In questi giorni vi sono state roventi polemiche sul futuro della tassazione delle attivita' finanziarie, ma spesso l'informazione e' stata parziale o fuorviante. Proviamo a rispondere alle domande piu' frequenti e sfatare alcuni luoghi comuni.
I redditi di capitale e diversi (interessi, dividendi e plusvalenze) percepiti da un normale risparmiatore (una persona fisica che non esercita attivita' di impresa) sono gia' oggi tassati nel nostro paese, ma con aliquote diverse. Sui depositi e conti correnti bancari e postali e sulle obbligazioni private con scadenza inferiore a diciotto mesi vi e' una imposta sostitutiva dell'Irpef, prelevata alla fonte con l'aliquota del 27 per cento. Sugli interessi sui titoli del debito pubblico, sui buoni postali e sulle obbligazioni con scadenza superiore a diciotto mesi, l'aliquota e' invece il 12,5 per cento. La stessa aliquota e' applicata anche ai dividendi e a tutte le plusvalenze, purche', nel caso di dividendi e plusvalenze azionarie, l'azionista non detenga partecipazioni qualificate (in caso contrario una quota, pari al 40 per cento del loro valore e' tassata in Irpef). L'aliquota del 12,5 per cento e' applicata al risultato netto di gestione dei fondi comuni e delle gestioni patrimoniali.
La presenza di due aliquote non ha alcuna giustificazione razionale, ne' sotto il profilo dell'equita' (perche' chi ha interessi da depositi bancari o postali dovrebbe pagare di piu' di chi detiene obbligazioni?), ne' dal punto di vista dell'efficiente funzionamento del mercato (la tassazione non dovrebbe interferire sulle scelte finanziarie degli individui, che dovrebbero essere guidate solo dalla convenienza economica).
I motivi per unificare il tutto in un'unica aliquota non sono tanto quelli di recuperare gettito, quanto quelli di rendere piu' coerente e razionale il sistema di imposizione diretta dei redditi.
Non vi e' un livello ottimale. La scelta va fatta tenendo conto del tipo di sistema impositivo che si vuole adottare. Se si volesse adottare, ad esempio, un'imposizione non sul reddito ma sul consumo ("imposta sul reddito spesa"), tema spesso dibattuto nella letteratura economica, i redditi di capitale dovrebbero essere esentati. Nessun paese si e' mosso pero' finora in questa direzione.
I redditi di capitale sono spesso tassati con regimi proporzionali, fuori dal regime progressivo che grava sui redditi di lavoro. Mediamente quindi sono meno tassati rispetto ai redditi di lavoro.
La scelta di una aliquota intermedia, fra le due attualmente esistenti (12,5% e 27%) e' motivata dalla volonta' di ridurre la distanza fra il prelievo sui redditi finanziari, da un lato, e quello sui redditi di lavoro (tassati con le aliquote Irpef dal 23 al 43 per cento) e delle societa' di capitali (tassati con l'Ires al 33 per cento e l'Irap al 4,25 per cento), dall'altro.
Per quanto riguarda gli interessi il modello di tassazione prevalente nella Unione Europea non e' piu' l'imposizione ordinaria (imposta personale e progressiva sul reddito), ma un insieme variegato di regimi sostitutivi e separati. Nell'Europa a 25, gli interessi rimangono assoggettati al regime ordinario di tassazione solo nel Regno Unito e Slovenia e, per opzione del contribuente, in Belgio, Francia e, in parte, in Germania.
I regimi di tassazione separata o sostitutiva prevedono generalmente una sola aliquota di tassazione (anche se in molti paesi, soprattutto fra i nuovi entranti, sono previste esenzioni per varie tipologie di interessi) il cui livello varia fra il 10 e il 35 per cento, ma e' generalmente non inferiore al 15-20 per cento (ad esempio, 27 per cento in Francia, 31,65 per cento in Germania al di sopra di una soglia esente, dal 20 al 40 per cento nel Regno Unito, 28 per cento in Finlandia).
Nei paesi nordici, che applicano sistemi cosiddetti di dual income tax, l'aliquota sui redditi di capitale coincide con l'aliquota base dell'imposta personale progressiva sul reddito.
L'enfasi posta su questa eventualita' va sicuramente ridimensionata.
In primo luogo, perche' l'aggravio medio per il contribuente sarebbe limitato, in quanto l'aliquota sui depositi bancari e postali si riduce corrispondentemente.
In secondo luogo, perche' anche se si investe all'estero, occorre pagare le imposte in Italia, con le stesse aliquote applicate ai redditi di capitale interni. Se non lo si fa, e' perche' si evade. Ma vi sono strumenti crescenti di controllo e contrasto di questo tipo di evasione. Vi e' un sistema di monitoraggio interno sui movimenti di capitale da e per l'estero. Dal luglio 2005 e' poi in vigore una direttiva europea che prevede lo scambio di informazioni automatico fra paesi sul pagamento di interessi a contribuenti europei. I paesi che non vi hanno aderito, applicano una ritenuta alla fonte del 15 per cento, che aumentera' progressivamente fino al 35 per cento, con retrocessione del 75 per cento del gettito al paese di residenza del percettore. Anche importanti paesi, non appartenenti alla Unione, hanno aderito all'accordo e operano una ritenuta alla fonte ai livelli indicati (per esempio, Svizzera e Liechtenstein), o concorrono allo scambio di informazioni (come Monaco e San Marino). Certo, sfuggendo al monitoraggio e cioe' utilizzando canali illegali, si puo' sempre andare alle Cayman o altro paradiso fiscale in cui la direttiva non si applica ma ci si va gia' adesso e, semmai, non solo per risparmiare il 12,5 per cento di imposta.
