[ l k v . i t ]
Due contratti inutili
20-03-2006
Pierre
Cahuc
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Con il contratto per nuovi impieghi (Cne) e il contratto per il primo impiego (Cpe), il Governo francese si propone di ridurre la disoccupazione e di riformare le norme sul licenziamento, inefficaci e ingiuste. Inefficaci, perche' scoraggiano le assunzioni senza evitare la forte precarieta' dell'occupazione e la disoccupazione di massa. Ingiuste, perche' sono i piu' giovani, i meno esperti e i meno qualificati, ad avere, piu' che in altri paesi, le maggiori difficolta' ad accedere a un posto di lavoro e ad alternarsi in lavori precari: una situazione che non produce alcun beneficio per la societa' nel suo complesso.


Simulazioni e nuovi contratti

Cosa ci possiamo aspettare dai nuovi contratti? Per rispondere alla domanda abbiamo studiato le conseguenze che essi comportano in un modello del mercato del lavoro francese. L'esercizio ci da' una semplice risposta: non molto. Piu' esattamente, secondo le nostre stime, un contratto del tipo Cne-Cpe accessibile all'insieme delle imprese del settore commerciale, creerebbe circa 70mila posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione diminuirebbe di mezzo punto percentuale. Certamente, 70mila nuovi posti di lavoro non sono poco per una misura che non costa nulla alle casse pubbliche. Tuttavia, la nostra analisi mostra anche che chi e' alla ricerca di un lavoro subisce il costo del Cne-Cpe: l'aumento della precarieta' degli impieghi ridimensionerebbe il benessere, malgrado la leggera crescita di assunzioni.

Questi risultati non sono poi molto sorprendenti se si ricorda che il Cne-Cpe, benche' sconvolga una buona parte del diritto al lavoro, non cambia molto le cose nel funzionamento effettivo del mercato del lavoro. Infatti, le imprese realizzano gia' il 70 per cento delle assunzioni con contratto a tempo determinato. Inoltre, nei settori in cui le attivita' sono piu' suscettibili di fluttuazioni, quali l'alberghiero e la ristorazione, i datori di lavoro posso ricorrere, senza limitazioni di tempo e senza il pagamento dell'indennita' di precarieta', a una successione illimitata di Ccd d'utilizzo, a parita' di salario. D'altronde, il Cne e il Cpe apportano solo vantaggi marginali ai datori di lavoro rispetto al Cdd, dunque, a meno di un miracolo, non ci si puo' attendere un forte impatto sull'occupazione.

Ma anche se il Cne e il Cpe determinassero nei primi mesi un incremento nelle assunzioni, avrebbero comunque un effetto debole sull'occupazione: si avrebbero infatti piu' licenziamenti proprio perche' i nuovi contratti sono piu' flessibili del Cdd e del Cdi insieme. Ma soprattutto perche' le imprese avranno tutto l'interesse a non far durare questi contratti oltre il periodo di "consolidamento" di due anni. Si trattera', infatti, per queste imprese di evitare di ricadere nel regime invariato del Cdi, tutelato da procedure molto costose a partire dai due anni d'anzianita'.

Si sostiene spesso che le imprese dopo i due anni avranno tutto l'interesse a trattenere un'ampia maggioranza di dipendenti assunti inizialmente con Cne o in Cpe, perche' li avranno testati. Purtroppo, non sara' cosi'. Oggi, per questo fine le imprese hanno gia' a disposizione il Cdd (nei casi previsti dalla legge), e vi ricorrono gia' ampiamente.


I limiti del Cpe

Il difetto principale del Cne e del Cpe e' dunque di modificare marginalmente le norme sul licenziamento, proseguendo con la tendenza ad aumentare le disparita' di trattamento tra il contratto a tempo determinato e gli alti contratti di lavoro. Numerosi altri studi hanno dimostrato che questa strategia e' inefficace per ridurre stabilmente la disoccupazione.

L'esempio della Spagna e' a questo proposito eloquente: questo paese ha raggiunto nel 1994 un tasso di disoccupazione del 20 per cento allorche' quasi un terzo degli occupati era in Cdd (ovvero piu' di tre volte quello attuale della Francia). Oggi, dopo importanti riforme del contratto di lavoro a tempo indeterminato, il tasso di disoccupazione spagnolo e' di un punto piu' basso che in Francia.

Per riformare efficacemente le norme sul licenziamento, non e' possibile accontentarsi di creare nuovi contratti che riducono la disoccupazione al prezzo di una maggiore precarieta' dell'impiego per lavoratori gia' in situazione difficile. Per la sicurezza del posto di lavoro, riforme parziali possono rivelarsi peggiori o, nel migliore dei casi, appena superiori alla status quo.

E' necessario invece riprogettare l'intera struttura della tutela dell'occupazione, basandosi su due pilastri. Primo pilastro: un servizio pubblico dell'impiego efficace, con un "sportello del lavoro" unico con operatori esterni, retribuiti in funzione del tasso di ritorno all'impiego dei disoccupati che prendono in carico. E' una questione urgente, ma nulla di significativo e' stato fatto e la Francia ha accumulato un enorme ritardo rispetto ad altri paesi vicini, come Regno Unito, Paesi Bassi e Germania.

Secondo pilastro: un contratto di lavoro che assicuri tutela dell'occupazione continuata e progressiva con l'anzianita', grazie a indennita' di licenziamento consistenti, ma limiti gli obblighi di reinserimento delle imprese e l'opposizione giudiziaria e amministrativa al licenziamento economico.

Solo un sistema di questo tipo permette di distribuire equamente ed efficacemente i costi delle riconversioni indispensabili alla crescita economica. Inoltre, il nostro studio indica che una riforma di questo tipo permetterebbe di ridurre significativamente la disoccupazione creando 250mila posti di lavoro in tre anni, migliorando contemporaneamente il benessere di chi e' alla ricerca di un'occupazione.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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