[ l k v . i t ]
Gazprom, i cinesi e il mercato
20-06-2006
Antonio
Mereu
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Preoccuparsi solo dei guadagni e non dei valori mette a serio rischio l'Occidente.


Negli Stati Uniti si discute sui costi e sui benefici della globalizzazione. L'apertura dei mercati ha favorito imprese nazionali piu' competitive. L'Occidente ha vinto la sfida con le economie socialiste e si e' rassicurato sulla superiorita' del capitalismo fondato su liberalizzazioni e privatizzazioni, capace di perseguire e di conseguire il massimo profitto. Sui liberi mercati mondiali ha prevalso chi ha meglio saputo sfruttare i modelli produttivi e finanziari in una giungla priva di leggi. Le conquiste produttive e culturali, insieme ai valori propri delle societa' occidentali, hanno temperato e inserito la competizione in un quadro non soggetto totalmente alla selvaggeria.

Oggi, tuttavia, si propone un confronto diverso da quello sepolto con le macerie del Muro di Berlino, tra uomini, nazioni, valori affatto differenti. I mercati aperti hanno offerto benefici indubitabili, premiato soprattutto i grandi dell'Occidente, ma all'orizzonte emergono novita' delle quali stanno approfittando nazioni e imprese non inclini alla libera competizione.

Imprese statali assumono il compito e la mission di campioni nazionali, dominano per ora il settore delle materie prime, potrebbero dilagare nei gangli strategici dell'alta tecnologia, della comunicazione, della cultura, degli armamenti. Si tratta di una sfida seria che viene affrontata da forze diverse con metodi differenti: aziende pubbliche che hanno dietro di se' la potenza di grandi stati in competizione con gruppi privati che non sempre godono del sostegno dei loro paesi, piu' o meno rispettosi dei valori della concorrenza. E' un confronto ambiguo perche' avviene su terreni che non rispondono agli stessi principi produttivi, socioeconomici, culturali e morali.

Non culliamoci su superiorita' acquisite, e' arduo competere con Gazprom e Cnooc sui mercati globali, finche' usano metodi ambigui. L'Occidente avverte ora i rischi di un mercato senza regole del quale potrebbero approfittare campioni nazionali guidati da manager-oligarchi spregiudicati appoggiati da grandi stati, che non pensano al profitto immediato ne' a ritorni dei capitali impiegati da conseguire con efficienza, innovazioni, crescita di produttivita'. La competizione sui mercati globali diventerebbe piu' drogata di quanto non sia oggi, avvantaggierebbe chi sa adattarsi a una concorrenza rispondente alle leggi della giungla. Imprese statali della Cina, della Russia, dei paesi dell'Opec sono lanciate alla conquista di industrie private occidentali. Nessuna obiezione dinanzi a offerte di acquisto avanzate da un gruppo industriale o finanziario nei confronti di un altro, tanto meno da parte di chi ha sfruttato la globalizzazione per arricchimenti esasperati.

Gli americani non amano lacci e lacciuoli normativi, a loro avviso strangolatori della liberta' di intraprendere e commerciare, ma la sregolatezza delle loro autorita' monetarie e governative ha fatto si' che il deficit pubblico sia sostenuto dalle banche centrali cinese, giapponese, arabe, conseguenza indesiderata e scontata di anni di crescita anomala basata sul debito e su uno stile di vita largamente superiore alle capacita' produttive. Non si parla ancora di chiusura dei mercati, si evidenziano pero' forme di selettiva xenofobia: indulgente dinanzi agli investimenti di societa' private europee, insofferenti verso le imprese stataliste cinesi, russe, dei paesi Opec.

Le implicazioni di una penetrazione nelle industrie private dell'Occidente capitalistico andrebbero valutate con accortezza, senza imprimere chiusure alla liberta' dei mercati e non sottovalutando i rischi politici, strategici, sociali, che deriverebbero dall'invasione del capitalismo statalista in economie private. Le economie stataliste crescono a ritmi impensabili per l'Occidente, sulla base di sistemi produttivi, sociali, culturali non commendevoli. Saremo noi a influenzare loro o saranno loro a trasformarci, costringendoci a rinunciare a conquiste di vita, a valori morali e sociali, in nome di un'espansione economica a ogni costo?

Noi dissipiamo risorse energetiche, siamo soggetti a profferte allettanti nell'immediato, insidiose nell'avvenire. Come quelle avanzate dal leader della Gazprom Aleksei Miller, sostenuto da Vladimir Putin. La Cina ha acquistato 120 aerei dalla Boeing, contribuendo a risolverne la crisi. La sua flotta e' di 860 aerei, vuole raddoppiarli in un triennio, portarli a 4 mila nel 2020. Boeing e Airbus potrebbero trasformarsi da fornitori in prede. Invece di bubbolare sull'invasione di prodotti cinesi a basso costo dovremmo chiederci se perseguire il massimo profitto immediato, dissipare risorse e accumulare deficit e' politica lungimirante o miope, se aumenta i pericoli di mutazioni geopolitiche, di restrizioni dell'autonomia, dell'indipendenza, di scadimenti sociali e di governance delle nostre imprese.


il testo riprodotto e' tratto dal settimanale www.panorama.it.


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