Ogni qualvolta si parla di necessita' di interventi a sostegno dei redditi familiari, diversi partiti della coalizione di Governo propongono l'adozione dello schema del "quoziente familiare" come panacea ai problemi di iniquita' creati dallo schema della tassazione individuale in vigore in Italia fin dall'ormai lontano 1976. Nel testo finale della Finanziaria 2005, la sua introduzione, piu' volte annunciata, e' stata in ultimo eclissata da un ingegnoso complesso di deduzioni per oneri familiari in sostituzione delle detrazioni, i cui effetti sono stati discussi ampiamente su lavoce.info. (si vedano Baldini e Bosi, Rizzi e Zanette e da Galmarini).
L'introduzione delle deduzioni per carichi familiari nel sistema tributario italiano e l'abbandono delle detrazioni lasciano permanere alcuni elementi di criticita' nella struttura Irpef e ne creano di nuovi. In sintesi, riconoscendo una seppur limitata riduzione di capacita' contributiva per carichi familiari, la nuova Irpef lascia inalterato un onere fiscale piu' elevato per le famiglie monoreddito rispetto a quelle bireddito (garantendo vantaggi piu' elevati a quelle con elevate differenze fra i guadagni dei coniugi).
L'esigenza di maggiore equita' orizzontale spinge a proporre l'adozione di misure di riequilibrio. In particolare, il sistema del cosiddetto "quoziente familiare" alla francese, con opportuni adeguamenti, segnerebbe una sostanziale inversione di rotta per il sistema fiscale italiano, indicando nella famiglia, e non piu' nell'individuo, l'unita' impositiva Irpef.
Per i non addetti ai lavori, sara' utile chiarire che il quoziente familiare e' un criterio di tassazione per parti, basato sul presupposto teorico delle scale di equivalenza: richiede di sommare i redditi di tutti i componenti (non solo della coppia) e di dividere il risultato per un quoziente Q, che si ottiene dalla somma di opportuni coefficienti assegnati a ciascun componente familiare, prima di applicare al valore risultante la scala delle aliquote. Al pari delle altre tipologie di tassazione per parti, il quoziente familiare consentirebbe dunque di parificare il trattamento delle famiglie monoreddito a quelle bireddito. Tuttavia, a causa della progressivita' dell'imposta, il vantaggio fiscale aumenta col crescere del reddito, favorendo i nuclei con reddito elevato e creando un potenziale problema di equita' verticale che puo' pero' essere corretto con opportune integrazioni. Le motivazioni teoriche che originariamente hanno condotto alcuni paesi dell'area Ocse a scegliere la famiglia come unita' impositiva, derivano dall'ipotesi che sia la famiglia l'unita' decisionale e che il suo benessere coincida con quello di ogni componente, in maniera forse troppo semplicistica. Tale ipotesi, comune nella letteratura economica tradizionale, dalla fine degli anni Ottanta e' stata sottoposta ad attento studio da una ampia produzione teorica ed empirica, che dimostra come le scelte all'interno della famiglia non garantiscano identico livello di benessere per ogni suo componente (1).
Si e' creata in questo modo una nuova prospettiva di analisi: quella degli effetti allocativi e distributivi intra-familiari accanto al piu' noto studio degli effetti inter-familiari. Il passaggio a un sistema di tassazione di tipo familiare, dunque, segnerebbe sul piano della riflessione teorica una ingiustificabile controtendenza.
Sul piu' importante piano di policy, invece, va evidenziato che il quoziente familiare crea distorsioni nelle scelte lavorative del coniuge con reddito piu' basso. Trasferisce infatti su quest'ultimo parte del carico fiscale, mentre con un sistema di tassazione individuale, come quello vigente, l'imposta si applica separatamente al reddito di ciascun componente della famiglia. La tassazione individuale pertanto non influenza le scelte degli altri componenti familiari, anche se, per ottemperare a obbiettivi di equita', il metodo e' corretto con detrazioni o deduzioni per la presenza di carichi familiari. Le statistiche piu' recenti sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro mostrano che nei paesi a tassazione congiunta le donne in media lavorano di meno e le ricerche dimostrano empiricamente l'esistenza di un effetto disincentivante della tassazione congiunta sull'offerta di lavoro femminile (2).
In Italia il tasso di partecipazione femminile al lavoro e' il piu' basso d'Europa e una politica disincentivante dell'offerta di lavoro femminile avrebbe importanti implicazioni sul benessere delle famiglie e dei figli nonche' sull'indipendenza economica femminile.
Va infine presa in esame l'esistenza di costi piu' elevati per le famiglie in cui entrambi i partner lavorano (costi per i servizi per l'infanzia, per gli anziani), implicitamente riconosciuti dal metodo di tassazione individuale, ma non da quello di tipo familiare. In un paese dove i servizi pubblici sono molto razionati (vedi Saraceno e Del Boca su questo sito), tali costi diretti e indiretti sono particolarmente rilevanti. Nel contesto economico italiano, il riconoscimento delle spese a carico delle famiglie e l'attenzione a non disincentivare ulteriormente il lavoro femminile appaiono obiettivi prioritari.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.