La riduzione di cinque punti del cuneo fiscale sul lavoro e' uno dei temi che hanno tenuto banco durante la campagna elettorale. Come finanziarla e' stato poi oggetto di aspro dibattito, mentre il tema "il nuovo Governo aumentera' le tasse" sta infiammando il finale della competizione elettorale.
L'impressione e' che in questi ultimi giorni entrambe le coalizioni si stiano un po' dimenticando del vincolo di bilancio tra promesse di riduzioni di tasse, aumenti di spese e invarianza di tributi vari. Soprattutto, confermano ancora una volta come sia proibito proferire la parola "tasse" in vista di elezioni, e men che meno dichiarare l'intenzione di introdurne di nuove.
Ebbene, qui vorremmo sostenere l'opportunita', se non la necessita', di introdurre, o quantomeno in prospettiva di inasprire, certa tassazione, quella ambientale. Il suggerimento richiede un'altra premessa.
Mentre il ciclo elettorale resta un fatto di breve periodo, l'orizzonte delle grandi questioni e dei problemi che affliggono l'umanita', e che gridano di essere affrontati (non diciamo risolti), si allunga vieppiu'. Pensiamo all'aviaria e alle epidemie. Al trend demografico. Al problema delle pensioni. Alla sicurezza energetica e ai cambiamenti climatici. Crediamo che sia assolutamente necessario spezzare questo meccanismo perverso. Assistiamo a richiami sempre piu' frequenti - grida di allarme sarebbe un termine piu' esatto - sulle conseguenze nefaste dei mutamenti del clima. Che sono causati dall'effetto serra, alimentato a sua volta dalle crescenti emissioni associate all'uso dei combustibili fossili. Sebbene necessari per sostenere l'attuale modalita' di sviluppo economico delle nazioni, petrolio, carbone e gas sono utilizzati in quantita' eccessiva rispetto al livello socialmente ottimale relativamente a fonti alternative. Il loro prezzo infatti non incorpora il costo dei danni climatici che il loro impiego comporta. La tassazione ambientale svolge precisamente la funzione di far pagare il prezzo pieno dell'uso delle fonti fossili (1).
Il programma elettorale del centrosinistra, al capitolo "Per cambiare con energia. L'innovazione e la sicurezza in campo energetico", lodevolmente esordisce asserendo la volonta' di rispettare gli impegni assunti dall'Italia con la ratifica del Protocollo di Kyoto. Troppo ambiziosamente, tuttavia, afferma che l'80 per cento della prevista riduzione di emissioni proverra' da misure domestiche. Sarebbe invece opportuno e necessario introdurre, o meglio re-introdurre, la cosiddetta carbon tax.
La legge Finanziaria per il 1999 l'aveva gia' introdotta per volonta' dell'allora ministro dell'Ambiente, Edo Ronchi (2). Si trattava di un tributo che gravava sull'anidride carbonica generata dai diversi combustibili commisurato alla quantita' di gas emesso, con lo scopo di riorientare i consumi in senso favorevole all'ambiente contenendo progressivamente la produzione di gas-serra, da applicarsi con gradualita'. In sostanza, realizzava il principio della responsabilita' dell'inquinatore (polluter pays principle) sancito tra l'altro dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici siglata a Rio de Janeiro nel 1992. Sfortunatamente, non entro' mai in vigore e cadde velocemente nell'oblio.
L'aspetto piu' interessante di "quella" carbon tax era che adottava anche il principio dell'invarianza del gettito, per realizzare quello che in letteratura e' noto come "doppio dividendo". L'idea e' infatti di restituire i proventi del gettito sotto forma di riduzione degli oneri sociali sul costo del lavoro, con l'obiettivo di arrivare a un aumento dell'occupazione. Un secondo dividendo che si aggiunge al primo, un clima migliore. Vi e' un'ampia letteratura sul tema delle riforme fiscali ambientali e sul principio del doppio dividendo (3). Naturalmente, il secondo dividendo, tramite sussidi e incentivi di segno opposto rispetto alla carbon tax, puo' essere rappresentato dallo sviluppo di fonti di energia rinnovabile e da miglioramenti dell'efficienza energetica. En passant, notiamo che sia il programma della Casa delle liberta' che quello dell'Unione ne parlano.
Il tributo ambientale qui suggerito contribuisce a sanare un perdurante paradosso del sistema fiscale, che grava maggiormente sulle risorse abbondanti, come il lavoro, e relativamente meno su risorse scarse, come quelle naturali. Va inoltre ricordato che la tassazione ambientale con dividendo sull'occupazione fu prospettata originariamente nel 1993, nel famoso piano Delors, elaborato dalle autorita' europee per combattere la disoccupazione e la cosiddetta "eurosclerosi" (4).
Torniamo cosi' al dibattito politico di questi giorni. Entrambi i programmi elettorali, pur cosi' diversi tra loro, si dilungano nell'esporre che cosa il futuro Governo intende fare, ma molto rari sono i riferimenti agli strumenti con cui raggiungere gli obiettivi enunciati. La scarsa sensibilita' rispetto ai temi dell'ambiente in generale, e del clima in particolare, dell'attuale Governo e' cosa nota. Nel caso invece della coalizione di centrosinistra, una riforma fiscale ambientale con utilizzo del gettito a favore del lavoro consentirebbe al suo leader Romano Prodi di mantenere due promesse: la riduzione del cuneo fiscale senza intaccare gli equilibri di bilancio e contribuire al miglioramento del clima. Un doppio dividendo anche per lui, e per tutti noi.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.