L'economia italiana ha registrato nel 2005 una crescita zero, come nel 2003 e a fronte dell'1,1% nel 2004, facendo cosi' segnare il peggior risultato dal 1993 (-0,9%). Essa si e', dunque, confermata il fanalino di coda dell'area euro, dove il Pil e' aumentato dell'1,3% nel suo complesso. Se si tiene conto dei giorni lavorativi in meno (quattro) rispetto a un anno prima, la variazione dovrebbe essere pari a +0,1/0,2%, ma rimane pur sempre impercettibile. Il dato, in linea con le piu' recenti attese, risente delle negative performance del quarto trimestre 2004 e del primo 2005; lo scorso anno, poi, si e' concluso in sensibile frenata, con il ristagno delle principali componenti della domanda interna, mentre quella estera non sembra andare granche' meglio.
E' quanto mettono in evidenza i conti economici nazionali 2001-2005, resi noti dall'Istat il 1° marzo, nella periodica revisione generale realizzata secondo le regole dell'Unione europea, che ha visto il passaggio al nuovo sistema dei conti Sec 2000. La stima monetaria del Pil, in particolare, e' stata rivalutata del 2,5-2,8% nel quinquennio, grazie al miglioramento dei metodi e delle fonti statistiche utilizzate; i servizi di intermediazione finanziaria indirettamente misurati (Sifim) sono stati, a loro volta, allocati nei settori utilizzatori finali, innalzando il livello dei consumi privati e pubblici, cosi' come delle esportazioni e importazioni. Il ritocco in aumento del calcolo del Pil ha, inoltre, lievemente ridimensionato l'incidenza dei principali aggregati del bilancio pubblico (spese, pressione fiscale, debito), rendendo un po' meno pesanti i relativi parametri, a cominciare dal rapporto debito/Pil. Ma la tendenza al deterioramento degli ultimi anni non cambia, trattandosi di un recupero solo apparente.
Nello scenario di una buona tenuta della ripresa nell'economia internazionale, trainata dagli Stati Uniti e dai paesi emergenti dell'Asia (Cina e India in testa), a cui si e' di recente aggiunto il Giappone, Eurolandia rimane l'unica grande area economica a crescita ridotta: il Pil, nel quarto trimestre 2005, ha confermato la sua modesta velocita' di espansione, mettendo a segno lo 0,3% in termini congiunturali e l'1,7% in quelli tendenziali (+0,6% e +1,6% rispettivamente nel terzo trimestre). L'aumento medio annuo per il 2005 e', invece, pari all'1,3% nel complesso dell'eurozona. Considerando, in particolare, i maggiori paesi, il quadro appare a luci e ombre; se permangono molti dubbi, infatti, sullo stato di salute italiano, l'economia tedesca incomincia a manifestare chiari segni di ripresa, mentre quelle francese, spagnola e britannica (quest'ultima fuori dall'eurozona) si presentano certamente meglio impostate. Il cambio meno forte, poi, da un lato puo' alimentare la dinamica dei prezzi in Europa, ma dall'altro rida' fiato alla competitivita' delle imprese, favorendo la crescita delle esportazioni.
Il difficile momento congiunturale della nostra economia e' confermato dal risultato a consuntivo dello scorso anno, che sconta l'effetto frenante nella prima parte dell'apprezzamento dell'euro sulla domanda estera, le continue impennate del petrolio e la sempre diffusa incertezza nella fiducia (e nei comportamenti di spesa) delle famiglie e delle imprese sul fronte interno. Nei dati provvisori del 2005, in linea con le piu' recenti attese, la produzione industriale continua a mostrare una prolungata fase di ristagno; e il suo andamento tendenzialmente stazionario trova riscontro nella mancata svolta ciclica favorevole, che interessa tuttora la maggioranza dei comparti manifatturieri. Segnali di difficolta', sia pure episodici e intermittenti, arrivano inoltre dai settori dei servizi. Nella prima meta' del 2006, la domanda mondiale sempre vivace e il graduale rafforzamento di quella interna (investimenti) dovrebbero dare un po' di vigore alla dinamica del Pil, bilanciando cosi' la passata influenza negativa del tasso di cambio. Prospettive meno incerte per la congiuntura italiana sono delineate, infine, dagli indicatori anticipatori dell'attivita' economica - come quelli elaborati dall'Isae e dalla Banca d'Italia - che mostrano un profilo ciclico orientato a una moderata ripresa, dopo aver fatto segnare un significativo rialzo per buona parte del 2005.
