[ l k v . i t ]
Dagli slogan all'agenda politica
08-05-2006
Paolo
Sestito
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Il programma politico di chi ha vinto le elezioni parlava di superamento della legge Biagi (1).

Il superamento, come hanno ormai piu' volte dichiarato anche i maggiori critici di quella legge, non significa abrogazione e quindi puro e semplice ripristino della situazione pregressa: un indirizzo legislativo reso oggettivamente problematico dalla miriade di accordi, contratti e accadimenti nel mercato del lavoro che gia' avevano fatto uso di quella legge, e comunque piu' simbolico che effettivo, a fronte dei problemi della precarieta' in buona parte preesistenti rispetto a quella legge. Pur volendosi distinguere dal completamento della legge Biagi - che era lo slogan della parte che le elezioni ha perso, forse anche perche' quel completamento a mezzo di piu' decorosi ammortizzatori sociali aveva sempre rimandato - il superamento sembra percio' qualificarsi, in positivo, come un'agenda di policy che voglia affrontare la questione della precarieta' nel mercato del lavoro, un problema che e' oggettivo, predata la legge Biagi e che e' forse pero' stato ingigantito, nella percezione degli interessati, dalla scarsa attenzione che vi ha prestato il policy maker.

Anche se questo graduale uscire dalla pura polemica elettorale e' di per se' positivo, rimane pero' ancora da capire come, al di la' del titolo e dell'obiettivo generale, quell'agenda possa essere affrontata. La tesi di chi scrive e' che il punto non sia tanto quello di abbinare al completamento della legge Biagi l'eliminazione di quelli che taluni ritengono essere i suoi "eccessi", ridimensionando le flessibilita' consentite dal legislatore alle imprese. I veri nodi sono sul come potenziare gli ammortizzatori sociali e sul come regolare le flessibilita'.


Come potenziare gli ammortizzatori sociali

Veniamo al primo punto. Estendere l'esistente regime degli ammortizzatori sarebbe costoso e inefficiente. Forse anche per questo i Governi passati hanno sempre rimandato il potenziamento degli ammortizzatori sociali, perche' ai rinvii dell'ultima legislatura fanno da pendant le vicende della penultima, quando si arenarono gli indirizzi della Commissione Onofri e i Governi di centrosinistra non utilizzarono una apposita delega conferita dal Parlamento nel 1999.

Occorre quindi ridisegnare gli strumenti, accrescendo l'equita' - assente nell'attuale regime, segmentato oltre che sottodimensionato - evitando di far esplodere la spesa (oggi si spende lo 0,6 per cento del Pil a fronte di una media dell' Unione europea di circa il 2 per cento) e le distorsioni nel mercato del lavoro. Ridisegnare richiede percio' di definire sussidi, e schemi di finanziamento degli stessi, che ne scoraggino l'uso prolungato e ripetuto nel tempo, da parte delle imprese (quando licenziano o quando vengono meno dei contratti a termine) e da parte dei lavoratori.

Ridisegnare significa anche "attivare" i beneficiari dei sussidi - sostenendoli e controllandoli nella ricerca di un nuovo lavoro - indirizzando in tal senso quei servizi pubblici per l'impiego che, a dieci anni dall'avvio di un assieme di riforme che hanno aperto il campo agli operatori privati e passato parte prevalente delle competenze pubbliche al livello regionale (e provinciale), sono ancora in mezzo ad un guado e privi di una mission pregnante (2).

Nonostante la continuita' sostanziale delle direttrici di riforma in tutto il decennio si e' infatti ancora molto indietro: permangono ambiguita' nelle interazioni tra privati e pubblico, le cui specificita' sono trascurate tanto in quelle realta' regionali che immaginano di legittimare i primi solo nell'ambito di quanto programmato dal secondo, quanto in quelle dove si immagina che non vi siano affatto distinzioni tra gli uni e l'altro. Rischia cosi' di essere trascurata la difesa della contendibilita' del mercato degli intermediari privati e di non svilupparsi quella mission specifica dell'operatore pubblico di gestione, controllo e attivazione dei beneficiari di sussidi, una mission che tra l'altro, pur dovendo adattarsi ai diversi territori e potendo prevedere meccanismi di outsourcing sulla falsariga di quanto sperimentato in altri paesi, ad esempio Australia e Olanda, e' intrinsecamente nazionale.


