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Le mani della politica sul salotto buono
19-06-2005
 
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Da La Repubblica, rubrica "Affari & Politica", di domenica 19 giugno 2005.


Siamo arrivati alla frutta? E' molto probabile e, se non siamo gia' li' manca assai poco. Il sospetto viene leggendo la bella intervista di Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit, al "Giornale". Palenzona lancia l'idea che, tanto in Mediobanca quanto in Rcs, siano le Fondazioni a entrare nel ruolo di azionisti forti e quindi di garanti della stabilita'. Palenzona non e' affatto uno sciocco. Anzi, e' probabilmente la testa migliore fra quelle che si aggirano nel mondo delle fondazioni, ma la sua proposta e' la spia di un degrado del sistema che ormai sembra proprio essere arrivato quasi in fondo.

Gli azionisti attuali, si legge fra le righe, non danno garanzie di poter reggere di fronte a assalti e imboscate. E questo nonostante questi stessi azionisti siano il meglio del capitalismo italiano. O, meglio, il meglio di quel che rimane del nostro capitalismo. Fiat, Pirelli, Pesenti, Merloni, ecc.: difficilmente si potrebbe mettere insieme un pacchetto di mischia migliore. Eppure, c'e' il fondato sospetto che davanti a un assalto in piena regola non saprebbero resistere. E allora, avanti con le Fondazioni. L'ultima spiaggia.

Solo che le Fondazioni non sono l'ultima spiaggia del capitalismo. Sono qualcosa che va oltre. Sono delle presenze abusive e estranee alla storia del capitalismo. In una parola, andrebbero chiuse per legge, non trasferite a garantire la stabilita' di cose come Mediobanca e la Rcs. E andrebbero eliminate, sia pure con tempi e metodi accettabili, perché sono soggetti impropri e assurdi. Sono soggetti, tanto per dirne una che non rispondono a nessuno di quello che fanno. E, invece, una delle buone regole del capitalismo e' che tutti quelli che hanno un ruolo nel mondo degli affari prima o poi devono rispondere a qualcuno: cioe' ai propri azionisti.

Le Fondazioni, come si sa, non hanno azionisti, ma solo patrimoni, costituitisi nel tempo. E quindi gli amministratori delle Fondazioni non devono rispondere del loro operato a nessuno. E non e' nemmeno facile capire chi li nomina. Ogni Fondazione ha i suoi statuti, ma e' fin troppo evidente che, alla fine, le nomine sono di carattere politico. Mettendo nelle loro mani Mediobanca e Rcs si finirebbe per mettere queste due aziende nelle mani della politica e, nella migliore delle ipotesi, di soggetti "irresponsabili", nel senso che non devono rispondere a nessuno di quello che fanno.

La proposta di Palenzona, che punta a dare un ruolo centralissimo alle Fondazioni nel nostro sistema, rivela dunque un doppio disagio. Da una parte, abbiamo un ambiente culturale e politico nel quale diventa legittimo e persino "comunicabile" un'idea bizzarra come questa. Dall'altra parte c'e' il fatto che si ritiene il capitalismo italiano cosi' debole da poterlo ormai accantonare per fare spazio a "nuovi soggetti", come sarebbero appunto le Fondazioni. Se a questo si aggiunge alla vivacita' e aggressivita' degli "immobiliaristi" ne esce un quadro dlel'Italia 2005 francamente un po' impressionante.

Un'Italia, insomma, un po' alla frutta. Un'Italia che quest'anno finira', alla fine, in recessione complessiva (non solo per un paio di trimestri). L'Italia di cui stiamo cercando di tracciare qualche contorno e' un'Italia che nel 2005 distruggera' ricchezza invece di crearne, con buona pace di tutti quelli che dicono che va bene e che siamo ricchi. L'Italia, certo, non e' un paese povero (ci mancherebbe altro), ma rimane un fatto che negli ultimi sei mesi ha distrutto ricchezza invece di crearne e la stessa cosa diranno i conti finali del 2005.

Se le cose stanno cosi', non poteva mancare una "risposta" anche da parte governativa. Dove, nella confusione di questi giorni per far quadrare i conti pubblici, si sente dire che si vorrebbero trasferire alla cassa Depositi e Prestiti alcuni asset dello Stato (quote azionarie di Eni e di Enel) in modo da incassare un po' di soldi senza peraltro perdere il controllo su queste aziende. Insomma, lo Stato prender i soldi dalla tasca sinistra per metterli in quella destra. E in questo modo pensa di poter far tornare i conti.

Michele Sindona, ai suoi tempi, non avrebbe saputo francamente fare di meglio. Solo che Sindona, a suo tempo, si trovo' la strada sbarrata da un ministro del Tesoro, Ugo La Malfa, che alla fine riusci' a farlo smettere di fare danni. Oggi, invece, e' il ministro del Tesoro che ha la bella pensata di prendere i soldi dalla tasca sinistra per metterli in quella di destra. Insomma, di fare finta che esistano denari dove invece non ne esistono. Se lo Stato, "questo" Stato, fosse un'azienda quotata in Borsa, sottoposta alle norme del codice civile, forse ci sarebbero addirittura gli estremi per denunciarlo alla magistratura. Ma non e' cosi' e quindi i giochi possono andare avanti. Alla fine la soluzione adottata potra' essere un'altra (rispetto a quella di vendere qualcosa alla Cassa Depositi e Prestiti), si potra' decidere di vendere qualche altro chilometro di strade statali, qualche porto o qualche bella spiaggia.

E cosi', fra soggetti impropri (le Fondazioni) e improvvisati (gli immobiliaristi) che si fanno ava ti e che pretendono un ruolo di primo piano, si va avanti, si naviga dentro la recessione (per la quale nessuno fa nulla). Ma la sensazione, sgradevole e amara, che si sia davvero arrivati alla frutta rimane forte.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.repubblica.it.


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