Per garantire l'equilibrio di un sistema previdenziale a ripartizione, occorre esigere un'aliquota contributiva uguale al prodotto di due fattori: da un lato, il "costo di rimpiazzo" (replacement cost) definito come il rapporto fra la pensione e il salario medi; dall'altro, il "quoziente di dipendenza" (dependancy ratio) definito come il rapporto fra i pensionati e i lavoratori. Poiche' l'invecchiamento demografico aumenta il quoziente di dipendenza, aumenta anche l'aliquota contributiva compromettendo la competitiva' internazionale dei paesi che ne sono affetti.
In questa fase storica, l'invecchiamento colpisce soprattutto l'Europa. Il grafico mostra che la patologia e' soltanto agli inizi: nella prima meta' del XXI secolo i paesi europei invecchieranno molto di piu' che nella seconda meta' del XX e l'Italia invecchiera' piu' degli altri, battuta dalla Spagna soltanto al photofinish. In varia misura, saranno aggrediti anche i paesi non europei a economia avanzata ed emergenti. Il Giappone avra' il record mondiale, la Cina e l'India si attesteranno, rispettivamente, al di sopra e al di sotto degli Stati Uniti, che comunque invecchieranno meno dell'Europa.
Le cause sono due: la crescente longevita' e la decrescente natalita'. La seconda puo' essere combattuta con adeguate politiche di incentivazione familiare: i paesi che le hanno adottate si sono garantiti un invecchiamento piu' lento. La longevita' non e' invece contrastabile e i progressi scientifici in atto ne lasciano perfino intravedere un'accelerazione. L'invecchiamento demografico si annuncia percio' come un fenomeno permanente col quale i sistemi pensionistici di tutto il mondo dovranno imparare a fare i conti.
L'aumento del quoziente di dipendenza non puo' essere compensato con la riduzione del costo di rimpiazzo. Le politiche di impoverimento relativo dei pensionati (formule di calcolo e meccanismi di indicizzazione sempre piu' avari) trovano un limite nel disagio sociale che generano. Non resta, allora, che combattere l'invecchiamento ridefinendo la vecchiaia e cioe' elevando l'eta' di pensione. Del resto, in un mondo che consente di vivere piu' a lungo in buona salute e richiede prestazioni lavorative sempre meno logoranti, e' ragionevole che il prolungamento della vita sia ripartito fra lavoro e pensione. Ma la storia non conosce processi razionali o dirigismi tecnocratici. Percio' l'eta' di pensione non potra' crescere, in Europa e altrove, senza tensioni sociali su cui si innesteranno giochi di potere e campagne elettorali. e' quindi facile prevedere che l'innalzamento sara' piu' lento del necessario. In Italia non sembra essersi compreso che il modello a capitalizzazione virtuale, introdotto nel 1995, ambiva anche a essere uno strumento per evitare ritardi e squilibri. abbandona infatti l'impostazione tradizionale, secondo cui la pensione deve "assomigliare" al salario, introducendo un principio di corrispettivita' in base al quale ogni euro di pensione dev'essere generato da un euro di contribuzione. Il "montante contributivo" (il capitale virtuale che, al pensionamento, risulta dall'accumulo dei contributi versati) e' percio' spalmato sulla durata attesa della rendita: la vita residua del pensionato e del suo superstite. Al risultato si perviene mediante il "coefficiente di trasformazione", crescente con l'eta', la cui moltiplicazione per il montante genera la prima annualita' di pensione.
In presenza di longevita' crescente, la periodica verifica dei coefficienti e' destinata a dare esiti via via inferiori per la ragione che i montanti contributivi devono essere spalmati su vite residue sempre piu' lunghe. Ma i lavoratori possono evitare l'abbattimento della pensione posponendo il pensionamento: cio' da' diritto a un coefficiente piu' alto e consente di accrescere il montante contributivo (per effetto delle ulteriori contribuzioni e degli ulteriori interessi). Pur garantendo la liberta' di scelta, la capitalizzazione virtuale punta, quindi, a preservare l'equilibrio della ripartizione nell'unico modo possibile: non impoverendo i pensionati, ma persuadendo i lavoratori a lavorare piu' a lungo.
L'efficacia del meccanismo e' subordinata a due condizioni: i coefficienti di trasformazione devono essere aggiornati annualmente e l'aggiornamento deve riguardare solo le nuove coorti che si affacciano all'eta' pensionabile (attualmente, che compiono 57 anni). La prima condizione e' necessaria per evitare discontinuita' socialmente inaccettabili. La seconda serve a scongiurare che la revisione dei coefficienti possa vanificare l'accumulo di montanti piu' elevati. In paesi che hanno con convinzione adottato la capitalizzazione virtuale, l'aggiornamento segue esattamente questo protocollo, oltre a essere demandato a una sede rigorosamente tecnica: una commissione di esperti supportata dal servizio statistico nazionale.
In Italia l'aggiornamento e' invece decennale, vale erga omnes, e ha carattere in parte negoziale essendo decretato dai ministri dell'Economia e del Lavoro, sentiti il Parlamento e le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro.
Il Governo non sembra interessato a rimuovere queste difficolta'. Al contrario, l'ormai certa rinuncia alla prima revisione decennale, che dal 2006 dovrebbe abbattere i coefficienti del 6-7 per cento, si configura come un formidabile attacco al cuore della riforma contributiva. Per recuperare la revisione oggi omessa, quella successiva dovrebbe realizzare un abbattimento stimabile nella misura minima del 10-11 per cento. Per di piu', un intervento cosi' massiccio non resterebbe sulla carta, come quello odierno, ma toccherebbe interessi forti, in quanto all'epoca la formula contributiva sara' usata per calcolare la quasi totalita' delle pensioni. Insomma, e' assai probabile che l'omissione del primo aggiornamento decennale trascini quella del secondo e percio', a cascata, di tutti i successivi.
La perpetuazione dei coefficienti originari snaturera' la capitalizzazione virtuale impedendone gli obiettivi strategici: la corrispettivita' e l'equilibrio finanziario. Quale altra ragione potrebbe mai giustificarne la sopravvivenza?

il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.