[ l k v . i t ]
L'economia dell'indulto
07-08-2006
Luigi
Foffani
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Approvato dalle Camere a larghissima maggioranza (per i provvedimenti di clemenza la nuova versione dell'articolo 79 della Costituzione richiede il voto favorevole dei due terzi di ciascun ramo del Parlamento), l'indulto e' divenuto nei giorni scorsi legge dello Stato, comportando uno "sconto" sino a tre anni per le pene detentive e sino a 10mila euro per le pene pecuniarie, a beneficio di tutti coloro, gia' condannati o meno, che abbiano commesso reati fino a tutto il 2 maggio 2006.

Si tratta di un provvedimento lungamente atteso e che trova il proprio fondamento nell'esigenza di sfoltire l'ormai cronico sovraffollamento delle nostre carceri e di evitare l'ingolfamento della macchina giudiziaria, oltre che nella necessita' contingente di non deludere le aspettative che si erano da tempo create all'interno della popolazione carceraria.


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Se questa doveva essere (ed effettivamente e') la ragion d'essere dell'indulto, logica avrebbe voluto che si adottasse un provvedimento selettivo, incentrato su quelle tipologie di reati e di autori (tossicodipendenti, immigrati clandestini, eccetera) che effettivamente affollano le carceri e le aule giudiziarie. Viceversa si e' imposta una misura clemenziale sostanzialmente indiscriminata, dai cui benefici rimane esclusa solo una ristretta cerchia di reati di particolare gravita' e circondati da un forte allarme sociale, quali quelli legati alla criminalita' organizzata e di stampo mafioso, al traffico di stupefacenti, al terrorismo nazionale e internazionale, ai reati sessuali e al traffico di esseri umani.

La prima impressione e' quella di un'iniziativa legislativa affrettata e poco meditata. Sorprende, in particolare, il fatto che l'indulto sia destinato a estendersi anche a quei reati tipicamente espressivi delle piu' gravi forme di criminalita' economica (corruzione e concussione, reati societari e fallimentari, reati finanziari, tributari, in materia di sicurezza del lavoro e di protezione dell'ambiente, e cosi' via), rispetto ai quali non sussiste alcuna delle ragioni che giustificano il provvedimento di clemenza: non sono certo i reati economici quelli che sovraccaricano le scarse risorse umane e materiali della giustizia penale, ne' sono gli autori di tali reati quelli che compongono - salvo rarissime quanto clamorose (e comunque sempre di breve durata) eccezioni - la popolazione carceraria italiana.

L'estensione dell'indulto ai reati economici non e' pero' soltanto un provvedimento inutile per l'alleggerimento del carico giudiziario e penitenziario, ma e' anche una misura gravida di pesanti conseguenze negative, in termini di perdita di efficacia e di credibilita' dello strumento penale in materia economica.

La concessione dell'indulto per tale categoria di reati non fara' che portare acqua al mulino di tutti coloro che, da varie sponde, ripetutamente affermano la sostanziale inutilita' e inefficacia dell'intervento penale in materia economica, sostenendo l'opportunita' di una depenalizzazione degli illeciti economici e il ricorso a un sistema di controlli e sanzioni di natura esclusivamente civile e amministrativa. Si tratta di un orientamento che - nonostante il suo sbandierato appello a principi di matrice garantistica - va invece contrastato con fermezza, per ragioni non certo ideologiche, ma eminentemente pragmatiche: di fronte alla comprovata e perdurante insufficienza dei controlli civili e amministrativi, e' difficilmente confutabile che, in Italia, l'unico efficace baluardo contro le piu' gravi forme di criminalita' economica a danno dei risparmiatori e del mercato sia a tutt'oggi rappresentato dal diritto e dalla giustizia penale, alla cui peculiare efficacia deterrente non sembra possibile, in questa fase storica, rinunciare. La recente esperienza dei casi Cirio e Parmalat, nonche' la rovente estate vissuta lo scorso anno dal sistema bancario, sono purtroppo li' a dimostrarlo.


Un fenomeno sottovalutato

Della gravita' e attualita' del fenomeno della criminalita' economica in Italia, la legge di indulto appena varata dal Parlamento non sembra invece avere adeguata consapevolezza.

Particolarmente grave appare la situazione che si e' venuta a creare nei confronti delle ipotesi di falso in bilancio e in comunicazioni sociali, previste dai nuovi articoli 2621 e 2622 del codice civile: all'indebolimento del controllo penale conseguente alla riforma dei reati societari del 2002 - paragonata giustamente a una depenalizzazione di fatto - viene ora ad aggiungersi la concessione dell'indulto. Il risultato sara' un sostanziale azzeramento del controllo penale sulla veridicita' e trasparenza dell'informazione societaria, a dispetto della rilevanza primaria di tale oggetto di tutela (affermata anche dalla Corte di giustizia delle Comunita' europee) e della dichiarata volonta' politica di restituire dignita' e spessore all'intervento penale in questa materia.

La contraddizione e' talmente stridente e clamorosa, che persino l'ex-ministro guardasigilli della passata legislatura ha avuto buon gioco nel rilevare con ironia che il nuovo Governo di centrosinistra, dopo aver per anni accusato la vecchia maggioranza di aver depenalizzato il falso in bilancio, non trova ora di meglio che estendere agli autori di tale reato i benefici dell'indulto. Se poi dovesse risultare che questo sia stato il prezzo politico da pagare per ottenere il voto favorevole all'indulto da parte del maggior partito di opposizione, allora si dovrebbe amaramente constatare una sorta di paradossale reviviscenza della nefasta stagione delle leggi ad personam, che si auspicava estinta con la fine della XIV legislatura.

Qualunque sia il retroscena politico , certo e', comunque, che l'indulto per i reati finanziari non rappresenta il miglior viatico per questo inizio di legislatura sul campo minato della politica del diritto e della giustizia penale. Dopo i guasti legislativi e le roventi polemiche del quinquennio appena trascorso, ci si sarebbe invece aspettati su questo terreno un'iniziativa governativa e parlamentare di ben altro spessore. Viceversa, gia' in sede di formazione della compagine governativa, non sembra essersi tenuto adeguato conto della gravita' e serieta' del problema della giustizia in Italia: non e' qui in questione la figura politica e la qualita' dell'attuale guardasigilli, tuttavia sarebbe stata auspicabile un'assegnazione del ministero della Giustizia secondo criteri analoghi a quelli seguiti per il ministero dell'Economia, ossia con la ricerca di una personalita' tecnica di riconosciuta indipendenza e prestigio, individuata sulla base di un preciso "progetto giustizia", del quale invece non si vedono a tutt'oggi le tracce.

Dobbiamo augurarci, sinceramente, che lo scetticismo e il pessimismo di oggi possano venire presto smentiti dai fatti.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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