Il triennio 2002-2004 si e' svolto, in particolare, per l'economia italiana nel segno della piu' completa stagnazione: la crescita del Pil e' stata di appena lo 0,5% medio annuo e per trovare un valore piu' basso occorre tornare a dieci anni prima (1993). Una performance cosi' mediocre ha collocato il nostro paese nelle posizioni di coda nell'area dell'euro, cresciuta in media dell'1,2% nello stesso periodo (+0,9% nel 2002, +0,7% nel 2003 e +2,1% nel 2004), mentre solo la Germania non e' riuscita a fare meglio dell'Italia. La fase di ristagno e' da ricondurre a una serie di fattori negativi, dalla perdurante debolezza della domanda interna alle difficolta' delle esportazioni per il rafforzamento del cambio e la crisi di competitivita' nei grandi mercati di sbocco. Il 2005, poi, ha mostrato un andamento preoccupante; incombono, infatti, sia gli squilibri che condizionano le prospettive a medio termine dell'economia americana, a cominciare dalla debolezza del dollaro, sia la sempre diffusa instabilita' geopolitica internazionale. La ripresa si delinea, pertanto, necessariamente lenta e potra' prendere un po' di vigore non prima del 2006 inoltrato. I dati completi e in dettaglio dei conti economici trimestrali mettono in evidenza un profilo congiunturale nel complesso stagnante, su cui peraltro esercita qualche influenza la composizione del calendario. Ma non si tratta di un'evoluzione a sorpresa: e' stata questa la dinamica della crescita prevalente in Europa e l'Italia non ha potuto certo fare eccezione, manifestando anzi un piu' accentuato deterioramento.
Sull'onda della sensibile frenata della congiuntura internazionale, l'economia italiana - com'era, del resto, nelle attese - aveva fatto segnare gia' nel 2001 un netto rallentamento del suo ritmo di sviluppo. Dopo la buona performance dei primi tre mesi, il Pil non aveva infatti registrato ulteriori aumenti nei successivi periodi, andando cosi' a chiudere l'anno su un incremento medio dell'1,8% (dal 3,6% messo a segno nel 2000), ma solo grazie al trascinamento dell'ultimo quarto del 2000 e del trimestre iniziale del 2001. La battuta d'arresto e' stata, soprattutto, la conseguenza dello sfavorevole andamento dell'industria manifatturiera, mentre i servizi e le costruzioni hanno messo in evidenza una sostanziale tenuta, anche se con una dinamica in progressiva frenata.
Dal lato della domanda interna, la perdita di colpi della crescita ha risentito del ristagno dei consumi privati e della caduta degli investimenti. Per quanto concerne la spesa delle famiglie, hanno influito sia l'erosione del potere d'acquisto, indotta dal risveglio dell'inflazione nella prima meta' del 2001 e successivamente dall'effetto changeover dell'euro, sia le negative conseguenze del crollo della fiducia. Sulla frenata degli investimenti si e' fatto sentire, invece, l'effetto altalenante della recente legge di incentivazione fiscale (Tremonti bis), insieme all'incertezza sulle prospettive della domanda nel contesto di un rallentamento della congiuntura interazionale. Se la domanda estera netta ha fornito nel 2002-2003 e nel 2005 un contributo negativo alla crescita, anche su quella interna i problemi non sono dunque mancati: la compressione del reddito disponibile delle famiglie, con un potere d’acquisto in crescita zero tra moderazione salariale, inflazione sempre significativa ed elevata pressione fiscale, ha determinato un’evoluzione dei consumi privati che e' proceduta con il freno tirato, rendendo cosi' ancora deboli i sintomi di ripresa dell’economia. Questa crescita dal passo lento e incerto ha portato a un consuntivo di aumento del Pil per il periodo 2001-2005 pari ad appena lo 0,6% in media.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.ilsole24ore.com.