Se si aumentasse l'aliquota sugli interessi dei titoli pubblici non si correrebbe il rischio di un aumento dei rendimenti lordi che lo Stato deve garantire ai sottoscrittori, con il risultato che il Governo pagherebbe con la mano sinistra quello che ha raccolto con la mano destra?
I titoli del debito pubblico sono per lo piu' detenuti da soggetti esteri (55 per cento) e per il 20 per cento da banche e imprese. Per questi soggetti l'aumento dell'aliquota del 12,5 per cento non avrebbe alcun effetto. I risparmiatori (persone fisiche residenti) per i quali l'aumento dell'aliquota del 12,5 per cento ha effetto detengono meno del 16 per cento dei titoli pubblici (il restante 9 per cento e' nelle mani dei fondi comuni). Difficilmente la loro domanda sara' in grado di influenzare le condizioni di offerta, e cio' a maggior ragione a seguito del progressivo allineamento dei tassi di interesse lordi fra paesi, reso possibile dall'adesione del nostro paese all'Unione monetaria europea. Non si creerebbe una convenienza a modificare la composizione del portafoglio, perche' la nuova aliquota sarebbe applicata ai redditi di tutti i tipi di attivita' finanziaria.
No. Eventuali nuove aliquote si applicherebbero solo ai nuovi redditi di capitale. Dunque, l'imposta non sarebbe retroattiva. Anche per quanto riguarda le plusvalenze, come si e' fatto in passato, per evitare la tassazione retroattiva si calcolano le plusvalenze maturate fino al momento dell'introduzione della nuova aliquota in modo da assoggettare al nuovo regime solo quelle maturate dopo tale data.
Se si limitasse la nuova aliquota ai soli titoli emessi dopo l'entrata in vigore della riforma si creerebbero differenze di trattamento tra titoli di vecchia e di nuova emissione, facendo un bel regalo in conto capitale (e cioe' nella valutazione dei titoli) a chi ha titoli piu' vecchi, come e' puntualmente avvenuto nel 1986, al momento dell'introduzione della tassazione sui titoli pubblici. Alla differenza attuale per durata del titolo, se ne sostituirebbe un'altra per data di emissione. Inoltre questo periodo di transizione si protrarrebbe per circa un trentennio, creando segmentazioni sui mercati secondari. Diventerebbe piu' complessa anche la tassazione dei fondi comuni, tassati sul risultato di gestione. Per motivi di equita' e di efficiente funzionamento dei mercati e' dunque decisamente preferibile estendere la riforma anche ai titoli gia' in circolazione.
I titoli pubblici sono una componente minoritaria del risparmio delle famiglie; rappresentano secondo l'ultimo bollettino economico della Banca d'Italia solo il 5,6 per cento delle attivita' finanziarie detenute dalle famiglie. Per affrontare il problema dell'equita' della riforma proposta occorre considerare l'insieme di queste attivita'.
Per rispondere a questa domanda occorre tener presente che la ricchezza finanziaria e' nel nostro paese molto concentrata. Sulla base dei dati ricavabili dall'ultima inchiesta della Banca d'Italia sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane, corretti per tener conto delle note sottostime che emergono in questo tipo di rilevazioni campionarie, si evince che il 10 per cento delle famiglie piu' ricche possiede, da solo, il 40 per cento dello stock di attivita' finanziarie (con l'esclusione di riserve assicurative e fondi pensione) dell'insieme delle famiglie, contro il solo 1,2 per cento posseduto dal 10 per cento delle famiglie piu' povere. Uniformare le aliquote a un livello intermedio (ad esempio, il 19-20 per cento) avrebbe quindi sicuramente effetti redistributivi positivi.
Generalmente l'esenzione ai piccoli risparmiatori viene concessa nell'ambito di una tassazione personale, non di una tassazione sostitutiva, come la nostra, perche' richiede di conoscere i redditi finanziari complessivamente ricevuti dal singolo risparmiatore. E' comunque possibile studiare forme di esenzione, attraverso meccanismi di opzione per la tassazione ordinaria o di certificazione dell'imposta pagata da parte degli intermediari.
Le stime del gettito atteso vanno prese con molta cautela, in quanto in larga parte dipendono dalle ipotesi che si fanno circa la rilevanza delle plusvalenze, che sono pero' una componente con un andamento molto erratico. Vi e' poi difficolta' a stimare la tassazione dei fondi comuni, i quali stanno ancora sfruttando, in compensazione, ingenti crediti di imposta maturati in passato, a seguito delle minusvalenze conseguite sui mercati azionari.
Si parla comunque di una cifra compresa fra i 2,5 e i 4,2 miliardi. Di questi, meno di 400 milioni arriverebbero dalla tassazione dei titoli pubblici.
Gia' oggi vi e' doppia imposizione, ma questa aumenterebbe se ci si limitasse ad aumentare l'aliquota del 12,5 per cento anche sui dividendi e sulle plusvalenze azionarie. Una volta il problema non si poneva, perche' c'erano delle compensazioni, che riducevano la tassazione complessiva (societaria e personale) sugli utili di impresa: la dual income tax in capo alla societa' e il credito di imposta ai dividendi, in capo al socio. Oggi questi correttivi non ci sono piu'. Se si vuole evitare di penalizzare le societa' che si finanziano con capitale proprio sul mercato dei capitali, occorrera' una riforma piu' organica che coinvolga anche la tassazione del reddito delle societa'. E' questo un aspetto spesso trascurato nel dibattito, che meriterebbe maggiore attenzione.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.