Le cronache raccontano che Stefano Ricucci potrebbe essere arrivato alla fine della sua corsa verso il controllo di Rcs e quindi del Corriere della Sera, con qualche conseguenza per la sua stabilita' finanziaria e quella delle banche che lo hanno finanziato. E tuttavia sarebbe un errore se questo assalto, qualora si spegnesse, venisse presto dimenticato, anziche' suggerire una riflessione piu' generale sulla proprieta' e l'indipendenza dei giornali in Italia.
I giornali quotidiani non sono prodotti qualunque: hanno le caratteristiche di un bene pubblico perche' l'informazione, soprattutto quando accompagnata da inchieste serie e originali - vedi, per citare due esempi recenti, l'inchiesta del Sole-24 Ore proprio su Stefano Ricucci e quella di Paolo Biondani e Guido Olimpio sull'imam Abu Omar pubblicata sul Corriere della Sera - e' un bene pubblico. Basti pensare alla possibilita' di influenzare i lettori, con una combinazione scaltra di proprieta', scelta del Direttore, nei confronti di una legge particolarmente favorevole o dannosa per un'impresa.
La Legge sull'editoria, approvata negli anni Ottanta (legge 5 agosto 1981, n. 416, successivamente modificata con la legge 7 marzo 2001, n. 62), fu il primo tentativo di affrontare questi problemi. Se Stefano Ricucci conquistasse la maggioranza del cda di Rcs egli potrebbe cambiare il direttore del Corriere, ma non prima di aver reso trasparenti le societa' lussemburghesi attraverso le quali avesse acquisito il controllo.
In un articolo pubblicato su Foreign Affaire nell'aprile del 1945, Luigi Einaudi scriveva: "Il Direttore dovrebbe essere l'unico responsabile dell'indirizzo politico, economico, finanziario e generale del giornale. Una volta nominato non dovrebbe essere licenziato, ne' dovrebbe subire limitazioni senza il consenso di un comitato di fiduciari (Board of Trustees) composto da uomini di sicura stima".
In Italia i giornali appartengono a societa' quotate: non e' evidentemente possibile imporre vincoli particolari, al di la' di quanto previsto dal Codice civile. E tuttavia vi e' una via per indurre la proprieta' di un giornale ad adottare liberamente quanto propone Einaudi.
La Legge 7 marzo 2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali" prevede vari sussidi per le societa' che pubblicano quotidiani, nella forma di agevolazioni fiscali e di un contributo per l'acquisto della carta. Per far fronte agli oneri previsti nella legge venivano stanziati, per il solo 2003, circa 50 milioni di euro, una somma non grande, ma neppure trascurabile (tra l'altro non e' chiaro se la stima di questo onere includa il mancato gettito derivante da varie agevolazioni fiscali. Inoltre non siamo riusciti a trovare traccia dello stanziamento per gli anni 2004 e successivi pur sapendo che il contributo non e' stato cancellato).
E' difficile giustificare questo contributo e sarebbe meglio cancellarlo: se infatti si accettasse il principio che le aziende che producono beni definibili "pubblici" meritano un sussidio dello Stato, si formerebbe subito una lunga coda davanti alle porte del Parlamento. Ma fintanto che il contributo esiste almeno potrebbe essere usato con intelligenza, riservandolo a quei quotidiani che introducano negli statuti delle societa' che li possiedono, regole simili a quelle suggerite da Einaudi.
E' evidente che queste regole potrebbero essere facilmente cancellate da un nuovo proprietario. Egli perderebbe il contributo pubblico, ma questo potrebbe valere meno della possibilita' di nominare un direttore "amico". E tuttavia in questo modo si introdurrebbe un po' di sabbia nel meccanismo rendendo almeno piu' trasparenti i motivi che inducono un proprietario a sostituire il direttore.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.