[ l k v . i t ]
I poli e il federalismo fiscale
04-04-2006
Massimo
Bordignon
[<--]

Il confronto incrociato tra i programmi elettorali delle due coalizioni sui temi dei rapporti finanziari tra governi mostra con chiarezza quanto il clima sia mutato negli ultimi cinque anni. Rispetto alle precedenti elezioni, c'e' di gran lunga minor fiducia nelle capacita' propulsive del federalismo, un atteggiamento probabilmente dovuto allo sgangherato decentramento di poteri a cui abbiamo assistito in questi anni e alle difficolta' economiche, che tendono a aumentare le domande di protezione sociale soprattutto nelle aree meno forti del paese.

Naturalmente, i programmi di entrambi i poli si aprono con un richiamo formale alla necessita' di introdurre il "federalismo fiscale", cioe', di attuare l'articolo 119 della Costituzione riformata nel 2001, definendo con precisione il sistema di finanziamento e di perequazione degli enti territoriali. Ma tra autonomia e solidarieta' territoriale, i due punti attorno ai quali tipicamente ruota il dibattito sul federalismo, entrambi gli schieramenti si preoccupano molto piu' del secondo che del primo. Non e' chiaro se per intima convinzione o per calcolo elettorale. Inoltre, fatte le debite proporzioni per il grado di approfondimento dei due programmi (quasi inesistente nel caso della Casa delle liberta'), le proposte specifiche latitano. Il programma della Cdl, in particolare, appare quasi comico quando afferma con enfasi che "l'attuazione del federalismo fiscale e' ormai da tutti considerata necessaria", senza spiegare perche' allora non sia stata fatta nei ben cinque anni di Governo Berlusconi (uno e bis).


Il federalismo fiscale della Cdl: il silenzio sulla devolution

Cosi', quasi paradossalmente, nel programma della Cdl il federalismo fiscale e' nominato per la prima volta nella parte dedicata al Mezzogiorno, allo scopo di sottolineare immediatamente che sara' "solidale" e sara' accompagnato da "misure di fiscalita' di sviluppo compensativa a favore delle aree svantaggiate". Ancora piu' paradossalmente, quasi non si parla della riforma costituzionale voluta dalla Cdl, che ha impegnato per quasi due anni il Parlamento e sui cui si terra' un referendum confermativo nel giro di pochi mesi. La riforma costituzionale e' si' menzionata tra le trentasei grandi riforme del governo Berlusconi, ma senza alcuna enfasi ne' una riga esplicita di spiegazione, accomunata ad altre "grandi" riforme come quella relativa al nuovo "Codice per la nautica di diporto". Addirittura, nell'intero programma elettorale della Cdl non vi e' alcuna traccia della parola "devolution", cavallo di battaglia della Lega Nord ed elemento portante della riforma costituzionale stessa. E' evidente che di questo si preferisce non parlare, almeno durante la campagna elettorale.


Il federalismo fiscale dell'Unione: la concertazione

Il programma dell'Unione e' molto piu' dettagliato, con aspirazioni condivisibili anche sul tema del decentramento costituzionale e del finanziamento dei governi. Solo non si capisce bene come tutte queste aspirazioni condivisibili saranno poi tenute assieme in pratica. Si parla di autonomia finanziaria per gli enti locali, di perequazione delle risorse, di superamento della spesa storica nella attribuzione dei trasferimenti, di certezza nell'attribuzione delle risorse agli enti locali, di definizione esplicita e quantificazione dei servizi essenziali per l'omogeneita' dei diritti sociali e civili sul territorio, di uniformazione nella contabilita' dei vari livelli di governo per esigenze di programmazione e controllo della spesa, ma non ci sono proposte specifiche (quali tributi? quali trasferimenti? quali criteri?) che consentano una discussione approfondita.

Forse, la cifra piu' rilevante del programma dell'Unione su questo fronte (come su altri) va cercata, piu' che nelle proposte specifiche, nell'enfasi attribuita alla necessita' della "concertazione" tra livelli di governo, in contrasto con la politica unilaterale seguita dal Governo di centrodestra in questi anni e delle sue proposte costituzionali che "lacerano il paese e contrappongono i territori".

Da qui emergono anche alcuni impegni specifici: i trasferimenti vincolati agli enti locali non saranno piu' introdotti unilateralmente dallo Stato centrale e il Patto di stabilita' interno fara' riferimento ai saldi di bilancio e non piu' a vincoli imposti sulla spesa degli enti locali. Dopo gli ultimi anni nei quali il Governo ha spesso cercato di scaricare sulla periferia la sua incapacita' di controllare i conti pubblici, in maniera oltretutto erratica e inconcludente, si tratta sicuramente di impegni benvenuti. Di nuovo, pero', ci si domanda come questa "concertazione", su temi delicati come la distribuzione delle risorse tra centro e periferia e tra territori, possa svolgersi senza trasformarsi in paralisi, in presenza di risorse scarse, ampie differenziazioni territoriali e senza specifiche istituzioni che possano incanalare proficuamente il dibattito.


Il Senato federale dell'Unione

Nell'assunto, probabilmente fondato, che la riforma Costituzionale della Cdl venga respinta col prossimo referendum, l'Unione propone l'introduzione di una "Camera di effettiva rappresentanza delle Regioni e delle autonomie" in sostituzione dell'attuale Senato, con "competenze legislative differenziate rispetto alla Camera dei deputati". Un Senato di questo tipo potrebbe in effetti rappresentare una camera di coordinamento e compensazione tra diversi livelli di governo. Tuttavia, da un lato, la proposta non e' ben definita, dall'altro appare in contrasto con l'impegno assunto nello stesso programma di non cambiare ulteriormente la Costituzione a colpi di maggioranza, rafforzato dalla proposta di blindare di piu' la Costituzione, aumentando il quorum necessario per approvare modifiche costituzionali. Su un tema cosi' delicato e dirimente pare dunque difficile che si possano vedere progressi effettivi.


Il patto della Cdl

Anche la Cdl richiama la necessita' di un "grande e libero patto tra Stato-enti territoriali", senza pero' aggiungere altri dettagli. Tornando indietro nel programma di qualche pagina si capisce forse meglio di cosa potrebbe trattarsi.

Si comincia osservando che le passivita' del settore pubblico (il debito pubblico) sono quasi tutte sulle spalle del Governo centrale, mentre le attivita' (il patrimonio pubblico) sono in larga parte, per due terzi, di proprieta' degli enti locali. Dunque, il libero patto dovrebbe prendere la forma di uno scambio: gli enti territoriali cedono (parte del) proprio patrimonio sul mercato in riduzione del debito pubblico statale. Cosa ottengano in cambio, non e' chiaro. Forse, lo stesso "federalismo fiscale solidale" di cui si parlava in precedenza.

Sicuramente, in cambio ottengono parte delle maggiori imposte erariali (riduzione dell'evasione) derivanti a seguito del coinvolgimento dei comuni (e le Regioni e le province?) nelle attivita' di accertamento tributario, misura del resto prevista gia' nella Finanziaria di questo anno (e prontamente respinta dai sindaci). Ma perche' mai i comuni (per non parlare degli altri enti locali) dovrebbero essere in grado di offrire un contributo particolare nell'attivita' di accertamento dei tributi dello Stato? Quali informazioni, competenze o strutture specifiche hanno i comuni per svolgere questo compito di ausilio all'attivita' della amministrazione finanziaria? Anche su questo punto il programma della Cdl rimane silente.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


[^]