[ l k v . i t ]
Un percorso verso la stabilita'
27-03-2006
Tito
Boeri
Pietro
Garibaldi
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La flessibilita' del mercato del lavoro e' oggi al centro del dibattito politico in Francia e in Italia.

La decisione del Governo francese di approvare un nuovo contratto di lavoro flessibile, che per i giovani lavoratori sotto i ventisei anni puo' essere rescisso in qualsiasi momento nei primi due anni, ha portato a dimostrazioni degli studenti che non si vedevano dal 1968. Nell'arena politica italiana, la flessibilita' del mercato del lavoro e' un tema sempre piu' importante nel dibattito che precede le elezioni del 9 aprile, a pochi giorni dal quarto anniversario della morte di Marco Biagi, il giurista del lavoro assassinato dai terroristi per le sue idee e per i tentativi di riformare il mercato del lavoro italiano.


Italia e Francia hanno molto in comune

La situazione in Italia e Francia ha molti tratti in comune. Entrambi i paesi sono storicamente caratterizzati da legislazioni sul lavoro tra le piu' rigide dei paesi Ocse. E' molto difficile licenziare i lavoratori assunti con un contratto a tempo indeterminato, che spesso godono di un lavoro sicuro a vita. Negli ultimi dieci anni, entrambi i paesi hanno introdotto alcune riforme marginali del mercato del lavoro, che non hanno cambiato le regole che governano i contratti standard lavoro dipendente, ma hanno liberalizzato i contratti a termine e creato un ampio ventaglio di contratti flessibili, che permettono alle imprese di assumere nuovi lavoratori per un periodo di tempo limitato. Di conseguenza, la quota di lavoratori assunti con contratti flessibili e' cresciuta in modo costante, raggiungendo il 13 per cento in Italia e il 10 per cento in Francia.

I nuovi contratti proposti da Dominique De Villepin sono coerenti con questa strategia. Il Cpe, (contratto di primo impiego) in particolare, e' la quint'essenza della riforma marginale, perche' consente alle imprese di assumere e licenziare liberamente i lavoratori piu' giovani, senza nessuna conseguenza sullo stock di lavoratori assunti a tempo indeterminato. Gli studenti delle manifestazioni parigine si autodefiniscono la "generazione Kleenex", perche' pensano di non avere nessuna sicurezza di impiego a medio termine, una volta che il contratto sia finito.

Non hanno tutti i torti. In Francia, il 50 per cento delle nuove assunzioni avviene con contratti flessibili. In Italia, l'ultimo bollettino economico della Banca d'Italia riporta che almeno l'80 per cento dei giovani lavoratori sono assunti con contratti a termine. Il tasso di conversione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato e' basso (circa il 10 per cento in un anno), e denota un alto rischio di segregazione per i giovani lavoratori assunti con contratti a termine. E vi e' chi sostiene che la flessibilita' dovrebbe essere cancellata, nonostante il buon andamento dell'occupazione in Italia negli ultimi dieci anni.


L'ingresso nei contratti a tempo indeterminato

Crediamo che il dibattito in entrambi i paesi stia prendendo una direzione sbagliata e pericolosa.

Se la discussione si trasforma in una battaglia intergenerazionale tra i "padri protetti gia' all'interno del sistema" e i "figli outsider" c'e' ben poca speranza che in entrambi i paesi siano mai introdotte le necessarie riforme del mercato del lavoro: una alleanza tra giovani lavoratori e membri del sindacato avra' sempre la meglio. E poiche' alcune delle preoccupazioni dei giovani lavoratori sono ragionevoli, siamo convinti che i politici di entrambi i paesi stiano commettendo degli errori.

Un piano di riforma di lungo periodo, ragionevole e credibile, dovrebbe offrire ai giovani lavoratori un "percorso verso la stabilita'" ben definito. Oggi, una volta concluso il contratto a termine, non c'e' nessuna prospettiva di lungo periodo. Il Cpe proposto dal Governo francese, dopo i due anni, e' rigidamente regolato: e' probabile che le aziende si dimostreranno riluttanti a trasformare improvvisamente contratti completamente flessibili in posizioni molto rigide. Dopo i primi due anni, l'esito probabile di molti di questi contratti sara' la disoccupazione, perche' il costo di convertire i Cpe in contratti a tempo indeterminato e' troppo alto.

Una politica piu' intelligente dovrebbe aspirare a promuovere un ingresso duraturo, anche se per tappe, nel mercato del lavoro stabile, con l'introduzione graduale di forme di protezione dell'impiego, in modo da evitare la formazione di un doppio mercato del lavoro di lungo periodo.

La protezione dell'impiego, nella forma di indennita' di licenziamento, dovrebbe aumentare gradualmente, mentre si allunga la durata di un impiego presso un'impresa, senza grandi discontinuita'. Tutto questo dovrebbe avvenire nell'ambito di un contratto a tempo indeterminato, uguale per tutti e certamente non differenziato per eta'. Perche' a tutte le eta' (ad esempio dopo un periodo di maternita') si puo' avere bisogno di rientrare nel mercato del lavoro. Il modo con cui strutturare questo percorso di ingresso non puo' che variare da paese a paese. In Italia, ad esempio, riteniamo utile allungare il periodo di prova a sei mesi e poi prevedere un periodo di inserimento protetto da tutela obbligatoria contro il rischio di licenziamento e, al termine del terzo anno, il passaggio alle tutele oggi previste per i contratti permanenti. Al contempo, la durata massima dei contratti a tempo determinato dovrebbe essere ridotta a due anni.

Molto probabilmente i giovani lavoratori accetterebbero un percorso verso la stabilita' all'interno del mercato del lavoro standard, in cui si parte da un contratto che non ha a priori limiti di durata e in cui si puo' legittimamente aspirare a rimanere a lungo, se la performance risultera' adeguata nelle mansioni che vengono chiamati a svolgere. Non sappiamo quanto un simile percorso di ingresso possa piacere ai sindacati. Se volessero opporsi, tuttavia, sara' chiaro a tutti che lo fanno per proteggere gli insider, e contro le aspirazioni delle giovani generazioni.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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