Piu' del 50 per cento dei lavoratori dipendenti in Italia ignora quale percentuale del proprio salario vada ogni mese alle casse dell'Inps come contributo previdenziale. Un altro 15 per cento sottostima abbondantemente (di almeno un quarto) l'entita' di questo prelievo. Un lavoratore su due crede che i contributi versati all'Inps alimentino un suo fondo personale cui potra' attingere all'atto del pensionamento. I giovani coinvolti dalle riforme Dini, Amato e Prodi, sovrastimano le loro pensioni future e non di poco: pensano di avere diritto tra il 10 e il 20 per cento in piu' del loro ultimo salario.
Questa estesa disinformazione si spiega col fatto che i Governi che si sono succeduti in questi anni non hanno fatto nulla per assicurare una migliore informazione ai propri cittadini. Probabilmente perche' temevano che gli elettori li avrebbero puniti una volta compreso di quanto le loro pensioni erano state ridotte. Oppure perche' hanno pensato - e' questa l'interpretazione piu' benevola - che una corretta informazione sui trasferimenti operati dalla previdenza (il fatto che i contributi servono a pagare le pensioni di altri) avrebbe corrotto il patto intergenerazionale implicitamente posto in essere dalle pensioni pubbliche. Si offrono piu' dettagli sulle riforme pensionistiche all'estero che in Italia: non c'e' ad esempio un sito del Governo che illustri con esempi concreti di quanto varieranno le prestazioni di chi si trovera' intrappolato nello "scalone" del 2008 introdotto dalla riforma Maroni-Tremonti.
Questo silenzio consapevole, meglio colpevole, dei Governi ha costi elevati.
Costa agli attuali contribuenti perche' induce un comportamento passivo, inerziale: l'85 per cento dei lavoratori sostiene di non avere incrementato i propri piani di risparmio dopo riforme che hanno ridotto le loro pensioni future.
Potranno avere brutte sorprese quando si ritireranno dalla vita attiva. Induce inerzia anche nell'azione dei Governi perche' l'opposizione alle riforme che sarebbero necessarie per accelerare la transizione a un sistema pensionistico sostenibile (e non piu' solo pubblico) si nutre proprio di disinformazione. Chi e' piu' informato e' maggiormente favorevole a innalzare l'eta' di pensionamento o a ridurre le prestazioni. Insomma, la disinformazione serve solo ai Governi che vogliono lasciare tutto com'e', a dispetto delle generazioni piu' giovani e di quelle future.
Il decreto sul trasferimento del Tfr ai fondi pensione varato venerdi' scorso dal Governo e' la misura dei costi della disinformazione. Giusto puntare ad alimentare col Tfr la previdenza integrativa. Ma i lavoratori che gia' adesso possono trasferire il Tfr ai fondi pensione non lo fanno. Soprattutto i piu' giovani non ne percepiscono i vantaggi in termini di diversificazione del rischio e di rendimenti attesi piu' alti. Il Governo si appresta allora a fare tre cose per evitare che l'operazione smobilizzo del Tfr nei fondi pensione sia un flop. Primo, introdurra' agevolazioni fiscali molto forti: le prestazioni di previdenza integrativa verranno tassate al 15 per cento, meno del primo scaglione Irpef, peraltro in controtendenza con l'armonizzazione del trattamento fiscale della previdenza integrativa a livello europeo (che prevede di detassare contributi e rendimenti e tassare le prestazioni). Secondo, compensera' in modo generoso le imprese che perderanno il Tfr, come se non avessero nulla da guadagnarci da questa operazione. Terzo, introdurra' il silenzio-assenso per cui, in difetto di scelta esplicita del lavoratore, il Tfr verra' devoluto a un fondo di categoria (se esiste) oppure a un fondo a contribuzione definita presso l'Inps.
Con una migliore informazione non ci sarebbe bisogno di agevolazioni fiscali che introducono nuove asimmetrie di trattamento e graveranno pesantemente sui bilanci futuri, ne' di compensazioni cosi' generose per le imprese (a regime si tratta di piu' di un miliardo all'anno, di cui non si e' trovato ancora copertura).
Non ci sarebbe bisogno neanche del silenzio-assenso perche' apparirebbero ovvi, soprattutto ai piu' giovani, i vantaggi del trasferimento del Tfr alla previdenza integrativa.
Ma come informare? Lo abbiamo proposto da tempo su questo sito. Mandando a tutti i contribuenti un rendiconto di quanto hanno versato e di quanto realisticamente potranno ottenere, proprio come si fa in Svezia, un paese che ha adottato un sistema pensionistico molto simile al nostro. Anche i sindacati giocano un ruolo importante nell'informare i lavoratori e nel coordinare le loro scelte. Se sono in pochi a trasferire il Tfr ai fondi pensione questi pochi correranno un rischio di licenziamento piu' elevato di chi non sposta il Tfr fuori dall'impresa. Bene che i lavoratori possano decidere, alla luce di cosa fanno i loro colleghi. Il coordinamento dei lavoratori e' anche un modo per ridurre i veri costi per le imprese coinvolte in questa operazione: i costi amministrativi associati al dover trasferire i Tfr a una pluralita' di fondi diversi.
Insomma, quella del Tfr deve divenire un'occasione per fornire un bene pubblico - informazione su come funziona il mercato dei capitali e la previdenza pubblica - a tutti i lavoratori. Se non ci sono le condizioni per un assenso rumoroso e consapevole, se non si riesce a coinvolgere il sindacato in questa campagna di informazione, se non si arriva a varare una riforma del risparmio che rassicuri chi si rivolge per la prima volta al mercato dei capitali, allora tanto valeva obbligare tutti i giovani lavoratori a trasferire il Tfr ai fondi pensione, anziche' varare un'operazione che lascera' un'eredita' pesante ai bilanci futuri. Non ci si illuda, peraltro, che il silenzio-assenso esponga di meno il Governo all'ira di chi dovesse un domani trovarsi con rendimenti dei fondi al di sotto delle aspettative (e del Tfr). L'assenso silenzioso e' una forma di delega allo Stato di questa decisione, nella fiducia che sia incentivata la scelta migliore per il lavoratore. Se i lavoratori oggi piu' vicini alla pensione dovessero accorgersi di "averci perso" con il trasferimento del Tfr ai fondi pensione, si sentiranno traditi da un Governo che li ha incoraggiati su questa strada.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.