L'autoregolamentazione si fonda su due pilastri: la condivisione generalizzata del principio di rispetto delle norme all'interno di una determinata collettivita' e la capacita' di sanzionare anche solo moralmente i trasgressori, facendo loro perdere in tutto o in parte la reputazione e dunque una parte rilevante della stessa capacita' di operare. Basta questo per capire che l'Italia non brilla per propensione all'autoregolamentazione e che il settore finanziario non costituisce certo un'eccezione. Luigi Spaventa, allora presidente della Consob, aveva osservato che la cultura del name-shame non e' ancora entrata nel bagaglio degli operatori italiani.
Questo pero' non e' un motivo sufficiente per imporre norme dall'alto che possono creare effetti perversi. Il disegno di legge sulla tutela del risparmio si occupa anche di autodisciplina e dispone (articolo 15) che imprese e intermediari diffondano annualmente, nei termini e con le modalita' stabiliti dalla Consob, informazioni sull'adesione a codici di comportamento promossi da societa' di gestione di mercati regolamentati o da associazioni di categoria degli operatori e sull'osservanza degli impegni a cio' conseguenti, motivando le ragioni dell'eventuale inadempimento. Inoltre, in base all'articolo 35, gli amministratori, i componenti degli organi di controllo e i direttori generali di societa' quotate nei mercati regolamentati i quali omettano le comunicazioni prescritte dall'articolo 15, ovvero divulghino false informazioni in proposito, sono puniti con la sanzione amministrativa da 10mila a 300mila euro.
Una simile impostazione e' logicamente incoerente, troppo generica e gravida di effetti perversi. e' logicamente incoerente perche' tutti i codici di autodisciplina sono basati sull'adesione volontaria e sull'impegno degli aderenti a spiegare le eventuali deviazioni dai precetti - sempre best practice, non norme comportamentali scolpite nel bronzo -, che per definizione sono gia' nella legge.
Trasformare l'obbligo di comunicazione al mercato in obbligo derivante dalla legge, passibile per lo piu' di sanzioni in via amministrativa, snatura la funzione stessa dell'autodisciplina.
La norma e' anche troppo generica perche' non si possono mettere nello stesso calderone il codice di corporate governance delle societa' quotate e il codice delle varie categorie di operatori. In quali forme, ad esempio, dovrebbero essere assicurate informazioni sull'osservanza degli impegni relativi ai codici emanati da Abi, Assosim e promotori finanziari, che riguardano migliaia di persone? Infine, la norma puo' avere effetti perversi perche' il timore della sanzione rischia di aumentare la prudenza dei redattori dei codici di autodisciplina, gia' impegnati nel difficile compito di persuadere una comunita' che di queste norme farebbe volentieri a meno. I nostri codici di autodisciplina potranno sembrare troppo blandi e infatti, come per la prima versione del codice Preda, sono stati accolti con il commento che "si poteva fare di piu'". Ma va ricordato che sono molto piu' audaci di quanto avrebbe voluto la generalita' degli operatori. Se fossero stati sottoposti a referendum, difficilmente sarebbero sopravvissuti.
Nella riforma da varare, l'unico codice di autodisciplina che merita di essere preso in considerazione e' quello di corporate governance. Il problema, pero', non e' quello di portarlo nella sfera di competenza della Consob, ma di renderlo veramente efficace. Non sentiamo nessuna necessita' di poter sanzionare i sedicenti amministratori indipendenti di Cirio e Parmalat: quello che vogliamo e' che non possano essere spacciati per amministratori indipendenti soggetti notoriamente legati a filo doppio agli azionisti di controllo dal punto di vista professionale.
Si badi che questa e' la strada scelta dalla legge Sarbanes-Oxley, che ha delegato alla Sec il compito di emanare regolamenti in base ai quali siano escluse dalla quotazione le imprese che non ottemperano ai codici di autodisciplina proprio per quanto riguarda gli amministratori indipendenti, il comitato di controllo interno, la scelta dei revisori e gli altri aspetti piu' delicati dei controlli endosocietari. e' una soluzione enormemente piu' efficace, che non stravolge la natura dell'autoregolamentazione, che impone standard severi a tutte le societa' quotate e che costringe le societa' di gestione dei mercati a un ruolo attivo nella vigilanza sull'adesione, ma sempre nel rispetto delle autonomie istituzionali. Una soluzione forse troppo semplice e troppo severa per essere adottata anche in Italia. Ma se continueremo a preferire soluzioni barocche e innocue, non costruiremo mai un mercato capace di tutelare gli investitori.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.