Regolare la flessibilita'

Rilevante e' pero' anche il secondo punto. La legge Biagi e' una legge complessa, il dettaglio dei cui effetti colpevolmente non e' stato a sufficienza monitorato ed esaminato, come invece sarebbe necessario, per individuare gli eventuali eccessi e le parti che, piu' banalmente, hanno girato ben poco e quindi non hanno prodotto miracoli ma neppure guasti.

Il vero punto generale, strategico, non e' pero' il giudizio sui singoli istituti contrattuali introdotti o toccati dal legislatore (o sul loro mero numero), ma quello sull'opportunita' di regolare nel dettaglio, piu' avverso la flessibilita' o piu' a favore di questa e quindi consentendo poche o tante deroghe al contratto standard. Questa e' stata la modalita' tradizionale per introdurre quelle flessibilita' richieste dalle imprese, e che pur con indubbi meriti storici, specie al suo avvio, e' stata portata ai suoi estremi con la legge Biagi. Si sono cosi' ampliate le flessibilita', ma anche i rischi insiti in quell'approccio, in termini di segmentazioni nel mercato del lavoro, di distorsioni nella scelta dei moduli organizzativi da parte delle imprese, di "complessificazione" delle regole, a beneficio dei consulenti ancor piu' che delle imprese.

Al di la' di pregi e difetti delle singole previsioni della legge Biagi, la questione strategica e' se quell'approccio non abbia fatto il suo tempo. Da questo punto di vista, non si tratta tanto di discutere se e quanto ridurre le singole flessibilita' introdotte, quanto di stabilire come regolare il sistema. Piu' proficuo ed atto a evitare i problemi prima detti sarebbe i consentire la flessibilita', ma calmierandone l'uso con un costo aggiuntivo, ad esempio tenendo conto, in una logica assicurativa, del maggior ricorso ad ammortizzatori sociali che e' insito nel lavoro a termine. O per venire ad un altro esempio, quello delle collaborazioni coordinate e continuative (che la legge Biagi ha cercato di comprimere e non ha certo ampliato), il quesito e' se sia piu' proficuo dettagliare le condizioni di esperibilita' delle stesse, piu' o meno restrittivamente, o allineare i costi contributivi delle diverse modalita' organizzative del lavoro, evitando un ricorso distorsivo alle collaborazioni e altre fattispecie, cosi' affrontando anche la questione dell'inadeguatezza dei futuri trattamenti previdenziali dei cosiddetti parasubordinati.


* Le opinioni qui espresse sono esclusivamente personali.


(1) Per l'esattezza della legge 30, detta anche legge Maroni, il rifiuto dell'attribuzione a Marco Biagi della paternita' di quella legge essendo anch'esso parte dello scontro semantico tra le opposte coalizioni politiche. Se devo esprimere un parere, la polemica sul nome mi pare futile - perche' la paternita' di Marco Biagi ne' migliora e ne' peggiora la qualita' della legge e questo era un concetto ben presente a un pragmatico come Marco Biagi - e pretestuoso - perche' fattualmente molto della legge risale a proposte abbozzate da Marco Biagi, che pero' non ha potuto vedere quei dettagli finali che sono sempre decisivi.


(2) La tematica in questione e' meglio trattata in S. Pirrone e P. Sestito, Disoccupati in Italia. Tra Stato, Regioni e cacciatori di teste, il Mulino, dedicato proprio all'interazione tra politiche attive e passive del lavoro ed alla trasformazione ed al ruolo dei servizi per l'impiego e che pero' contiene anche un capitolo dedicato alle tante fattispecie contrattuali toccate dalla legge Biagi.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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