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Anche il calcio ha bisogno di riforme istituzionali
03-07-2006
Diego
Corrado
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Il mercato in cui operano le societa' calcistiche non puo' considerarsi perfettamente concorrenziale. Come minimo, infatti, i singoli agenti hanno la necessita' di coordinarsi tra loro, nell'ambito di apposite associazioni di categoria, quali Figc e Lega, per concorrere alla realizzazione del "prodotto" campionato, circostanza che in altre realta' sarebbe sanzionata come cartello anti-competitivo. Inoltre, fattore strategico di successo di tale "prodotto" presso il pubblico (che come tale deve essere preservata nello stesso interesse di tutti i partecipanti al campionato) e' la persistenza di una soglia minima di equilibrio tra le societa' che vi competono. Infine, l'asset principale di cui queste societa' dispongono, la possibilita' di partecipare ai rispettivi campionati (il titolo sportivo), per quanto da un lato assimilabile a un bene immateriale come una licenza, dall'altro non e' allocato secondo meccanismi di mercato, ma secondo i principi propri dell'ordinamento sportivo, che tra l'altro riconoscono ampia discrezionalita' di attribuzione alla Figc e ne sanciscono l'intrasferibilita'.


Dove fallisce il controllo

Cio' comporta evidentemente che gli organi di governo del calcio debbano essere dotati di incisivi poteri di controllo e indirizzo e siano posti nelle condizioni di esercitarli con efficacia. Nonostante le societa' sportive siano a tutti gli effetti societa' di capitali, alcune delle quali quotate in Borsa, sottoposte a una disciplina che al termine di una lunga evoluzione e' oggi quasi del tutto assimilabile a quella delle altre societa' per azioni, e' tuttora previsto un pervasivo controllo volto a verificarne l'equilibrio finanziario "allo scopo di garantire il regolare svolgimento dei campionati sportivi", oltre che un ampio e articolato sistema disciplinare mirante a garantire l'osservanza delle norme dell'ordinamento sportivo, che d'altro canto, si sono estese sino a regolare in grande dettaglio anche aspetti economico-gestionali.

Le vicende degli ultimi anni hanno tuttavia dimostrato come in entrambi questi ambiti di controllo si siano verificate gravissime disfunzioni, che hanno falsato l'esito delle competizioni.

Non e' un problema di norme. L'ondata di dissesti finanziari si e' abbattuta sul settore indipendentemente dall'elaborazione di norme sempre piu' stringenti in materia di controllo contabile, e dal rafforzamento dell'apposito organo, la Covisoc, che e' venuta ad annoverare tra i suoi membri autorevoli esperti in materie giuridico-economiche. Calciopoli, da ultimo, ha attestato la pervasivita' dei condizionamenti che minavano l'imparzialita' dell'intero sistema disciplinare sportivo, nonostante la sua estrema articolazione.

Quella che pare emergere e' la mancanza di credibilita' e autorevolezza della Figc, che dunque si riverbera sugli organi di controllo che di questa sono emanazione. In estrema sintesi, siamo di fronte a un caso da manuale di "cattura" del regolatore da parte dei regolati. La Federazione calcistica, che si e' venuta di fatto a configurare quale vera e propria authority di controllo di un settore cosi' complesso e "pesante" (sia in termini di tesserati, sia soprattutto di fatturato, diretto e indotto), e' ancora rigorosamente organizzata su base associativa. Come tutte le altre Federazioni sportive, del resto, e su indicazione del Coni. Il suo potere deriva cioe' dagli stessi soggetti sottoposti ai suoi controlli, che sia pure con pesi diversi concorrono all'elezione delle cariche federali. Un modello che mostra ormai tutti suoi limiti, e pare del tutto inadeguato agli scopi, in un sistema che da anni conosce una crescita esponenziale di tutti i suoi indici economici.

Nessuno si sognerebbe di invocare dirigenti imparziali e terzi per una tranquilla bocciofila rionale e nessuna persona sana di mente si azzarderebbe a proporre che i membri della Consob siano nominati dalle societa' quotate: cio' infatti li priverebbe di quell'autorevolezza, imparzialita' e incisivita' che il loro ruolo richiede. Dalle inchieste, invece, e' emerso come i vertici della Federazione fossero veri e propri vasi di coccio tra i vasi di ferro delle societa' piu' ricche, a partire dai rapporti umani che intrattenevano con i dirigenti di queste (1).


Le soluzioni possibili

E' dunque necessario abbandonare l'idea che nel governo dei diversi sport one size fits all, e prevedere una cornice istituzionale ad hoc per il sistema calcio, separando con nettezza gli organi di vertice dai regolati, al fine di accrescere autorevolezza e imparzialita' dei primi in un modo che il meccanismo di selezione dei dirigenti oggi in vigore non consente. Ipotesi estreme, pure astrattamente ipotizzabili, pongono tuttavia problemi dal punto di vista della compatibilita' con l'intero ordinamento sportivo, anche se paiono garantire una maggiore efficacia: si potrebbe mantenere una Federazione a base associativa, dalla quale tuttavia scorporare tutte le funzioni di controllo (economica e disciplinare, con competenze dai bilanci agli arbitri alla giustizia sportiva) da affidare a una o piu' agenzie esterne, di nomina ad esempio del Coni.

Altre soluzioni, piu' "morbide", paiono piu' in linea con l'assetto attuale. Lo statuto Figc prevede oggi una struttura di governo estremamente articolata, che nel lodevole intento di assicurare rappresentanza a tutte le componenti del pianeta-calcio, finisce per ostacolare la trasparenza dei suoi processi decisionali e la relativa accountability. Una decisa semplificazione sarebbe opportuna. Prevedendo un ristretto comitato di presidenza dalle competenze rafforzate (che inglobino tutte o parte quelle oggi attribuite al comitato di gestione e al consiglio federale), alla cui nomina auspicabilmente concorrano enti esterni al settore del calcio (quali lo stesso Coni), si acquisterebbe in incisivita' pur salvaguardando la rappresentativita'. A questo "direttorio" dovrebbero rispondere direttamente Covisoc e Aia, che sarebbero rafforzati di riflesso.

Il rafforzamento di competenze della Figc costituirebbe inoltre l'occasione per rivedere quelle della Lega, in relazione alla quale e' divenuta una trita litania la denuncia del conflitto di interessi del suo dimissionario presidente. A ben vedere, il conflitto non e' relativo alla persona di Adriano Galliani, ma alle attribuzioni di quell'organo, un po' istituzione (e' infatti un'articolazione della Federazione, responsabile dell'organizzazione dei campionati), un po' associazione di categoria. Se per assurdo ministero del Lavoro e Confindustria (o Cgil) fossero accorpati, il conflitto di interessi non si sanerebbe rimuovendo Montezemolo (Epifani) dalla poltrona di vertice di questo "mostro" bifronte. Allo stesso modo, i problemi della Lega non si risolvono con l'invocata "personalita' esterna" alla presidenza, ma con una scelta netta: o tutela gli interessi (particolari) delle associate, o quelli (generali) del campionato. Questi ultimi sarebbero piu' al sicuro se affidati alla nuova Figc che si e' cercato di tratteggiare, lasciando libera la Lega di svolgere la sua azione di lobbying.


(1) Premesso che la presunzione di innocenza impone di sospendere il giudizio sulla responsabilita' dei singoli.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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