[ l k v . i t ]
E adesso una nuova politica dell'immigrazione
22-07-2006
Tito
Boeri
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Con le decisioni prese venerdi' in tema di immigrazione, il Governo ha voluto dare tre messaggi importanti. Il primo e' rivolto agli italiani: e' un impegno a farla finita con le ipocrisie, con la pretesa di far finta che non ci siano gia' in Italia migliaia di lavoratori immigrati, costretti da quote anacronistiche ad avere un lavoro irregolare, non potendo versare i contributi che finanziano le pensioni degli italiani. Il secondo messaggio e' rivolto ai lavoratori dei nuovi stati membri: invita la manodopera qualificata di questi paesi, che sta decidendo dove cercare un lavoro nell'Unione, a venire da noi. Il terzo messaggio e' rivolto a tutti gli immigrati che sono gia' in Italia ed e' un messaggio di integrazione: non saranno piu' discriminati nell'accesso alle prestazioni dello stato sociale. Era avvenuto nel caso del bonus bebe', uno strumento che avrebbe peraltro potuto avere qualche efficacia nello stimolare la natalita', solo se esteso fin da subito agli immigrati. Occorrera' ora andare al di la' di questi, pur importanti e condivisibili, segnali e rivedere in modo organico la normativa sull'immigrazione, possibilmente cercando di guidare un processo di armonizzazione delle politiche dell'immigrazione a livello europeo.

Le quote di ingressi, fissate molto al di sotto della domanda delle imprese, servono solo a incoraggiare immigrazione poco qualificata e clandestina. Se c'e' lavoro, gli immigrati vengono comunque. Soprattutto i lavoratori meno qualificati sono disposti a lavorare a qualunque condizione, anche in nero. E lavorano. Quasi tutti e molto piu' degli italiani. Un dato reso pubblico nelle scorse settimane dall'Istat e sorprendemente passato inosservato ce lo testimonia in modo molto chiaro. Per la prima volta ci e' stato comunicato il tasso di occupazione fra gli immigrati, vale a dire la quota di immigrati fra i 15 e i 64 anni di eta' che ha un lavoro. Abbiamo cosi' imparato che quasi 9 immigrati su 10 in eta' lavorativa hanno un impiego, contro 7 su 10 fra gli italiani. E anche le donne immigrate lavorano piu' delle donne italiane: una su due, 5 su 100 in piu' che tra le nostre connazionali.

La quota di 170.000 lavoratori introdotta dal precedente governo per i lavoratori dei nuovi stati membri era molto al di sopra dei flussi registrati in provenienza da questi paesi negli ultimi 3 anni. Serviva solo ad aumentare il lavoro delle nostre amministrazioni e a scoraggiare con un segnale di chiusura e inutili adempimenti burocratici i lavoratori piu' qualificati dell'est europeo dal venire da noi. La decisione presa venerdi' ci avvicina ai tanti paesi dell'Unione che hanno aperto le frontiere ai lavoratori della nuova Europa, rendendosi conto del fatto che sono lavoratori con livelli di istruzione spesso superiori a quelli della manodopera nel paese che li accoglie e che si integrano piu' rapidamente nel nostro tessuto economico e sociale. Essendo noi piu' vicini a questi paesi, abbiamo ora maggiori probabilita' di attrarre manodopera qualificata, con ricadute importanti sulla crescita della nostra economia.

Bisognera' ora rimettere mano in modo organico alla normativa sull'immigrazione per riuscire a governare davvero il fenomeno. La Bossi-Fini e' fonte di inutili vessazioni per l'immigrato e il suo datore di lavoro, spingendoli verso l'irregolarita'. Ogni qualvolta l'immigrato cambia lavoro (succede in media due volte all'anno agli immigrati) viene costretto a vivere in un limbo, senza diritti e doveri, oppure deve tornare nel paese d'origine con costi elevati anche per la nostra economia. Ridicola anche la pretesa di assumere il lavoratore immigrato nel paese d'origine, come se il nostro fatiscente collocamento potesse fare selezione di personale in Guinea.

Nel riformare la normativa, due questioni sono centrali. Si tratta innanzitutto di concepire un realistico (anche se non breve) percorso di integrazione che, attraverso il rispetto delle nostre leggi e il pagamento delle tasse, porti l'immigrato a vedersi riconosciuta la cittadinanza. Non deve essere un miraggio, ma una prospettiva concreta. Anche la riforma del percorso di ingresso nel mercato del lavoro, la definizione di un vero e proprio sentiero verso la stabilita', puo' servire come strumento di integrazione degli immigrati. Bene dunque affrontare il problema del precariato pensando anche agli immigrati. Il secondo problema e' quello di capire che e' comunque l'immigrazione di lavoro qualificato quella di cui ha oggi maggiormente bisogno la nostra economia e dunque riconoscere piu' facilmente il permesso di soggiorno ha chi ha un titolo di studio e magari parla gia' la nostra lingua o l'inglese. Favorire l'immigrazione di lavoro qualificato significa anche far si' che l'immigrazione riduca le disuguaglianze di reddito a casa nostra, anziche' contribuire ad accentuarle.

Se l'Italia sapra' affrontare questi due problemi in modo innovativo, potra' divenire riferimento importante nel costruire una politica europea dell'immigrazione. Le differenze nelle normative fra paesi servono solo a rendere il processo ingovernabile e a favorire chi specula sull'immigrazione clandestina. E non si possono certo lasciare i paesi piu' poveri dell'Unione a presidiare le nostre nuove frontiere. L'Italia oggi, con un Ministro dell'Interno gia' vicepresidente della Convenzione Europea e un commissario europeo responsabile delle politiche dell'immigrazione, ha tutte le carte in regola per cercare di imporre questa svolta verso una politica selettiva e comune a livello europeo.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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