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Giornalisti, interessi e lettori
31-03-2006
Francesco
Vella
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Nella discussione seguita all'articolo con il quale il direttore del Corriere della Sera si e' schierato nella competizione elettorale, c'e' stata qualche velenosa polemica da parte di chi ha intravisto, dietro un gesto di correttezza nei confronti dei lettori, un'abile manovra funzionale agli interessi di una banca azionista del giornale. Sebbene le riconosciute qualita' del direttore e la smentita della banca liberino il campo da ogni possibile e lontano sospetto, la polemica, per quanto chiaramente strumentale, ha il merito di richiamare un problema: i rapporti tra i giornalisti e i proprietari dei mezzi di informazione, tanto importante quanto frequentemente sottovalutato.


Liberta' e proprieta'

E' evidente che l'indipendenza dell'informazione trova il suo primo ed essenziale fondamento nella integrita' e nella autonomia di chi la produce, e cioe' del giornalista. Ma e' altrettanto evidente che gli assetti proprietari delle imprese possono oggettivamente rappresentare un fattore di condizionamento.

E in un contesto come il nostro, dove ai ben noti e clamorosi conflitti di interesse si aggiunge una diffusa presenza di banche e altre imprese nella proprieta' dei mezzi di informazione, e' sotto gli occhi di tutti il pericolo che i commenti, le notizie, le modalita' con le quali vengono date, o la reticenza, possano essere il frutto di scelte attente agli interessi della proprieta' piu' che a quelli dei lettori.

La pluralita', la concorrenza e la moltiplicazione delle fonti informative, rappresentano sicuramente una garanzia per la liberta' di critica e opinione, ma non sono un anticorpo sufficiente a evitare questo pericolo.

Sono state, cosi', avanzate numerose proposte come quella, rilanciata recentemente in un'intervista dal direttore del Sole-24Ore, di vietare alle banche l'azionariato in imprese editoriali oppure di creare un filtro tra i proprietari e le redazioni giornalistiche costituito da una fondazione. Anche la quotazione in Borsa potrebbe rappresentare un contributo a una piu' accentuata trasparenza delle gestioni delle imprese editoriali.

Ma non vi e' dubbio che se i divieti di partecipazione appaiono difficilmente compatibili con il riconoscimento e la tutela dell'autonomia imprenditoriale (perche' le banche no, e un'impresa di costruzioni o industriale si'?), i filtri, per quanto utili, non avranno mai maglie sufficientemente strette da impedire possibili ingerenze.


Un rimedio semplice

Fermo restando che non esistono e non esisteranno mai garanzie assolute della obiettivita' dell'informazione, bisogna chiedersi il motivo per il quale, al posto di pensare a nuovi divieti e vincoli, non vengono sfruttati quegli strumenti che l'ordinamento mette a disposizione, strumenti forse piu' semplici, ma probabilmente anche molto piu' efficaci.

Recentemente, e per adempiere alle prescrizioni delle direttive comunitarie sulla trasparenza e l'informazione nei mercati finanziari, i giornalisti hanno adottato una "Carta dei doveri dell'informazione economica".

Si tratta di un codice di autoregolamentazione che detta specifici obblighi di comportamento. Una clausola, per esempio, prevede che "il giornalista, tanto piu' se ha responsabilita' direttive, deve assicurare un adeguato standard di trasparenza sulla proprieta' editoriale del giornale e sull'identita' e gli eventuali interessi di cui siano portatori i suoi analisti e commentatori esterni, in relazione allo specifico argomento dell'articolo. In particolare, va ricordato al lettore chi e' l'editore del giornale quando un articolo tratti problemi economici e finanziari che direttamente lo riguardino o possano in qualche modo favorirlo o danneggiarlo". L'obiettivo e' in sostanza quello di non limitare la liberta' del giornalista negli argomenti da trattare o nei commenti da pubblicare, ma di far si' che il lettore sia sempre informato sulla struttura proprietaria dell'impresa affinche' possa con maggiore consapevolezza valutare e percepire cio' che legge.

E' una norma non certo imposta da un occhiuto e invadente legislatore, ma adottata in assoluta autonomia dagli stessi giornalisti, che, pero', almeno a quanto si legge su quotidiani e a quanto si vede in televisione, non sembrano proprio applicarla con il dovuto rigore.

In fin dei conti, si tratta di un banalissimo obbligo di trasparenza, che potrebbe essere esteso anche al di la' dell'informazione economica, e che ogni testata potrebbe adempiere dedicando un piccolo spazio per pubblicizzare i propri azionisti.


Civilta' e trasparenza

Non bisogna farsi illusioni: non si tratta di una panacea contro tutti i rischi di conflitti di interesse, ma un lettore che accanto all'articolo che esalta i bilanci di un'impresa sa anche che quell'impresa e' azionista del giornale, o che legge un'intervista a un industriale o a un banchiere consapevole della sua posizione nella governance della testata, sara' sicuramente un lettore piu' maturo, attento e selettivo.

E vi immaginate quale piccolo, ma significativo contributo di civilta' e trasparenza potrebbe dare all'immenso popolo televisivo un giornalista che ogni giorno dedica dieci secondi per comunicare qual e' l'azionista di riferimento del proprio telegiornale?


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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