[ l k v . i t ]
Lo spettro di Bolkestein s'aggira per l'Europa
02-05-2005
Giuseppe
Nicoletti
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L'Unione europea e' uno spazio economico anomalo. I beni e i capitali circolano liberamente, specialmente dopo il completamento del Mercato unico nel 1993, ma i servizi faticano a trovare la strada del commercio intraeuropeo. Eppure, gli stessi trattati che hanno abolito le frontiere per i manufatti e i flussi finanziari garantiscono formalmente anche la libera circolazione dei servizi. Per esempio, uno studio dell'Ocse rilevava che, in media, nel 2001 vi erano meno barriere esplicite all'investimento diretto dall'estero nell'Unione europea che negli Stati Uniti proprio in considerazione del fatto che, in teoria, tra i paesi membri non ci sono limiti alla creazione di imprese transfrontaliere, una delle principali modalita' di fornitura di servizi a livello internazionale.


Tutti gli ostacoli dell'Unione

In realta' le cose sul campo stanno diversamente. Un impressionante numero di ostacoli regolamentari e amministrativi impedisce ai prestatori di servizi non solo di creare filiali nell'Unione, ma anche di commerciare utilizzando altre modalita', quali la vendita transfrontaliera o l'invio di personale specializzato. Regolazioni e burocrazie nazionali frenano il commercio e gli investimenti in due modi: creando alti costi fissi per le imprese desiderose di accedere al mercato di un altro paese membro e moltiplicando questi costi nel caso, sempre piu' frequente in un contesto di globalizzazione, di imprese che operano simultaneamente su piu' mercati. In altri termini, il commercio di servizi e' frenato sia dal livello delle regolazioni nazionali che dalla loro eterogeneita' nell'Unione.

E' stato calcolato che raccogliere le informazioni necessarie a stabilirsi commercialmente in un singolo paese europeo puo' costare fino a 160mila euro in consulenze legali per un'impresa di un altro Stato membro; le procedure amministrative legate alla concessione di ogni autorizzazione possono costare fino a 65mila euro (da moltiplicare per le numerose autorizzazioni richieste); e la documentazione legale necessaria per potere offrire servizi transfrontalieri puo' implicare costi di entita' anche superiore (1). Ovviamente, queste cifre salgono con il numero di paesi nei quali si intende offrire servizi, a causa dell'assenza di armonizzazione comunitaria e della specificita' delle regolazioni nazionali in materia di servizi. Cosi', questi ostacoli mantengono il commercio intraeuropeo di servizi ben al di sotto delle sue potenzialita'. Recenti stime suggeriscono che la loro eliminazione potrebbe aumentare i flussi di commercio e di investimento diretto estero del 30-40 per cento rispetto ai loro livelli attuali.


Un handicap alla crescita

Non e' difficile capire come l'assenza di un mercato integrato dei servizi sia uno dei maggiori handicap dell'Europa rispetto agli Stati Uniti. In effetti, la difficolta' di commerciare e investire liberamente nell'Unione si traduce in scarse pressioni concorrenziali e in un sottodimensionamento del settore. Mentre le imprese manifatturiere devono continuamente migliorare l'efficienza dei propri processi produttivi e la qualita' e la varieta' dei loro prodotti per fare fronte alla concorrenza estera, i prestatori di servizi possono farne sovente a meno perche' sono protetti dalle forti barriere alla concorrenza create dagli ostacoli regolamentari e amministrativi al commercio e all'investimento estero. L'assenza di incentivi concorrenziali puo' forse spiegare perche' nei paesi dove le regolamentazioni sono piu' rigide il contributo dei servizi che utilizzano nuove tecnologie alla crescita della produttivita' e' piu' debole (Figura 1). Inoltre, mentre la manifattura puo' godere delle economie di scala legate alla dimensione europea (e globale) del mercato dei beni, il settore dei servizi opera in gran parte su scala nazionale (e spesso locale), rimanendo inefficiente e di ridotte dimensioni. Non e' un caso che, come ampiamente documentano studi effettuati dall'universita' di Groningen, i forti differenziali di crescita della produttivita' aggregata tra Stati Uniti e Unione europea negli ultimi quindici anni siano spiegati in gran parte dalla scarsa crescita della produttivita' in molti dei servizi prodotti nel Vecchio Continente. Non e' un caso nemmeno che, a livello internazionale, la quota degli occupati nel settore dei servizi sia funzione decrescente della rigidita' delle regolazioni economiche e amministrative che affliggono questo settore (Figura 2).


