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Quattro passi nella concorrenza
06-04-2006
Filippo
Cavazzutti
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Una volta terminata la campagna elettorale, ineludibili dovrebbero essere i provvedimenti da assumere per il rilancio della competitivita'. Tra questi, alcuni dovranno riguardare l'assetto del settore dei servizi pubblici locali a rilevanza industriale: acqua, gas, energia elettrica, igiene ambientale, trasporti locali, ma anche fiere, aeroporti, autostrade, telecomunicazioni, mercati ortofrutticoli, e cosi' via.


La situazione

La situazione di oggi e' insoddisfacente per i diversi motivi.
- Gli enti locali che posseggono ingenti patrimoni sotto forma di local utilities industriali non si limitano a fare "i taglia cedole", ma svolgono una vera e propria funzione imprenditoriale, con rilevanti intrecci con la politica locale. Anche se, nella maggioranza dei casi, non lo fanno piu' con la forma di "gestione diretta" che caratterizzava le aziende municipalizzate trasformate in aziende speciali, e ora in societa' per azioni di diritto speciale. Cio' rischia di accrescere l'inefficienza della gestione delle imprese a danno dei cittadini: vocazione pubblica e vocazione privata di tipo imprenditoriale e' assai difficile che vadano d'accordo, poiche' devono rispondere a obiettivi tanto legittimi quanto diversi e soddisfare domande altrettanto legittime quanto fra di loro incompatibili.
- Non pare realizzato alcun intervento a favore della concorrenza "per il mercato" e neppure a favore di quella "nel mercato".
- Liberalizzazioni e privatizzazioni sono rimaste al palo.
- L'affidamento "in house" dei servizi appare un escamotage per evitarne l'affidamento tramite procedure competitive.
- Assai modesta e' la partecipazione dei privati al capitale delle local utilities.

Secondo Confservizi, a seguito della privatizzazione formale che ha portato alla veste di spa, nel 73 per cento dei casi gli enti locali sono gli unici proprietari, nel 23,6 per cento dei casi vi e' una maggioranza pubblica, soltanto il 3,4 per cento ha optato per la spa minoritaria (1).
- Molte delle spa locali non soltanto hanno allargato l'area di business ad altre attivita' (multiutilities), ma detengono anche partecipazioni societarie in altri settori di attivita', vere e proprie holding non contendibili.


Una ipotesi di riforma in quattro passi

La via da percorrere per accrescere la competitivita' nel settore e' quella che giunga alla completa separazione tra gestione del patrimonio con finalita' pubbliche (dato dalle reti, dal controvalore delle partecipazioni azionarie nelle imprese e da quello dei rami di azienda che gestiscono le reti o altra attivita' a rilevanza industriale) e gestione delle imprese industriali con finalita' imprenditoriale.

Cio' richiede un provvedimento di legge che preveda almeno quattro passi:
1) la trasformazione in spa di tutte le forme di gestione dei servizi pubblici locali a rilevanza industriale e conferimento dei rami di azienda in apposite societa' per azioni in analogia con quanto avvenne nel caso delle banche pubbliche (privatizzazione formale);
2) il conferimento dei patrimoni (le reti ove esistano e le vecchie e nuove partecipazioni azionarie date dallo scorporo dei rami di azienda) in un ente creato appositamente dall'ente locale: una fondazione comunale a vocazione dichiaratamente pubblica che operi con snellezza con le norme del diritto privato. Cosi' facendo la fondazione diviene, in un primo momento, proprietaria sia delle partecipazioni azionarie, sia delle reti che costituiscono il suo piu' importante "attivo" per il perseguimento dei suoi fini statutari. In quanto proprietaria, la fondazione effettua la gara per l'assegnazione del contratto di servizio, e ne incassa i proventi (concorrenza per il mercato);
3) l'alienazione, in secondo momento e sempre mediante gara, delle partecipazioni azionarie dirette e indirette detenute dalla fondazione che dovra' investire il ricavato in altri asset per il conseguimento dei fini statutari (privatizzazione sostanziale);
4) l'ente locale mediante la redazione del "contratto di servizio" regola l'attivita' nei diversi settori, ma non le tariffe e nemmeno i soggetti che svolgono la funzione di impresa nei settori stessi. Cosi' facendo l'ente locale diviene "ente regolatore" e non piu' gestore (concorrenza nel mercato).

In conclusione, l'ente pubblico, tramite la fondazione, disporrebbe di mezzi patrimoniali i cui frutti possono contribuire a soddisfare la propria vocazione pubblica. I privati, dal canto loro, dovrebbero assumere, con spiccata vocazione privata, il rischio di impresa in un contesto competitivo in luogo di godere i frutti di partecipazioni di minoranza in monopoli pubblici.


(1) Confesercizi, rapporto maggio 2004.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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