Ogni anno l'Autorita' garante della concorrenza e del mercato, e in misura minore anche le Autorita' di settore, segnalano al Parlamento un discreto numero di norme esistenti che ostacolano o distorcono la concorrenza, senza essere basate su alcuna valida giustificazione generale (1). Seguendo parametri interpretativi contenuti nella legge antitrust, si possono classificare in norme che fissano tariffe o altre condizioni contrattuali, norme che limitano gli accessi al mercato, norme che discriminano tra imprese e norme che istituiscono, estendono o difendono monopoli legali. In generale, sono norme economicamente sbagliate, spesso vetuste e certamente da cambiare nell'interesse della maggioranza dei cittadini. Esse creano inefficienze nel funzionamento del sistema economico nazionale e quindi nuocciono anche alla sua competitivita' internazionale.
Il numero di queste segnalazioni, che possono interessare anche piu' argomenti insieme ma sono per lo piu' piuttosto specifiche e focalizzate, oscilla tra le quindici e le venti per anno. Tuttavia, una percentuale elevatissima delle stesse, circa l'80 per cento da una statistica che avevo elaborato per gli anni Novanta, resta purtroppo lettera morta (2).
Troppo frequentemente la norma anticoncorrenziale segnalata non viene modificata dal Parlamento e la segnalazione dell'Autorita' antitrust cade nel vuoto.
L'esito delle segnalazioni e' spesso cosi' scoraggiante essenzialmente perche', quando la segnalazione dell'Autorita' antitrust arriva in Parlamento, la lobby colpita - le norme anticoncorrenziali raramente esistono per caso - reagisce con furiosa ed efficace vis polemica e trova sponde in un Parlamento che comunque e' in altre faccende affaccendato. In altri termini, lo status quo e' difficile da cambiare, anche quando apparirebbe evidente che il suggerimento pro-concorrenziale dell'Antitrust, almeno in astratto, ha il potenziale consenso e sostegno di una maggioranza di cittadini e di parlamentari. Nei fatti, la presunta "maggioranza" su ogni singolo argomento segnalato non e' organizzata e forse non ha neanche sufficiente interesse ad agire.
L'Antitrust svolge quindi correttamente il suo ruolo di "advocate", cioe' da' voce a un interesse diffuso che altrimenti non sarebbe rappresentato, al fine di provocare una soluzione piu' efficiente da un punto di vista economico per la collettivita', ma il sistema istituzionale non risponde e la norma anticoncorrenziale, protetta dalle lobby e dall'inerzia, generalmente resiste.
Per tentare di ridurre la percentuale di esiti negativi di queste segnalazioni, qualche anno fa, al termine del lavoro richiamato in nota, avevo avanzato la proposta di concentrare l'attenzione e la battaglia parlamentare a scadenze fisse e su una piu' ampia varieta' di temi rilevanti. In sostanza, si tratterrebbe di adottare per la concorrenza la stessa tecnica legislativa che fu utilizzata, con un buon successo, per recuperare gli storici ritardi italiani nel recepimento delle direttive comunitarie, quando fu inventata la legge comunitaria. Nel calendario parlamentare dovrebbe quindi essere prevista, una volta l'anno, o anche solo una volta ogni due anni, una "Legge per la concorrenza" il cui scopo "ordinario" potrebbe essere proprio quello di esaminare, e eventualmente recepire, le segnalazioni delle Autorita' indipendenti in materia di concorrenza e funzionamento dei mercati. In un circolo virtuoso, consapevoli dell'appuntamento, le stesse Autorita' di regolazione potrebbero focalizzare meglio la propria opera di advocate, magari concentrandola su temi piu' urgenti o rilevanti per la stato dell'economia. Inoltre, una volta deciso l'appuntamento annuale o biennale, esso potrebbe attrarre molte altre questioni rilevanti, sempre in materia di concorrenza. Cosi', da semplice occasione di abrogazione di norme negative, "la legge per la concorrenza" potrebbe anche diventare l'appuntamento per l'avanzamento di riforme positive, gia' previste o comunque necessarie. In sostanza, si potrebbe creare un'occasione unificante per concentrare gli sforzi delle Autorita', delle associazioni dei consumatori, della societa' civile, al fine di riesaminare dal punto di vista della promozione della concorrenza e degli interessi collettivi, la normativa esistente e sviluppare i nuovi interventi di liberalizzazione necessari.
La legge sulla concorrenza potrebbe essere esaminata lontano dalla sessione di bilancio, magari all'epoca dell'esame del documento di programmazione economica e finanziaria, perche' naturalmente dovrebbe essere pensata come una legge di riforme sostanzialmente senza costo per l'erario (3).
A chi si chieda perche' un simile appuntamento annuale dovrebbe avere piu' successo delle attuali segnalazioni, e' possibile rispondere che vi sarebbero ottime ragioni teoriche e pratiche per attendersi questo esito felice. In primo luogo, l'attenzione generale dei fautori della concorrenza e dei consumatori sarebbe concentrata sulla scadenza e quindi le forze in campo a sostegno della legge sarebbero ampie. Secondo, le singole lobby, avendo interessi non necessariamente convergenti, quasi sicuramente non sarebbero altrettanto efficaci nel sommare le loro resistenze al cambiamento. In terzo luogo, se e' valido l'assunto che si tratterebbe di interventi largamente condivisi dalla maggioranza dei cittadini e dei parlamentari, e' l'esistenza stessa di un appuntamento normativo che, contribuendo a vincere l'inerzia che protegge lo status quo, risulterebbe il migliore alleato del cambiamento. Infine, l'intervento dovrebbe riguardare diversi aspetti economici e naturalmente diversi mercati, e nascere essenzialmente su input di Autorita' tecniche e terze. Dovrebbe quindi essere subito ben chiara la sua natura di legge bipartisan e trasversale, rafforzandone le possibilita' di successo. Ma naturalmente essendo la proposta stata avanzata gia' alcuni anni fa ed essendo rimasta senza esito, sorge purtroppo il dubbio che l'inerzia iniziale permanga, come spesso succede, quella piu' insuperabile.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.