[ l k v . i t ]
Dopo il G-8 di San Pietroburgo si salvera' il Doha Round?
19-07-2006
Giorgio
Sacerdoti
[<--]

Come previsto il G-8 ha lanciato un forte messaggio politico perche' il negoziato, incagliato da tempo a Ginevra, riprenda nei tempi strettissimi imposti dalla scadenza all'inizio del 2007 dell'autorizzazione del Congresso USA al Presidente Bush per approvarne i risultati con la procedura spedita del fast track. Bastera' questo impulso, che Pascal Lamy, il dinamico direttore generale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), ha subito raccolto convocando una serie di riunioni a livello di ministri entro meta' agosto?


Due protezionismi fanno uno stallo

Le ragioni dello stallo sono molteplici e raggiungere una convergenza su un nocciolo di soluzioni bilanciate che accontentino i maggiori protagonisti non sara' facile. E l'Italia dove sta in questo complesso gioco di dare per ottenere?

Il negoziato in corso, lanciato a Doha a fine 2001, vuole dare una risposta collettiva a due sfide: la prima quella del terrorismo senza frontiere volta a minare la stabilita' delle relazioni internazionali anche economiche; la seconda, quella di fare fronte alle esigenze dei paesi piu' poveri di crescere tramite le esportazioni soprattutto agricole (trade not aid o aid for trade). Ma all'insegna della reciprocita' tutti i protagonisti devono trovare un ragionevole tornaconto.

Due forme di protezionismo rischiano di far fallire il negoziato. Il primo, quello agricolo dei paesi ricchi, USA e Europa ma anche Giappone, e Corea. Non solo questi Paesi sussidiano a pioggia i loro agricoltori, nonostante rappresentino una percentuale inferiore al 5-10% della loro popolazione attiva; allo stesso tempo sovvenzionano numerose esportazioni e restringono l'accesso ai loro mercati, cosi' deprimendo i prezzi mondiali (vedi il caso del cotone sollevato con forza dai paesi africani che ne dipendono).

E' davvero ancora giustificato un regime speciale per l'agricoltura? In effetti non e' chiaro perche' se la FIAT, per fare un esempio, fosse rimasta ancora fuori mercato sarebbe prima o poi fallita; perche' l'Alitalia, se non e' competitiva, possa ricevere secondo le regole europee solo aiuti pubblici limitati che vanno poi restituiti; mentre invece produzioni agricole non efficienti possono godere di protezioni strutturali a spese dei consumatori/contribuenti con danno dei produttori piu' poveri, che vivono nei paesi piu' poveri.

La seconda forma di protezionismo e' quella che nasce dal timore della concorrenza globale ad opera dei nuovi protagonisti economici: Cina, India, Brasile. Invece di delocalizzare, sviluppare le nuove tecnologie ed entrare risolutamente nei nuovi mercati, molti settori dei paesi sviluppati chiedono barriere protettive, invocando, spesso a sproposito, l'interesse nazionale o esigenze sociali.

Chi ne fa le spese sono anche qui i consumatori e i settori piu' dinamici dell'economia, compresa l'agricoltura a piu' alto valore aggiunto: quella nostra di nicchia, per fare un esempio, che non dipende dagli aiuti ma che punta piuttosto sulla protezione delle denominazioni d'origine su scala mondiale, una istanza negoziale che stenta a decollare.


Gli accordi bilaterali sono illusori

Se i negoziati falliscono, anche i poveri dei Paesi poveri ne soffriranno alla lunga. Davanti alla incapacita' di trovare una intesa multilaterale, si accelerera' la corsa agli accordi bilaterali e regionali, non come elemento di ulteriore liberalizzazione ma come alternativa second best. I vantaggi di questi accordi sono per lo piu' illusori: distorcono artificialmente i flussi di scambio e mascherano un nuova forma di neocolonialismo nei rapporti Nord-Sud: pur di accedere ad un importante mercato di un paese ricco il partner del terzo mondo sara' disponibile ad accettare in sede bilaterale vincoli che avrebbe respinto con successo nei negoziati multilaterali.


E l'Italia in tutto questo?

Nell'ambito della Comunita' Europea, rappresentata ai negoziati nella persona del commissario Peter Mandelson, il nostro paese stenta, a prescindere dei cambi di governo, ad individuare quale sia il nostro vero interesse di medio lungo periodo. Questo dovrebbe consistere nel tutelare la stabilita' del sistema multilaterale e l'apertura dei mercati dei nostri partner ai prodotti e operatori italiani. Quanto al nostro mercato interno, dovremmo essere a nostra volta aperti alla concorrenza straniera, sia nei beni che nei servizi, quelli innovativi ma anche quelli tradizionali, i piu' ingessati e bisognosi di liberalizzazione anche internazionale e transfrontaliera. La nostra politica tende invece troppo spesso ad essere ostaggio dei gruppi e categorie che piu' contano e si agitano per difendere il proprio particolare a scapito dell'interesse generale. Cosi' finiamo per accodarci ai paesi comunitari che piu' frenano, i cui interessi pero' non coincidono a ben vedere con i nostri.

Il rischio per la sesta economia del mondo e' di non tutelare efficacemente le nostre posizioni , anche particolari quando cio' sia giustificato, e di contare poco nella elaborazioni delle strategie globali.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


[^]