[ l k v . i t ]
Perche' il software non ha bisogno del brevetto
20-06-2005
Raimondello
Orsini
Massimo
Portolani
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Il software e' un'opera dell'ingegno, tutelata dal diritto d'autore (copyright).

Viene inoltre commercializzato con un nome o marchio depositato: oggi quindi un'impresa che sviluppa software e' gia' protetta dal diritto d'autore e dalla legge sui marchi industriali. Negli Usa, a partire dalla fine degli anni Ottanta, si e' ritenuto di permettere anche la brevettazione del software: proteggere quindi non piu' solo il programma (la forma nella quale e' scritto), ma anche la funzione che assolve. L'Europa si sta interrogando sull'opportunita' di seguire gli Usa su questa strada. Tra i motivi che inducono a rispondere negativamente si intrecciano sia ragioni generali che rendono il brevetto in se' uno strumento sempre meno utile a incentivare l'innovazione, sia ragioni specifiche che rendono il software inadatto al brevetto.


Le ragioni del brevetto

La concessione del brevetto e' finalizzata a incentivare l'innovazione, che viene remunerata dai profitti monopolistici, e ad accelerare il processo di diffusione delle conoscenze, tramite il disvelamento, o "rivelazione dell'insegnamento inventivo" contestuale al deposito del brevetto.

Entrambe queste motivazioni sociali sembrano mancare nel caso del software.

L'equazione "maggiore protezione uguale maggiore incentivo a innovare" solitamente non vale se le innovazioni hanno natura sequenziale (ovvero si appoggiano su innovazioni precedenti, avendo carattere complementare o incrementale): ampliare la protezione puo' avere un effetto deterrente superiore all'effetto incentivante (si incentiva il primo innovatore, ma si disincentivano i potenziali innovatori successivi). Riguardo al disvelamento, la brevettazione del software cosi' come intesa negli Usa permette all'innovatore di depositare il software senza svelarne il codice sorgente. e' quindi scarso il beneficio che la societa' riceve come corrispettivo alla concessione del monopolio. Il brevetto ricompensa chi ha ottenuto l'innovazione impiegando ingenti risorse in un progetto complesso e rischioso, investimenti che necessitano di anni di protezione monopolistica per essere recuperati (per esempio, nel settore farmaceutico). Lo sviluppo di soluzioni software non ha questi requisiti. Risolvere un problema con un algoritmo richiede delle valutazioni astratte e capacita' creativa, non investimenti. Anche per questo e' stato finora escluso dalla brevettabilita', come gli algoritmi matematici. Inoltre, la complessita' dell'oggetto software e' tale da non consentire un facile giudizio sia in sede di deposito del brevetto, sia in caso di contenzioso: difficilissimo accertare i requisiti di novita' e non ovvieta', necessari perche' il brevetto sia valido. Negli Usa, visto che l'Uspto si finanzia con le tasse di deposito, il brevetto viene concesso praticamente sempre, e la sua validita' viene valutata in tribunale, dove il detentore si ritiene autorizzato a trascinare coloro che considera illegali imitatori. L'esplosione della litigiosita' brevettuale - che non riguarda solo il software - costituisce un problema economico rilevante: le risorse spese nel deposito di brevetti inutili e nelle cause legali da questi generate sono spese di rent-seeking che non creano alcun valore per la societa'. Uno spreco di risorse di cui beneficiano solo gli studi tecnico-legali (1).


A chi e' utile

La natura burocratica e costosa dell'attivita' di brevettazione fa si' che a essa si affidino soprattutto le imprese piu' grandi e – paradossalmente – meno innovative, spesso con l'intento non di proteggere le proprie invenzioni, ma di bloccare quelle altrui. La possibilita' di essere trascinati in costose cause legali e' in grado di scoraggiare sia le numerose piccole imprese che operano in ambito proprietario, sia la miriade di operatori che collaborano al circolo virtuoso dei progetti Open Source. L'incertezza, i lunghi tempi dei processi e l'impegno finanziario sono un'arma nelle mani delle grandi imprese detentrici di brevetti (validi o no), per indurre altre imprese ad accettare accordi extragiudiziali che possono anche implicare restrizioni della concorrenza. La legislazione sul diritto di proprieta' intellettuale deve essere chiara e ridurre le incertezze. La concessione di brevetti dalla validita' opinabile non va evidentemente in questa direzione.

In Europa ci sono poche grandi case di software che non siano distributrici o sussidiarie di grandi imprese americane. Queste non aspettano altro che l'estensione dei propri brevetti ai paesi europei. A desiderare un esito simile, possono essere solo la potente lobby degli avvocati o i funzionari dell'European Patent Office (Epo), i quali hanno pensato bene di organizzare, il 30 marzo 2005, un Information Day presso il Parlamento europeo.

Tra le motivazioni della "urgenza" della brevettabilita' del software ve ne e' una davvero singolare: il Parlamento europeo deve legiferare in proposito, perche' ormai l'Epo ha gia' concesso piu' di 30mila brevetti in ambito software (in palese violazione della normativa vigente: "la prassi ha ormai scavalcato i vincoli normativi"). Resta da vedere se il Parlamento e' ancora sovrano, o deve limitarsi a recepire le pressioni dei lobbisti avvallandone i comportamenti mediante modifiche legislative che ne sanino gli abusi.


Per saperne di piu'
Sul ruolo controproducente dei brevetti, si veda J. Bessen- E. Maskin (2000), "Sequential innovation, patents, and imitation", Working Paper del Mit: http://www.researchoninnovation.org/patent.pdf.


(1) Per rendersi conto direttamente dell'esplosione del numero dei brevetti depositati negli Usa senza avere i requisiti di novita' e non ovvieta', si puo' consultare il sito ufficiale Uspto: http://patft.uspto.gov/netahtml/search-adv.htm facendo una ricerca con parole chiave come "computer" o "internet".


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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