e che tutte le gabole di Tremonti erano nate nella sua mente e transitate dalla sua scrivania.
Non staro' a ricordare gli errori compiuti da Siniscalco: le pagine di questo giornale che li hanno di volta in volta analizzati sono ancora fresche d'inchiostro. Ma ne indichero' uno solo, il piu' macroscopico e il piu' "doroteo" nel senso che fu adottato nella Finanziaria 2005 perche' era il solo modo per far quadrare i conti sulla carta senza dispiacere a nessuno: il tetto del 2 per cento imposto a tutta la spesa pubblica rispetto a quella dell'anno precedente.
Questa una tantum macroscopica, prevista ora anche per la Finanziaria 2006, non poteva funzionare in mancanza di un monitoraggio capillare e immediato di cui il Tesoro non dispone e la Ragioneria generale neppure.
Infatti non ha funzionato. La Corte dei Conti pochi giorni fa ha reso pubblico lo stato dei fatti. La spesa di quasi tutti i ministeri e i settori ha ampiamente bucato il tetto, sia per la competenza sia per la cassa, con la conseguenza che il debito pubblico e' arrivato gia' al 110 per cento rispetto al Pil e superera' il 111 nel 2006, mentre l'avanzo primario, gia' falcidiato da Tremonti, e' ormai di segno negativo.
Siniscalco merita elogio per le dimissioni di pochi giorni fa. Meglio sarebbe stato se fosse caduto difendendo la sua finanziaria in Parlamento.
Date in anticipo quelle dimissioni hanno piuttosto il sapore d'una fuga.
Comunque, onore al suo (unico) merito.
Quanto a Fazio, lui sta li', patella attaccata allo scoglio come ha scritto il Financial Times. Ora ha invocato il Trattato di Maastricht che vieta ai governi e soprattutto al Consiglio dei ministri europeo, d'intervenire sulle decisioni della Banca Centrale Europea.
Questo e' semplicemente il gioco delle tre carte. Quel divieto esiste per fortuna ma riguarda appunto il Consiglio dei ministri europeo e i governi nazionali da un lato e la Bce dall'altro. Nessun governo infatti potrebbe censurare Fazio (o qualunque altro membro del direttorio della Bce) per decisioni prese nella Banca ed emesse dalla Banca. Ma non riguarda affatto l'operato di Fazio nella sfera d'autonomia riservata alle banche centrali nazionali. Cioe' nella vigilanza sul sistema bancario nazionale che la Bce ha delegato alle banche centrali nazionali.
Fazio comunque se ne andra' dopo aver dato vita ad una sceneggiata di stampo eversivo, incoraggiata dalla complicita' del presidente del Consiglio, dalla corrivita' del Direttorio della Banca e dall'impianto a dir poco barocco delle procedure con le quali e' regolata la nomina e la revoca dei governatori.
Se ne andra' con il vanto d'aver difeso l'indipendenza dell'Istituto, ottenuta trascinando l'Istituto stesso in una contestazione irresponsabile che avra' conseguenze proprio su quell'indipendenza che sta a cuore di tutti e che ha rappresentato uno dei pochi punti di forza italiani nell'era inaugurata da Luigi Einaudi e conclusasi con Carlo Azeglio Ciampi. E sara' un'altra partita perduta per il buon nome del nostro Paese in Europa e nel mondo.
Mentre scrivo queste righe arriva la notizia d'una ulteriore dichiarazione di Berlusconi contro Follini e contro le primarie. Se ci volevano altre conferme della friabilita' dell'accordo tra i Quattro del governo in carica, essa e' puntualmente arrivata. Non e' necessaria la preveggenza della Sibilla per capire che la situazione e' sfuggita di mano e che il governo galleggia senza bussola e senza stelle.
Meglio, molto meglio, sarebbe stato cogliere l'occasione delle dimissioni di Siniscalco e andare a votare subito.
Meglio per Berlusconi, meglio per la sinistra ma soprattutto meglio per la povera Italia, piu' che mai "nave senza nocchiero in gran tempesta".
Post scriptum. Le recenti esternazioni del cardinal Ruini hanno provocato a Siena, in occasione d'un forum di parte al quale il presidente della Cei era intervenuto come ospite d'onore, chiassose contestazioni d'un gruppo di studenti favorevoli al "Pacs" (Patto di solidarieta' per i conviventi non sposati). Il cardinale ha definito quelle contestazioni una "piacevole interruzione" dimostrando in quest'occasione una buona dose di umorismo di cui gli va dato merito.
Non altrettanto umorismo ha visitato le menti di quanti, naturalmente del centrodestra ma anche del centrosinistra, si sono affrettati a biasimare i chiassosi studenti e hanno porto le loro (non richieste) scuse al cardinale.
Dispiace che tra di essi ci sia stato anche Romano Prodi. Di che cosa si doveva scusare Prodi e tutto il centrosinistra con lui? Il cardinale fa il dover suo quando esprime l'opinione dei vescovi, confortata da quella del Papa, sulla dottrina della Chiesa, sull'etica, sulla famiglia, sulla catechesi, sulla liturgia. Invade invece terreno altrui quando prescrive i comportamenti specifici che non solo i cattolici e gli "uomini di buona volonta'" dovrebbero assumere, ma anche le istituzioni dello Stato in occasioni politiche rilevanti: il modo di compilare le leggi, il modo di votare nei referendum, l'esercizio della giurisdizione.
(Vedi a quest'ultimo proposito le critiche che Ruini ha rivolto alle intercettazioni giudiziarie disposte dalle procure italiane).
Di invasioni di campo di questo genere e' piena la recente biografia del presidente della Cei. Esse creano inevitabili reazioni non solo dei laici non credenti ma anche nel laicato cattolico piu' avvertito, che vorrebbe dai propri vescovi piu' religiosita' e meno politica. Ne ha parlato esplicitamente Pietro Scoppola in un'intervista sul Sole 24 Ore che dovrebbe essere attentamente letta e meditata in Vaticano e in Laterano.
Ruini dimentica troppo spesso, mi pare, la differenza profonda che passa tra una Chiesa libera da ogni vincolo e da ogni beneficio e una Chiesa concordataria come quella italiana. E' ovvio che i preti e i vescovi abbiano piena liberta' di parola ma non e' vero che essi siano cittadini italiani come tutti gli altri. Essi godono di vari privilegi tutt'altro che marginali: celebrano matrimoni in qualita' di ufficiali di stato civile, hanno insegnanti di religione nelle scuole pubbliche pagati dallo Stato ma scelti e revocabili da loro, ricevono un contributo dell'8 per mille sul reddito dichiarato dai contribuenti e calcolato con modalita' che vanno assai oltre alla crocetta apposta dal singolo dichiarante sull'apposito spazio modulistico, ricevono ampio sostegno finanziario e urbanistico per le opere d'arte allocate nelle chiese.
In compenso di questi e di molti altri benefici hanno accettato di lasciare interamente all'autorita' civile l'organizzazione politica e legislativa della societa', alla quale possono certo far giungere la loro parola d'orientamento ma non la loro precettistica e la loro casistica.
Ai commentatori che suggeriscono di non regalare la Chiesa alla destra mi permetto di far osservare due cose: la Chiesa e' pienamente capace di intendere e di volere; se va a destra e' lei che lo decide e non qualcuno che gliela regala. E poi, la sinistra dovrebbe scegliere i propri temi e fare le proprie proposte solo dopo aver scrutato il sopracciglio di Ruini, di Sodano e di Fischella?
Forse saro' ottocentesco ma questi ragionamenti non mi piacciono.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.repubblica.it.