A danno dei cittadini

Tutto cio' e' tragico per i cittadini europei, nella loro duplice veste di lavoratori e consumatori, perche' il settore dei servizi e' il principale (se non addirittura l'unico) fattore di crescita economica e occupazionale nei paesi avanzati. Il sottosviluppo del terziario frena la creazione di ricchezza e occupazione, oltre a mantenere artificialmente elevati i prezzi dei servizi, che costituiscono una quota crescente dei consumi intermedi delle imprese e dei consumi finali dei cittadini europei. Eppure, l'eterogeneita' dei servizi, che vanno dal commercio al dettaglio o dall'assistenza sanitaria fino alla consulenza tecnica alle imprese e alle famiglie, fa si' che lo sviluppo di questo settore potrebbe assorbire lavoratori sia di bassa che di alta qualifica, contribuendo a ridurre i forti tassi di disoccupazione che caratterizzano molte economie europee, cosi' come e' avvenuto negli Stati Uniti nel corso degli ultimi due decenni. I guadagni occupazionali che si potrebbero ottenere eliminando le regolazioni restrittive della concorrenza nel settore dei servizi, sono stimati dall'Ocse attorno al 3 per cento della popolazione in eta' lavorativa in un paese come l'Italia. Inoltre, come dimostra uno studio recente della Fondazione Rodolfo Debenedetti, guadagni di qualita' e efficienza nei servizi resi alle imprese possono anche tradursi in forti aumenti di produttivita' delle aziende manifatturiere, innescando un ciclo virtuoso capace di innalzare la produttivita' globale delle economie europee.


In questo contesto, la crescente opposizione alla cosiddetta "direttiva Bolkestein" sui servizi, anche da parte degli stessi politici che l'avevano finora appoggiata, non puo' non apparire come una delle numerose manifestazioni di un sempre piu' allarmante "masochismo europeo".

In effetti, scopo della direttiva era proprio di dare un colpo d'acceleratore alla realizzazione del mercato unico nel campo dei servizi, seppur in modo progressivo e con un gran numero di deroghe finalizzate a non urtare le sensibilita' dei paesi piu' refrattari alle riforme in questo campo (come la Francia). Gli effetti della direttiva si farebbero sentire sia sull'occupazione che sulla crescita europea, in piena sintonia con i tanto strombazzati obiettivi di Lisbona. Ma i governanti sembrano avere perso l'audacia e la lungimiranza sia dei padri fondatori che dei loro emuli che, in anni piu' recenti, hanno contribuito allo sviluppo dell'Unione. Preferiscono continuare a enunciare obiettivi e a seguire le paure, spesso infondate, di una parte dell'elettorato piuttosto che varare le riforme necessarie per fare uscire l'Europa dalla stagnazione.


Per saperne di piu'

G. Nicoletti, S. Golub, D. Hajkova, D. Mirza e K. Yoo (2003), "Policies and international integration: influences on trade and foreign direct investment", http://www.olis.oecd.org/olis/2003doc.nsf/linkto/eco-wkp(2003)13, e H. Kox, A. Lejour e R. Montizaan (2004), "The free movement of services within the EU", http://www.cpb.nl/eng/pub/document/69/doc69.pdf

R. Inklaar, M. O'Mahony e M. Timmer (2003), "ICT and Europe's productivity performance industry level growth account comparisons with the United State's", http://www.ggdc.net/pub/online/gd68(online).pdf e R. Inklaar, M. Timmer e B. van Ark (2005), "Productivity differentials in the US and EU distributive trade sector: statistical myth or reality", http://www.ggdc.net/pub/online/gd76(online).pdf.

Oecd (2003), "Quantifying the benefits of liberalising trade in services," Chap. 1, http://iris.sourceoecd.org/vl=1416528/cl=16/nw=1/rpsv/~6678/v2003n12/s1/p1l

R. Faini, J. Haskel, G. Barba-Navaretti, C. Scarpa e J. Wey (2004), "Contrasting Europe's decline: do product market reforms help?", http://www.frdb.org/images/customer/report_one.pdf


(1) http://europa.eu.int/comm/internal_market/services/docs/strategy/2004-propdir/before-after_en.pdf



Figura 1



Figura 2


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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